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Il sorprendente processo di guarigione cristiano

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By eldar nurkovic/Shutterstock

Luisa Restrepo - pubblicato il 09/12/19

È un altro che ti cura, e attraverso limiti e sconfitte

Siamo in Avvento, e anche se non è come in Quaresima, siamo invitati a percorrere, come il lebbroso del Vangelo, un cammino di guarigione. Camminiamo nella fede e nella speranza che Gesù, con la sua grazia e quasi senza rendersene conto, guarisca e trasformi il nostro cuore.

Per iniziare questo cammino, ci sono alcune cose di cui dobbiamo tener conto.

1. Convertirci è davvero impossibile

Sì, avete letto bene, è impossibile. Non è né sarà mai all’interno delle nostre possibilità.

Convertirsi significa lasciare che un Altro intervenga. Non posso definitivamente farlo da solo, ho bisogno che Dio faccia la sua parte, mi passi accanto e mi curi.

Il nostro processo di conversione non è altro che diventare, a poco a poco, mendicanti della sua grazia. La nostra vita è come un ospedale di campagna, con il medico (Cristo) che passa curando noi che siamo malati.

2. Abbiamo bisogno di cambiare il nostro sguardo

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Pexels

Siamo abituati a vedere noi stessi e la realtà in base al nostro sguardo limitato e molto umano. Quando guardiamo le cose partendo dall’amore e dalla speranza, ci si scoprono realtà che non si vedono tanto facilmente.

Si tratta di chiedere a Maria di aiutarci a vedere con i suoi occhi, occhi che sono maturati nella fede. Dopo la crocifissione e la morte di suo figlio, quando lo contempla tra le braccia, Maria è in grado di vedere il Risorto.

Cambiare il nostro sguardo significa imparare a vedere che il nostro limite è il luogo della salvezza. Sì, è così, l’inaspettato sorge in mezzo alla disperazione, e Dio può compiere cose grandi in noi se lasciamo che la nostra fragilità dia luogo alla sua presenza.

Nella vita non è lo stesso avere uno sguardo da orfano o uno sguardo da figlio. Pensiamo a quanto è diverso per un bambino affrontare le difficoltà da solo o in compagnia di suo padre.




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La nostra condizione è quella di essere figli dipendenti dall’amore del Padre. Se siamo stati creati in base al modello di Cristo, si tratta di questo, di essere innanzitutto figli come lo è stato Lui.

La nostra vita diventerà più libera nella misura in cui cammineremo verso questo rapporto filiale. Nella nostra quotidianità ci farebbe molto bene chiederci: “Dov’è rivolto il mio sguardo? Verso il male che c’è in me e nel mondo o verso la presenza di Cristo in me?”

Porre lo sguardo su Cristo significa vivere sedotti dalla sua bellezza, che ci decentra da noi stessi. Quando ci lasciamo abbagliare da una grandezza superiore, smettiamo di pensare tanto a ciò che ci accade, a quello che ci intristisce…

Si tratta di non permettere che i nostri affanni quotidiani spengano la nostra apertura alla grazia e allo stupore delle luci costanti che Dio pone nella nostra vita.

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pixabay

Pensiamo all’amore umano: quando un ragazzo si innamora di una ragazza, vive affascinato dalla sua bellezza e dimentica un po’ di se stesso. Chi ama Cristo, vive della contemplazione della sua bellezza, e questo gli permette di decentrare lo sguardo da ciò che non è Suo.

Per renderci conto di chi è Cristo nella nostra vita, ci aiuta tornare costantemente a questo fatto:

“Camminavo per il campo della mia vita e all’improvviso ho trovato un tesoro. Ho venduto tutto ciò che avevo e ho comprato il campo in cui si trovava, perché valeva più di tutto quello che già avevo”.

Convertirsi significa essere capaci di vedere la realtà nel suo insieme: anche se il campo della mia vita ha molti difetti, vi è contenuto un tesoro inestimabile che non cambierei per niente. È questo che vale di più.

La tentazione peggiore è uscire dal momento attuale, non vedere il presente, chiuderci nelle colpe del passato o nelle incertezze del futuro. Dio agisce nella nostra realtà, nel nostro oggi. Non c’è nulla di più reale del nostro presente.


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Devo credere nella mia fede per rendermi conto che anche se mi si presenta doloroso, se me ne allontano per la disperazione, la sfiducia o la dimenticanza, resto senza ricevere ciò che Dio mi dà.

“Alzandoci ogni giorno, qualunque sia la situazione che viviamo, anche la più difficile o estremamente dolorosa, c’è un bene che sta per nascere nel limite del nostro orizzonte umano” (Luigi Giussani).

La nostra condizione è quella di essere persone in cammino, che sapendosi in marcia non chiudono gli occhi di fronte ai deserti che percorrono e sanno che il deserto non ha l’ultima parola.

Molte volte camminiamo come se ci fosse solo sabbia, e censuriamo l’orizzonte che ci si apre al di là, o ci scandalizziamo della nostra debolezza o di quella delle persone che ci circondano.

Sì, è vero, siamo peccatori e abbiamo bisogno dell’aiuto costante della grazia, ma siamo anche figli amati di Dio. Egli vive in noi, e la nostra vita è aperta alla santità e alla felicità.

È lo sguardo che risale e guarda Cristo, ricorda Cristo vivo e presente quando sembra assente o tutti sembrano dimenticarlo.

È lo sguardo di Maria, che cerca di essere in sintonia con il cuore di suo figlio. Nei momenti difficili, o quando va tutto bene, impariamo a chiederci: quale bene vuole trarre Dio da questo evento?

Dietro ogni episodio, per quanto possa essere doloroso, c’è la Resurrezione, l’evento vero e reale che riempie di senso e di speranza la nostra vita.

Per raggiungere questo, è molto importante imparare a vivere perdendo e accettare di essere sconfitti dagli altri. Perdere i doni per rimanere con il donatore. Perdere ciò che ho tra le braccia per poter abbracciare il Padre.

Accettare di andare da Dio con le mani vuote, perché ciò che vuole sono le mie mani, non le mie mani piene. Imparare a gestire i miei sentimenti e i miei stati d’animo per scoprirvi Dio.

Noi cristiani crediamo che quando arriva un fallimento nella nostra vita è perché Dio vuole trionfare. Quando sopraggiunge un’oscurità è perché Egli vuole essere la luce.

“Nessun lottatore è divino come quello che può prepararsi a vincere mediante la sconfitta. Nel momento in cui riceve la ferita mortale, il suo avversario cade definitivamente ferito a terra. Perché egli attacca l’amore e viene colpito dall’amore” (Hans Urs von Balthasar).

L’aspetto tipico della nostra vita umana è essere salvati. Nessuno può impedire che la primavera sbocci e la tempesta si calmi. Devo sempre chiedermi “Quali sono le mie sconfitte?”, perché queste sono il germe della vita nuova.

Sotto la mia caduta ci sono le mani di Gesù. Si è posto così in basso perché non ci siano cadute così profonde che Egli non possa riscattare. Si è messo davanti all’Inferno.

La nostra vita consiste nel credere nella misura della nostra speranza.

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