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UK, prima «gravidanza condivisa» da coppia lesbica: basta sentirsi genitori per esserlo?

LESBIAN COUPLE
Di Dmytro Zinkevych - Shutterstock
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Londra, Jasmine Francis-Smith, 28 anni e Donna, 30 anni diventano mamme di Otis. Entrambe le donne lo hanno portato in pancia grazie all’«incubazione in vivo».

Capisci cosa significhi essere madre quando sul vassoio resta quell’ultima fetta di torta.

Quella fetta di torta, tu, l’avresti presa senza avere pietà di nessuno. Certo, con nonchalance, fingendo che non la stavi puntando con la bava alla bocca da circa venti minuti, sperando sulla timidezza degli altri presenti.

Ecco, quando diventi madre, anche se quel pezzo di torta lo sbrani ancora con gli occhi languidi come allora e sì, in barba a quello che tutti credono, te lo mangeresti volentieri e non avresti alcuna voglia o istinto materno così forte da fartelo lasciare lì, te ne esci con un falso, ma ben interpretato: “Amore di mamma, finiscila tu la torta, dai”. E incalzi respingendo la bava che sta letteralmente per affogarti: “A mamma davvero non va più”.

Qui è quando sono ufficialmente diventata madre e quell’ultimo pezzo di torta sul vassoio, me lo ricorda sempre. Mi dice che non importa quanta glassa al cioccolato ci sia sopra, quante fragole nascoste nel ripieno alla panna: la mia felicità viene dopo la tua. Lo verrà sempre.

Non voglio lasciarti le briciole della mia, di felicità, voglio lasciare a te l’ultima fetta, quella migliore. Voglio mettere da parte il mio desiderio travolgente (pure se la dietologa ringrazia) per te. Questa è la quintessenza dell’essere genitori: trovare la felicità in quella di qualcun altro. Non è un legame di sangue che può fare questo, ma un atto assolutamente masochista e tutt’altro che spontaneo, almeno sul momento, pieno di forza di volontà, odore di cioccolato e responsabilità. 

Ma quale responsabilità c’è dietro al gesto di due persone che pur di soddisfare un desiderio di genitorialità, di sentirsi davvero “coppia”, forse, o anche solo di dare amore a qualcuno, sono disposte addirittura a procurarselo in tutti i modi (per non dire comprarselo), quel qualcuno, in barba alla sua, di felicità?

L’ultimo fatto di cronaca che ci fa riflettere viene da oltre La Manica, in UK, e racconta di due donne lesbiche che hanno dato alla luce un figlio con la prima gravidanza condivisa in Europa. La procedura a cui le donne si sono sottoposte alla London Womens Clinic viene detta fecondazione “in vivo”, proprio perché gli ovuli fecondati e conservati di solito in laboratorio per sviluppare embrioni accuratamente selezionati, in questo caso vengono inseriti tramite capsula all’interno del grembo materno, aumentando le probabilità di riuscita della fecondazione assistita. Poi l’embrione è impiantato nell’utero dell’altra donna, che porta a termine la gravidanza.

«Questa procedura ci ha fatte sentire alla pari in tutto il processo e più vicine», ha detto Jasmine.

«Evita che una delle due abbia più legami con il bambino dell’altra» ha aggiunto Donna intervistata dal Telegraph.

In questo modo il bambino partorito da una delle due mamme, oltre ad avere il Dna di una delle donne, viene anche “incubato” da entrambe, potendo vantare di aver portato avanti la gravidanza alla pari

Oltre il dibattito etico ed eugenetico intorno a un embrione incubato per 18 ore in una donna e poi impiantato in un’altra, con buona pace della biologia che ci ricorda che in tutto questo qualcuno deve aver messo anche il famoso girino, mi viene spontaneo chiedere: Jasmine e Donna, siete sicure di non esservi mangiate l’ultima fetta di torta e aver lasciato al piccolo Otis solo le briciole?

Lui le prenderà comunque, certo, perché come tutti i bambini non guarda a sesso o altre etichette, ma solo a quell’amore di cui ha un disperato bisogno e che è un suo diritto ricevere. Vi amerà incondizionatamente, accetterà le vostre risposte, spero, anche quando gli racconterete la storia di come è venuto al mondo, il fatto di non sapere chi è suo padre o di essere stato non un dono accolto, ma un fortunato embrione promettente tra altri non in linea con la felicità come l’avevate immaginata. Vi perdonerà anche per aver pensato che, per sentirsi madri, bastasse averlo in grembo un po’ per una, come se questa sensazione, fosse l’unica che rende una donna degna di farsi portatrice della vita.

I bambini capiscono, i bambini perdonano tutti i nostri sbagli, le scelte errate, gli schiaffi scappati non volendo e l’infanzia trascorsa a casa di mamma a Natale e casa di babbo con la nuova compagna il giorno dopo, ma non dimenticano e spesso accettano perché non hanno altra scelta. Non lasciamo loro altra scelta se non quel vassoio vuoto e qualche briciola d’amore da raccogliere.

Questo cosa dovrebbe insegnare loro? Che la felicità nella vita va inseguita ad ogni costo?

Quanto è costata la felicità di due donne che, per sentirsi madri degne, “alla pari”, hanno sborsato una cifra più o meno astronomica per condividere la gravidanza nata da uno dei loro ovuli e da uno spermatozoo senza nome? Quella cifra potremmo anche conoscerla e sono felice per loro se hanno potuto pagarla, ma qui, il prezzo più alto per questo lieto fine non saranno loro a saldarlo. 

E non parlo solo di coppie omo, di utero in affitto, ma anche di etero che approcciano la genitorialità per colmare un vuoto, dopo aver fatto tutto il resto si intende, aver perseguito sogni e carriere, quando ormai, insomma, la gravidanza non impiccia più e ne ho voglia, ma anche di quelli che prendono l’adozione come un supermercato: no handicap, no nero, no brasiliano. Questo non è diventare genitori, è solo ricerca della felicità, la nostra, non quella dei figli. Quella felicità che ci illudiamo di avere nel possesso: delle cose, dei bambini, anche della nostra vita perfettamente organizzata che segue le nostre aspettative e tabelle di marcia.

E io, dal profondo di quel vuoto di stomaco che sento forte e chiaro davanti a quel vassoio, mi sento di dire che no, scofanarsi l’ultima fetta di torta non ci rende più felici, neanche quando l’abbiamo tanto desiderata. Mai quanto riempono di gioia quelle manine appiccicose e quel sorriso sporco di cioccolata.

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