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Si scrive gravidanza condivisa, si legge eugenetica spinta

NEONATO, NUDO, NASCITA

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Annalisa Teggi - pubblicato il 15/11/18

È figlio di due donne, è stato fecondato in vitro, poi è passato dal grembo dell'una a quello dell'altra. Il tutto è costato poco più di 8 mila dollari.

Si chiama Stetson e ha cinque mesi, ma in tutta questa storia lui, in quanto bambino e persona, c’entra poco o nulla. È la ciliegina sulla torta, il prodotto confezionato e arrivato a destinazione secondo i desiderata dei committenti, anzi delle committenti. Siamo in Texas e di lui verrà detto: è il primo figlio nato da gravidanza condivisa.


FECONDAZIONE IN VITRO

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Apparentemente … ma in realtà?

Per far funzionare queste vicende come ideologia comanda, occorre usare le parole giuste. Giuste per essere ingannevoli, a dirla tutta. Partiamo dai fatti, poi dalla loro rilettura in chiave epicofraudolenta.

La signora Bliss Coulter ha 37 anni e vive in Texas con la sua compagna Ashleigh di 29, si sono sposate nel 2015. Bliss desiderava un figlio biologicamente suo, ma non desiderava portare avanti tutta una gravidanza. Ashleigh era più giovane e adatta a portare in grembo un figlio; entrambe però non volevano privarsi dell’esperienza di essere madre. A tutti questi desideri specifici, calibrati su misura sui propri gradimenti e sgradimenti, la scienza ha risposto a braccia aperte e anche a portafoglio aperto.

FECONDAZIONE IN VITRO
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Nel Centro per la medicina riproduttiva di Dallas è stata proposta alle due donne una procedura complicatissima che permetteva di soddisfare ogni loro richiesta e si chiama Reciprocal Effortless Ivf, cioé fecondazione in vitro condivisa senza sforzo. Cosa è accaduto passo per passo?

Bliss si è sottoposta a stimolazione ormonale, i suoi ovuli sono stati prelevati e inseriti insieme allo sperma del donatore all’interno di un dispositivo noto come InvoCell, una specie di capsula per il concepimento ideata per essere inserita nella vagina (a livello della cervice) della donna e promuovere la fecondazione. (da Ansa)

Una volta che la prima madre ha tenuto nella pancia per qualche giorno il figlio, lo ha passato alla pancia dell’altra mamma:

Dopo cinque giorni, il dispositivo è stato rimosso dal corpo di Bliss e gli embrioni (o, più correttamente, le blastocisti) migliori sono stati congelati in attesa che Ashleigh fosse pronta a accoglierli nel proprio utero. Dopo qualche giorno, sono venute a conoscenza che l’impianto aveva avuto successo e presto avrebbero avuto il loro bambino, che è nato il 4 giugno scorso, perfettamente sano. (da Wired)

Vorrei fermare un attimo il filo della narrazione per chiedere: come mai si tiene a specificare che è nato “perfettamente sano”? Per gongolare dei risultati artificiali eccellenti? O non si sottintende, forse, che se non fosse stato perfettamente sano questa notizia non esisterebbe, perché anche il bambino non esisterebbe più? Sarebbe stato scartato? Passano quasi non visti questi dettagli, come quell’accenno agli “embrioni migliori”.


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L’epilogo della vicenda si è concluso con una transazione andata a buon fine: il tutto è costato 8.500 dollari, che è addirittura la metà del costo di una fecondazione in vitro tradizionale.

Condividere, realizzare, essere speciale: raccontarsela così

“È un metodo rivoluzionario, più naturale e meno costoso della fecondazione artificiale” ecco le parole entusiaste del fondatore della clinica texana Kevin Doody, il quale ha anche aggiunto che un’altra coppia omosessuale – che ha voluto rimanere anonima – ha portato a casa la propria figlia, anch’essa in perfetta salute, concepita e nata con la medesima procedura.

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Come lanciare sul mercato una storia del genere, che parla di una dittatura del desiderio sempre più puntigliosa (voglio un figlio biologicamente mio, non voglio la gravidanza) e di una scienza sempre più spregiudicata nello speculare sulla vita? Sono state scelte parole adatte a confezionare una distorsione umana e visiva.

È sceso in campo l’asso della condivisione: non c’è concetto più accogliente, positivo, buono. La storia di Stetson viene diffusa urbi et orbi come il miracolo della maternità condivisa. È nato un bambino, in fondo. Che c’è di male? È nato nel modo in cui le madri lo desideravano. Non è fantastico? È stato realizzato un sogno, da una macchina medico scientifica sempre più all’avanguardia. Chissà di cosa saremo capaci domani? Stetson è un bambino davvero speciale.

Alcune parole possono mentire. Altre possono essere taciute.

E quando entrano in campo espressioni come “embrioni migliori” e “figlio perfettamente sano”, l’unica parola onesta da dire a voce alta è: eugenetica.


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Davvero Stetson avrà la percezione di essere frutto di un amore condiviso, quando verrà a sapere che è stato fecondato artificialmente, poi traghettato da un grembo all’altro? Nonostante tutti i fuochi artificiali della retorica, è facile smascherare l’inganno: il centro della scena è tutto delle madri e non della persona nata, che sempre più assomiglia a un prodotto confezionato da una filiera rispettosa di imposizioni man mano più ambiziose, specifiche, egocentriche.

A me la gravidanza, a te il travaglio

Ricordo perfettamente il giorno in cui, ridendo, ho detto a mio marito: “Dai, io l’ho portata nove mesi, il travaglio lo fai tu?“. Rise a sua volta; era uno di quei momenti, a fine gravidanza, in cui viene lo spauracchio del parto. Nell’ironia di quella battuta non avrei mai pensato di intravedere un’ipotesi realizzabile nella realtà. Neanche l’avrei voluto davvero.

Eppure accade; accade che si voglia far assomigliare la realtà alle fissazioni delle nostre voglie. Ne verrà fuori un mondo sempre più ristretto e ingabbiato, non più libero.

Quando vado al parco coi miei figli capita che i bambini litighino per un gioco. È facile vedere due fanciulle che si contendono una bambola e la tirano una da una parte e una dall’altra. È altrettanto facile sentire i genitori dire: “Condividi il tuo gioco! Ci gioca un po’ lei e poi ci giochi tu”.

BAMBINI, BAMBOLA, GIOCO
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Nel mondo dei giochi la parola condivisione può essere sinonimo di “un po’ mio e poi un po’ tuo“, perché è chi gioca il protagonista e non l’oggetto del gioco. Ma nell’ambito della famiglia il senso della condivisione si trasfigura proprio perché, nel caso dei figli, il bambino non è un oggetto e i genitori nel darlo al mondo non reclamano il ruolo di protagonisti, ma di collaboratori.

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