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La crisi demografica e quella ambientale hanno la stessa radice

BIRTH
Di Halfpoint - Shutterstock
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Il tasso di fecondità in Italia è di 1,29 figli per donna nel 2018 e la tendenza è a peggiorare. La nostra pessima performance si inserisce in una tendenza globale alla riduzione di nascite. Inganno supremo della cultura dominante è farci credere che i figli siano siti inquinanti, voci di spesa, fonti di emissioni dannose. Meglio programmare la propria morte, fino a che non si potrà evitarla, che incorrere nell’incognita di nuove nascite! Se non è suicidio questo…

La cultura diffusa è contro le nascite

Idolatri lo siamo già. Sarebbe molto meglio, per assurdo, se avessimo conservato un sano, primordiale paganesimo, piuttosto; un approccio alla vita un po’ più barbaro ma onesto dove cieli stellati visti all’aperto e non per mezzo di un’app ci incutessero ancora un salutare tremore, per la nostra piccolezza di fronte all’immensità della volta. Che all’aperto, in orizzonti larghi e senza inquinamento luminoso è una vera e propria volta. Chi lo sa per esperienza diretta?

Ma basterebbe avere il tempo e la mente sgombra per guardare un albero e spaventarsi o almeno sussultare: se non gli va troppo male continuerà ad aggiungere anelli ai suoi cerchi concentrici al passaggio delle stagioni ancora per diversi decenni e io me ne starò già morta sotto terra, nel regno delle ombre. Che orrore. Dovremmo provare questo tipo di orrore, naturale, e non quello del canale dedicato: american horror; ’80 horror, per esempio.

Un sincero stupore, grato, per la bellezza dei fiori che a primavera, cascasse il mondo ritornano (ma ora è a questo che ci fanno continuamente pensare: il mondo sta per cascare, ed è colpa tua e pure dei tuoi figli. Non vedi come consumano e quante emissioni dannose ci costano?)

I bucaneve, ad esempio. Non sono una traccia sufficiente per pensare che la natura è potente, inafferrabile e magica oltre che tremenda? O l’arcobaleno, accidenti a chi ne abusa come fosse solo roba sua. Perché non stiamo, ancora zuppi per un acquazzone che ci abbia sorpresi (ah, la piaga della previsioni del tempo!), a chiederci da dove nasca e perché e cosa sia venuto a dirci? Perché non ci sentiamo immersi in un grande cruciverba costruito proprio per noi e tutto da sciogliere?

Il capitalismo e il consumismo producono (e si nutrono di) idoli

Dovremmo tornare almeno pagani perché idolatri lo siamo già, sì le due cose spesso coincidono, ma vorrei solo riferirmi alla religiosità naturale, alle grandi domande di senso che ognuno trova in sé di fronte all’enormità della vita, se non vengono prematuramente soffocate. Il capitalismo nelle sue degenerazioni è idolatrico e dico noi in senso generale, non personale. Tutti i presenti si sentano esclusi. Eppure viviamo in questa società e il suo spirito ci investe, difficile restarne del tutto immuni. Più o meno complici, contribuiamo spesso a rinforzarlo (Oggi ho bisogno di una gratificazione, cosa mi compro?).

E da pagani, allora forse, potremmo incontrare per la prima volta o (la seconda, ma più nudi!) Cristo, che ci liberi dal peso insopportabile della morte, dalla schiavitù del male, prima che dall’inquinamento.

Se fossimo pagani, forse, i figli li faremmo ancora (c’era paradossalmente meno disperazione in quel tipo di mondo schiacciato dal Fato che nel nostro parco giochi delle libertà).

Invece non ne nascono, ne nascono pochi, se nascono non è tanto che nascano è che sono voluti, desiderati e in alcuni sempre più frequenti casi, prodotti.

Nascere è selvaggio e qui di selvaggio semmai c’è rimasta solo l’esperienza di un wild week end organizzato da un esperto di orienteering e sopravvivenza. O magari il sesso, può esserlo, sebbene sicuro e pagato il giusto, di sicuro concordato. O la sensazione che ti dà il tuo nuovo SUV guidato su strade sterrate, per goderti davvero l’inverno, quella pure può risultare selvaggia; là mentre ti distingui, con altri mille uguali a te, e lasci delega in banca che si paghino le rate del leasing.

L’imperativo assoluto del desiderio. No limits, figurati un bambino!

Siamo fedeli e devoti di una religione esigente; sulla prima tavola c’è inciso il comandamento del nostro desiderio, niente al di fuori di quello e tutto quello che esso impone. Ed è un idolo bulimico e irresponsabile, il desiderio.

Il problema è che chi ha “rubato” il futuro ai giovani non è in grado di restituirlo, perché sul banco degli imputati non c’è solo la generazione degli adulti, i figli del baby-boom o i loro predecessori, ma un’intera cultura e una visione del mondo. Ed è al confronto con questo ostacolo che sembrano riferirsi i richiami di  (Papa, Nd) Francesco, quando ad esempio parla di «una società spesso ebbra di consumo e di piacere, di abbondanza e lusso, di apparenza e narcisismo». (Avvenire)

Cosa intravvediamo nel nostro mondo secondo gli afflati di questa mistica distorta? Un orizzonte pressoché infinito da riempire di cose meravigliose da fare e avere. Come se la capacità inarrestabile di desiderare significasse dovere assoluto di possedere e provare. Fa impressione constatare invece quanta povertà anche economica ci sia, quanti ne siamo toccati in vari modi.

Perché dovrei dare spazio ad un figlio con una wish list ancora tutta da evadere?

La promessa di una vita intensa e ricca di cose, di esperienze, di libertà illimitata, può fermarsi di fronte al “limite” rappresentato da un bambino? (Ibidem)

Il comunismo mangiava i bambini e il consumismo anche, prosegue in questa ficcante analisi l’autore del pezzo citato.

I figli: a metà tra impiccio e bene di lusso

Dovremmo desiderare di meno allora? No, di più, meglio e non da soli.

Sto rivisitando in maniera a tratti inutilmente confusa una lettura davvero interessante del dramma sempre più  vicino a risolversi in tragedia della denatalità diffusa. Talmente diffusa che è planetaria. Ne parlava proprio ieri il quotidiano dei vescovi, con la voce di Massimo Calvi.

Non è un problema solo italiano, infatti, se persino l’Africa, percepita nell’immaginario comune come il continente della crescita demografica esponenziale e per questo minacciosa, sta mostrando una tendenza a ridurre sensibilmente la natalità. Idem per l‘India.

La tenaglia che ci stringe fino a stritolarci porta scritto da un lato “desidera e prendi tutto quel che vuoi”, dall’altro “il pianeta soffre dobbiamo essere di meno, non fare figli”.

Denatalità, tendenza planetaria: qual è la causa principale?

Mentre non è un neonato che porta nuove emissioni né la cura che gli dobbiamo ma l’insostenibilità di certi stili di vita. Le emissioni sono legate non tanto alla densità demografica quanto all’intensità produttiva al servizio di una certa parte di mondo che inoltra gli ordini. E tra i bambini non concepiti, spesso soppressi, ci sono gli unici possibili fattori X in grado di cambiare l’assetto del mondo. Ma in pochi li guardano ancora così, come dono  – anche se non riuscissero in nulla! – e non come benefit.

C’è un modo diverso di guardare ai figli, e lo si vede nel fatto che i tassi di fecondità sempre più ristretti stanno interessando sia i Paesi che concedono poco o nulla ai genitori, come gli Stati Uniti, sia quelli con politiche familiari avanzate, come nel Nord Europa. Le ragioni che giustificano il calo delle nascite sono moltissime, ma variano così tanto da sembrare delle scuse: da una parte è la mancanza di lavoro, dall’altra la carenza di nidi, da una parte è la secolarizzazione, dall’altra l’abitudine ai maxi-sussidi, da una parte sono i bassi tassi di occupazione femminile o l’eccessiva disparità di genere, dall’altra i ritmi di lavoro esagerati.

Allora, dove sta la radice del problema se i rami sono tanto divaricati?

l’economista filosofo Luigino Bruni, editorialista di questo giornale, invita seriamente a riflettere sulla «devastazione umana e sociale prodotta dalla cultura-religione-idolatria» rappresentata dal capitalismo. Sotto accusa è la società dell’iper-consumo, un sistema economico e culturale che nel suo franare sembra travolgere tutto, anche gli ultimi scampoli di umanità. Sul New York Times, in una lunga analisi dal titolo emblematico, The end of babies, “La fine dei bambini”, Anna Luoie Sussman individua una possibile via d’uscita: «Il primo passo è rinunciare all’individualismo celebrato dal capitalismo e riconoscere l’interdipendenza che è essenziale per la sopravvivenza a lungo termine». (Ibidem)

Ogni religione esige i suoi sacrifici. E quelli umani non sono finiti: l’individualismo “sacrifica” i figli

L’individualismo, infatti, esige devozione e celebrazioni più o meno solenni. Non è solo un pensiero, ha i suoi dogmi e i suoi sacerdoti.

Di sicuro c’è poco interesse da parte di chi trae il maggiore guadagno dall’iper-consumo a svelare l’inganno. Anzi in mano loro sono anche i mezzi per continuare a raccontare la stessa storia, a tramandare gli stessi miti fondanti: finché credo che per sentirmi felice in una casa mi servono arredi nuovi e non mi accorgo che invece ciò che vorrei tanto è la gioia vera che recita quella famiglia sul catalogo Ikea, continuerò a comprare. O almeno a darmi da fare per potermelo permettere. E non significa affatto che non serva decoro, bellezza e anche del meraviglioso superfluo. Non bisogna essere sciatti per riscoprire l’essenziale.

Siamo come intrappolati nella rete del desiderio, in esso pure il nostro vero io è soffocato, c’è soltanto l’ego e gli ego si assomigliano tutti tra loro. Il desiderio poi ci mette un attimo a diventare “comportamento d’acquisto”. Tutto può diventarlo, persino l’avere un figlio.

La cultura che ha trasformato tutto in merce, che ha reso i figli una conquista individuale, un trofeo di cui andare fieri, un prodotto acquistabile, qualcosa che non è più concesso nemmeno ai poveri e che invece riguarda una ristretta cerchia di ambiti in cui lo sviluppo, le opportunità e la qualità della vita sono al massimo, è diventata anche una società che non trova la forza di riprodursi, pur se ne percepisce ancora il desiderio. (Ib)

In tempi non troppo lontani potremmo ritrovarci un Isee (se ci sarà ancora stato sociale) che si alza all’aumentare del numero dei figli: sono beni e sono di lusso, se va loro bene, altrimenti sono disgrazie planetarie. Vizi privati che paghiamo tutti, che persino l’atmosfera patisce.

Il capolavoro ultimo di questo Grande Inganno collettivo è il tentativo di far apparire i figli come una delle cause della crisi ambientale (Ibidem).

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