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Padre Maurizio Botta: “Io sono stanco della parola Vangelo!” (VIDEO)

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Ecco la prima catechesi del mattino di sabato 19 ottobre scorso, a San Paolo Fuori le Mura. E’ di Padre Maurizio, Vice parroco a Santa Maria in Vallicella, Prefetto dell’Oratorio secolare San Filippo Neri, da alcuni anni collabora anche con l’Ufficio catechistico della Diocesi di Roma. E’ un sacerdote e la prima cosa che colpisce di lui è la sua totale identificazione con il suo ministero. Come fa allora a non sopportare la parola Vangelo? Sentitelo dalla sua stessa voce.

Grazie alla registrazione audio e video e al montaggio a cura del blog di Costanza Miriano effettuato solo pochi giorni dopo il secondo capitolo generale del Monastero WiFi possiamo ascoltare per intero e con calma (la nostra, perché lui, vedrete, freme!) la prima catechesi del mattino di sabato 19 ottobre, tenuta da Padre Maurizio Botta.

Ero presente anche io quella mattina, ma troppo tesa a seguire la nostra diretta, che ha subìto nostro malgrado qualche cedimento a causa della connessione non sempre stabile, per potermi dedicare all’ascolto attento di quel che Padre Maurizio diceva.

Leggi anche: Cosa ci portiamo a casa dal secondo capitolo del Monastero WiFi?

Ne avevo comunque già ricavato un’impressione di cosa vera e stonata rispetto alla solita prosodia da sermone edificante e in perfetto accordo con quello di cui il nostro cuore malato ha bisogno, pur spesso rifiutandolo o fregandosene.

Se sentite ancora qualche disturbo sonoro è da imputarsi semplicemente all’intensità di declamazione, all’energia con la quale il sacerdote (che pure si trattiene, ci dirà!) ci richiama alla cosa centrale. Che non è il Vangelo! O peggio “l’Evangelo”.

Non, almeno, il Vangelo come di solito ci viene propinato. Un titolo senza testo a seguire, un annuncio senza contenuto, dei valori senza la Persona da cui discendono e che rispetto ad Essa sono assolutamente, drammaticamente secondari. Una buona novella mai detta. Qual’è allora questa notizia?

Ma soprattutto, ci interessa conoscerla? Perché, a prestare attenzione alle cose che pensiamo di sapere a memoria e che abbiamo schiacciato sotto decenni di commenti edificanti su come ci dovremmo comportare, Cristo nei vangeli dice delle enormità per le quali potrebbe servire un defibrillatore a portata di mano.

Ma come, le parabole? Potremmo dire tra noi e noi, se Padre Maurizio non esplicitasse il nostro pensiero, rimasto implicito più per la vergogna che per buona educazione. Ancora? Le sappiamo già dai. Sono quei racconti animati, tutti metafore e “come se”, quelli che nei secoli abbiamo piegato alle più funamboliche considerazioni talmente a latere da non avere alla fine quasi più nulla a che vedere con Cristo vivo e presente qui e ora, con ciò che pensa ora, che gli preme ora? Quei racconti dai titoli tutti elisioni, troncamenti e particelle eufoniche, seguiti da diminutivi e vezzeggiativi? Buon seminatore, figliuol prodigo, buon samaritano, pecorella smarrita, etc.

Queste considerazioni sono mie, non c’entra Padre Maurizio. Scusatemi, mi sono lasciata infiammare a mia volta.

L’accento sulla Parola di Dio che era chiamato a mettere era sulla Parola seminata, la Parola che come seme, nasce; e allora sì, ci è toccata proprio la Parabola del seminatore. Ma cosa dice davvero? Davvero davvero?

Ecco un’avvertenza che è anche denuncia che personalmente non vedevo l’ora di sentire: per accostare il vangelo non bisogna essere degli esperti, basta prenderlo in mano con lealtà.

Il centro della predicazione di Gesù  è chiarissimo, lo si coglie subito.

Non lasciamoci imbesuire da quelli che “devi aver studiato e molto per poter accostare il vangelo”. Pensiamoci: Cristo, che è venuto per i malati che si presume non siano in formissima per estenuanti maratone esegetiche, avrebbe detto cose per soli addetti ai lavori? Per le quali sarebbe stato necessario consultare “gli esperti”, i soliti con il badge per accedere alla zona off limits?

No.

Parlando di parola che nasce, di ascolto della parola di Dio tutti, istintivamente e giustamente, pensano alla parabola del seminatore. E tutti pensiamo di conoscerla. Tutti noi, fedeli con qualche anzianità di servizio, crediamo di sapere già. Succede esattamente così anche a chi ci sta offrendo di nuovo questo brano evangelico. Ci dice di stare tranquilli, che quel malessere, quella noia, quasi un rifiuto è normale. Siamo fatti così.

Leggi anche: Il tema del Monastero Wi-Fi del 19 ottobre? La Parola di Dio!

“Ma se uno è appassionato di colui che parla, allora è attento ai dettagli di quello che dice”, aggiunge subito. Ed è pieno di dettagli, questa parabola è presente in tutti i sinottici e, continua Padre Maurizio, “mi pare che questi dettagli siano invece snobbati”. La cosa gli causa sincera sofferenza. Vedete?

Eppure è Gesù stesso che dice, a chiare lettere attraverso l’evangelista, il perché usi proprio le parabole.

Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta:
Aprirò la mia bocca in parabole,
proclamerò cose nascoste
fin dalla fondazione del mondo. (Mt, 13, 33-34)

Siamo sempre in Matteo, nello stesso capitolo della parabola del seminatore.

Gesù sta dicendo cose che non sono mai state dette da quando il mondo esiste per svelarci chi è Dio. Non c’è peggior sordo di chi è sicuro di stare ascoltando e di averlo già fatto decine di volte. Invece, come mai non saltiamo sulla sedia e non ci facciamo tatuare le parabole sulle braccia, la faccia, le mani? Da quando Cristo ha iniziato a predicare siamo tutti potenzialmente in possesso dei segreti della creazione, del senso del nostro esistere e della nostra salvezza. Interessa?

Vi lascio il gusto dell’ascolto dalla viva voce (mai espressione fu più letterale) del sacerdote romano d’adozione, prefetto dell’Oratorio secolare San Filippo Neri; quello che dirà sarà proprio sull’importanza della qualità del nostro ascolto. A quella alludono i sassi, la polvere, i rovi e la terra buona.

Vi riferisco solo il motivo, in parte già accennato, del nostro titolo così provocatorio. Non è provocatorio è proprio così che dice Padre Maurizio:

Io sono stanco di una parola: io sono stanco della parola vangelo, non ne posso più della parola vangelo.

I motivi? La censura parziale, quindi più insidiosa, delle parole di Cristo. Non ci basta il titolo, non ci basta la premessa, è un annuncio vuoto se ci si ferma alla buona novella senza mai dettagliarla. Ci viene l’ulcera: lo stomaco si prepara, attende il pasto succulento e questo non arriva mai.  Queste immagini sono mie.

Se non si definisce ma il contenuto di questa buona notizia è solo un annunzio vuoto, anzi odioso e fastidioso.

Immaginiamo uno che arriva e continua a dirci che ha una buona notizia, proprio una buona notizia. Non sbotteremmo anche noi nella domanda: Ma me la vuoi dire la buona notizia qual è? Qual è ‘sto Vangelo? Cos’è questa buona notizia? Dimmelo!

(vi consiglio, a questo punto della registrazione, di giocare con il volume e i toni, a tutela dei vostri timpani)

Cosa annuncia quindi Cristo fin dall’inaugurazione della sua vita pubblica? Il regno, la buona novella del regno di Dio. Lo dice di continuo; e Padre Maurizio cita diversi passi, presi da tutti i Vangeli: “l’annuncio del Regno,  annunciando il vangelo del regno; questo vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo perché ne sarà data testimonianza a tutti i popoli. E’ necessario che annunci la buona notizia del regno di Dio. Andava per città e villaggi annunciando la buona notizia del regno di Dio”.

Un’altra cosa magnifica che credo possa confortare tanti è questa: senza il Regno di Dio, cioè il fatto che Dio regni nella storia, nella vita di uomini e donne, nella mia, faremmo bene ad essere come minimo depressi. Di cosa dovrebbe nutrirsi, senza questa realtà, la nostra speranza ridotta ad estenuante ottimismo? Saremmo come quelli che scrivono le carte dei valori aziendali che si inventano giochi, immagini, slogan, per continuare a motivare il personale. Faremmo così col nostro cuore, continuamente pungolato ad andare avanti, dai dai, su su, coraggio, sforzati. No, così non funziona. Se funziona è quasi peggio, si potrebbe dire. Perché non si arriva all’ossatura nuda della nostra esistenza: cosa mai può renderla davvero felice? L’uomo, le sue aspirazioni, i suoi sforzi?

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