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Spiritualità

Il tuo Dio è un tappabuchi? Non è come credi

PRAYING

Di WAYHOME studio - Shutterstock

Don Francesco Cosentino | Mon Oct 07 2019

Prima puntata di un percorso alla scoperta di quelle immagini di Dio parziali, confuse, distorte, perfino negative al punto di generare nel nostro cuore un senso di oppressione

In quale Dio crediamo?Siamo sicuri che la nostra immagine di Dio rifletta quella che Gesù ci ha voluto presentare e ci annuncia nel Vangelo? Molte persone hanno immagini di Dio parziali, confuse, distorte, perfino negative al punto di generare un senso di oppressione. Se per molti oggi la fede è diventata impossibile o si è ridotta a una stanca e noiosa abitudine, ciò non deriva principalmente per motivi “esterni” a noi, ma dal fatto che spesso il Dio che crediamo non è affatto quello che Gesù e i Vangeli ci rivelano. È una sua caricatura.

Quale Dio continuare a credere?

Ci sono persone che, durante l’infanzia o a motivo dei linguaggi e delle pratiche religiose ed ecclesiali, hanno un’immagine di Dio rigida, oppressiva e soffocante, tanto da aver abbracciato una religiosità fondata sulla paura o sul senso di colpa, con non pochi risvolti di natura psicologica. Dinanzi alla loro storia ferita e al fraintendimento di Dio, dobbiamo chiederci: Quale Dio continuare a credere?

Per rispondere a questa domanda ho pubblicato di recente un libro intitolato “Non è quel che credi. Liberarsi dalle false immagini di Dio”. Nel libro analizzo cinque immagini negative di Dio, per iniziare un vero e proprio cammino di guarigione e di purificazione.

Il Dio tappabuchi

La prima immagine è quella del Dio tappabuchi. Si tratta di un Dio ideale, sul quale proiettiamo i nostri desideri e bisogni. Quando la vita quotidiana diventa insopportabile e ci sentiamo appesantiti non solo dai problemi, ma anche da piccole e grandi scelte che dobbiamo compiere, è comodo rifugiarsi in un Dio che, dall’alto, mi risolve i problemi. In tal senso, Egli è Colui che viene a “tappare i buchi” che non sono in grado di coprire da solo. La spiritualità, allora, non mi serve ad affrontare con coraggio e responsabilità le sfide della vita, ma, al contrario, è una scorciatoia, un modo per fuggire le questioni del vivere, un comodo rifugio che mi rende passivo.

Chi vive secondo questa immagine di Dio tende ad avere una ricerca spirituale ansiogena dove anche la preghiera, come in un rito magico, serve solo a invocare Dio perché intervenga dove la mia vita ha delle falle. Alcune persone che coltivano questa immagine, in realtà evitano se stessi e non si assumono mai, in prima persona e in modo adulto, il rischio della vita. “Tappabuchi” è il nome che il teologo protestante Bonhoeffer ha dato proprio a questo Dio invocato “ai limiti della conoscenza”, quando magari per pigrizia le forze umane vengono a mancare.

Generalmente, le persone che interiorizzano questa immagine di Dio hanno bassa autostima, insicurezza, poca fiducia in sé, poca capacità di affrontare da soli le cose della vita. Prima o poi succede che Dio non risolve questo o quel problema come io speravo: allora l’immagine del tappabuchi si frantuma e la delusione può essere grande.

Non fuggire le proprie responsabilità

Credere in Dio significa certamente affidarsi e credere che la mia storia e quella dell’umanità è saldamente nelle mani di un Dio buono, misericordioso, che ha cura di noi. Tuttavia, ciò non significa fuggire dalla vita e dalle responsabilità, ma, al contrario, cercare di capire quale strada Dio mi indica perché io possa affrontare le situazioni che si presentano sul mio cammino.

La prima pagina della Bibbia, che si apre col racconto della creazione, è un primo invito a purificare questa immagine del Dio tappabuchi; siamo amati da Dio perché proveniamo da Lui e, come Creatore, Egli ha soffiato un alito di vita nelle nostre narici, cosicché qualunque cosa accada e in qualunque situazione ci troviamo, noi sappiamo che la nostra esistenza è nelle mani del Signore. Ma, allo stesso tempo, dopo aver creato l’uomo – afferma la Genesi – Dio lo pose nel giardino e glielo affidò perché lo custodisse. Siamo creati e accompagnati da Dio, ma è compito nostro cooperare a questo progetto e prenderci cura in prima persona del giardino della nostra anima, della nostra vita e del nostro mondo.

Nella sua predicazione, Gesù fa spesso riferimento al fatto che dall’amore del Padre abbiamo ricevuto dei talenti e dei doni, ma questi ci sono affidati proprio perché, con sapienza e senso di responsabilità, li facciamo trafficare e moltiplicare. Così come a noi è stata affidata la bellissima vigna del Signore e siamo stati chiamati a essere suoi operai; ma se mangiamo, beviamo, maltrattiamo gli altri e ci impossessiamo dei doni di Dio senza essere vigilanti e attenti al suo ritorno, perderemo tutto.

L’immagine del Dio tappabuchi rischia di farci diventare persone timorose, deboli, incapaci di reagire alle sfide della vita. Ma la fede cristiana, invece, annuncia che Dio è con noi, non per risolverci i problemi dall’alto, ma per donarci la luce dello Spirito e la forza di abbracciare in profondità il mistero della nostra esistenza.

Nei giorni successivi pubblicheremo altre quattro puntate sulle false immagini di Dio.

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Francesco Cosentino, sacerdote calabrese, è docente di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana e officiale della Congregazione per il clero. Tra le sue pubblicazioni recenti: Immaginare Dio. Provocazioni postmoderne al cristianesimo (Cittadella, 2010); Il Dio in cammino. La rivelazione di Dio tra dono e chiamata (Tau, 2011); Sui sentieri di Dio. Mappe della nuova evangelizzazione (San Paolo, 2012); Incredulità (Cittadella, 2017).

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