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Torniamo a essere femmine, anche per il bene dei maschi!

young beautiful mother

By Anna Kraynova/Shutterstock

Rachele Sagramoso - pubblicato il 08/08/19

Appiattire le differenze tra uomo e donna toglie valore alla femminilità e alla maternità. La madre e il padre sono necessari perché differenti! La politica e la cultura debbono andare in questa direzione, ma se non lo fanno, facciamolo noi. Capovolgiamo la storia!

Da ogni parte mi spuntano discorsi che inneggiano alla parità tra la figura materna e quella paterna. Sostanzialmente si cerca di perorare la causa del fatto che un neonato/bambino (prendiamo una fascia d’età delicata come quella che va dalla fine della gestazione ai primi tre anni di vita) deve poter essere allevato in egual misura da una madre e da un padre. Questa parità, si dice, deve essere promossa per abbattere anche i pregiudizi di genere che portano inevitabilmente a disuguaglianze sociali nei ruoli paterno e materno (ovviamente quello svantaggiato è spesso quello materno, ma c’è anche chi afferma il contrario). Disuguaglianze che dovrebbero essere abbattute poiché la conformazione famigliare e le leggi di mercato provocano, nella vita della donna, tutta una serie di conseguenze che minano la sua libertà e la costringono dentro una rete stretta che poi le fanno venir voglia di affermare che sarebbe stato meglio non essere diventata madre. Dicono alcuni.

Di per sé non sarebbe sbagliato presupporre che madri e padri dovrebbero potersi occupare dei bambini entrambi, dovrebbero poter ricevere lo stesso compenso economico, dovrebbero avere medesima uguaglianza politica, tuttavia mi chiedo se, di nuovo, appiattire le differenze tra le prerogative di donna e uomo, non sia svalutare la femminilità e la maternità.

È la donna che accoglie la vita e la nutre (per lo meno i primi sei mesi: minimo sindacale di un allattamento): non vorrei al solito rivelare grandi segreti di Stato, ma la conformazione fisica (endocrina e neurologica) della donna le dona la propensione alla gestazione e alla maternità in generale (biologica, adottiva, spirituale). Ecco perché una donna che mostra sintomi d’infertilità potrebbe essere malata e andrebbe curata in modo sistemico e non solo ginecologico (visione delle Naprotecnologie). Infatti la moda delle modelle magrissime e pressoché androgine fa abbastanza ribrezzo ed è misoginia chiara ed evidente: la cancellazione della donna potenzialmente madre è dannosa perché manifesta apertamente l’annullamento proprio della bellezza di un corpo predisposto all’accoglimento di una o più vite, e per il messaggio alle giovani donne.




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Possedere un corpo che accoglie e nutre la vita, significa vivere la consapevolezza che si possiede un ciclo uterino che distingue la donna dall’uomo: mera biologia e basta? No, poiché le crescenti forme di “controllo delle nascite”, progettate perché le donne possano essere uguali agli uomini (anche nelle espressioni dell’erotismo e della genitalità, oltre che nel modo di affrontare il mondo del lavoro) senza preoccuparsi di gravidanze “indesiderate” (le donne possiedono ovociti con 23 cromosomi, gli uomini possiedono spermatozoi con 23 cromosomi: lo scopo lo conosciamo, ma a molti risulta difficile ancora comprenderlo) o allattamenti (si pensi all’aggressivo marketing dei sostituti del latte materno e alle “incompetenze generazionali” dei pediatri e delle ostetriche âgée), dipendono dalla censura delle differenze tra uomo e donna. Dipendono dal fatto che una parte cospicua di Sanità, composta da operatori sanitari che si autodefiniscono spesso femministi (rovinando una categoria che grazie alla guerra contro l’utero in affitto e alle Feminists for Life ho rivalutato), in realtà gioca con la maglia della misoginia.

Spingere la donna, soprattutto giovane, a non essere consapevole della bellezza del proprio ciclo uterino, a non aver rispetto del proprio corpo e alla cura di questo, evidentemente non procura visibilità politica e, soprattutto, non vende. Non vende e mette la salute delle donne nelle mani di chi può decidere per loro: per inculcare la delega all’esperto (all’operatore che poi detiene la conoscenza nei confronti di tutti gli aspetti della vita della donna e verso il quale la donna è poi costretta a delegare in tutto è per tutto, dalla contraccezione alla cura del bambino) e trasmettere insicurezza verso se stesse, ci vuole tempo. Ecco perché iniziare subito. No, ancora prima del periodo della pillola (che volentieri viene somministrata con il menarca): si comincia alle primarie con l’educazione sessuale che viene proposta a scuola. Si insegna che uomini e donne sono uguali, informazione che è una falsità assoluta in quanto la biologia piega la cultura come un ramoscello di vimini.




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La violenza di genere (maschi vs femmine e femmine vs maschi) e il bullismo, che sono terribili, sono frutto anche di questa osannata parità: non viene sottolineato che la parità è nei doveri e nei diritti, ma in modi e tempi differenti, viene semplicemente detto che siamo tutti uguali e che tutti possiamo fare le stesse cose (specialmente lavorare, ossia consumare). Questo è per lo meno ontologicamente falso. Ma perché le scuole si ergono a educatrici? Perché la cultura e la politica hanno deciso che la donna e l’uomo sono uguali, perché è fondamentale che entrambi lavorino, perché la famiglia deve essere composta da conviventi spesso intercambiabili, perché non deve esserci il nucleo famigliare. Tuttavia la cosa è sfuggita di mano. Bullismo, violenza di genere, aggressività generica, precocità sessuale, depressione adolescenziale, droga e una grande ignoranza: perché sussistono queste realtà? Con tutti i bei progetti nelle scuole, i giovani dovrebbero essere quasi santi… E invece non lo sono. Il fatto è che i figli vanno seguiti, mentre invece i genitori lavorano, sono spesso occupati in faccende di cuore personali, e non hanno molto tempo da dedicare loro.


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Se le donne fossero riconosciute come educatrici perfette per i loro figli (ruolo meraviglioso e che da soddisfazioni magnifiche), si riterrebbero persone di valore estremo per la società (lo Stato “riconosce il valore sociale della maternità”, afferma la L.194) e non si sentirebbero costantemente messe in discussione perchè, paragonate agli uomini, “producono” meno (con tutto il dovuto rispetto e tanto amore, in una sala parto posso garantire che l’uomo può essere il Presidente del CDA dell’Universo, ma la donna mette al mondo una persona: “gli spiccia casa” -come dice la mia amica di Roma (una a caso)- al Presidente).

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donnemaschi e femminematernità
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