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È forse questo il motivo per cui Dio a volte permette che le nostre ferite restino aperte?

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Arvitalyaa | Shutterstock

Meg Hunter-Kilmer - pubblicato il 09/07/19

Fortunatamente per noi, il perdono non è un sentimento, ma perché Dio non elimina il nostro senso di rabbia e dolore?

Nella vita cristiana, il perdono non è opzionale. Ci impegniamo a perdonare ogni volta che recitiamo il Padre Nostro, l’unica preghiera che Gesù ha insegnato al suo popolo. “E rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. La maggior parte di noi, ad essere onesti, trova una prospettiva del genere terrificante. Cosa potrebbe mai accadermi se Dio, nella sua misericordia, decidesse di perdonarmi solo se perdono pienamente chi odio?

Fortunatamente per noi, il perdono non è un sentimento. Il perdono è una scelta. Il perdono è il rifiuto di definire un’altra persona in base al suo peccato, una preghiera perché Dio ci doni un cuore misericordioso ogni volta che tendiamo a elencare le mancanze altrui.

La maggior parte di noi sa che il perdono è una decisione che possiamo dover prendere continuamente, ma può essere scoraggiante scoprire che dopo decenni in cui si cerca di amare con Gesù un certo nome susciti ancora sentimenti di rabbia, vergogna e vendetta.

Forse anche questo è un prodotto della misericordia di Dio.

Sarebbe ovviamente ben più piacevole se l’atto di perdono fosse accompagnato da una liberazione assoluta da tutte le emozioni negative e da una guarigione da tutti i ricordi dolorosi, ma se Dio sceglie di non operare in questo modo dev’essere per il nostro bene: “Tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio”, ci dice San Paolo (Rom 8, 28), e allora le azioni interiori di un cuore che si arrende a Dio devono essere sicuramente un risultato della sua grazia. Ma quale bene potrebbe mai derivare dai sentimenti di rabbia, dolore e tradimento che si rivangano continuamente, a volte per tutta una vita?

Il Catechismo lo spiega così:

“Non è in nostro potere non sentire più e dimenticare l’offesa; ma il cuore che si offre allo Spirito Santo tramuta la ferita in compassione e purifica la memoria trasformando l’offesa in intercessione” (CCC 2843).

Queste ultime parole, tanto facili da non rispettare, possono cambiare la vita se le prendiamo a cuore. Il perdono, ci viene detto, non cambia necessariamente la nostra memoria o le nostre emozioni. Il perdono trasforma il dolore in intercessione.

Il cuore che anela a perdonare si può spesso trovare a ricordare offese passate. Piuttosto che covare risentimento per queste offese o scoraggiarsi per la rabbia che si prova, però, un cristiano prende quel dolore e lo offre come intercessione per chi lo ha offeso.

È il miracolo del perdono: non ci fa sentire bene riguardo a un trauma del passato o felici di trascorrere del tempo con un ex nemico, ma trasforma la nostra sofferenza in preghiera, un atto eroico di supplica a favore di chi ci ha ferito.

E se fosse questo il motivo per cui Dio a volte permette che anche le ferite più piccole restino aperte, per poter diventare strumenti della salvezza di coloro che vorremmo odiare? In questo modo il nostro cuore potrebbe gradualmente guarire dall’odio venendo offerto ogni giorno – ogni ora – come sacrificio vivente per l’ultima persona al mondo che vorremmo vedere salvata, così da poter gioire se un giorno ci dovessimo incontrare nella gloria.

Nell’economia di Dio nulla viene sprecato. Il diavolo vuole convincerci che i nostri sentimenti negativi sono mancanza di perdono, prova che noi stessi non siamo perdonati, siamo indegni di misericordia, incapaci di essere salvati. E se invece di credere a queste bugie prendessimo quei momenti di amarezza, vergogna, rabbia e dolore e li trasformassimo in intercessione?

Quando ricordiamo un attacco, una bugia o un tradimento, approfittiamo di quell’opportunità per pregare (anche se a denti stretti): “Gesù, effondi il tuo sangue su chi mi ha ferito. Rendilo un grande santo. Donagli un cuore che aneli a te. Donagli la gioia di conoscerti. E aiutami a perdonare”.

Alla fine, questa preghiera che “trasforma l’offesa in compassione e purifica la memoria trasformando il dolore in intercessione” potrebbe rendere santi anche noi.

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