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L’Islam turco in Europa: attivismo politico e conflitti interni

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Da quando l’AKP ha preso il potere in Turchia, la presidenza degli Affari religiosi di Ankara è diventata allo stesso tempo uno strumento di influenza politica e un interlocutore privilegiato degli Stati europei

di Samim Akgönül

A partire dagli anni ’90, coloro che in Europa si identificano come “turchi” o che sono identificati come tali dall’opinione pubblica (non sempre si tratta degli stessi individui o gruppi) sono diventati più visibili, non solo fisicamente attraverso moschee e associazioni, ma anche socio-politicamente, attraverso un attivismo chiaramente identificabile e un entrismo talvolta preoccupante. Così, dal momento in cui l’Islam politico è salito al potere in Turchia nel 2002, e ancora di più da quando nel 2010 ha iniziato a controllarne tutte le leve, “l’Islam turco” cerca di svolgere il ruolo di “leader” dei musulmani europei, attraverso mezzi diversi e contraddittori, ma sempre saldamente collegati alle questioni interne turche. Quanto accade in Turchia a livello politico, sociologico o identitario influisce direttamente sulle periferie di Colonia, Strasburgo, Bruxelles o Amsterdam, così come sulle regioni della Grecia, della Bulgaria e del Kosovo in cui si trovano delle minoranze. Quest’articolo cercherà innanzitutto di chiarire alcuni concetti e stereotipi che riguardano il tema dei “turchi in Europa”, quindi analizzerà gli attori e i promotori dell’Islam turco in Europaoccidentale e orientale per poi terminare con un approfondimento sul conflitto in corso tra “l’Islam ufficiale” e il movimento Gülen.

Chi sono in turchi che vivono in Europa

Quando si analizza l’Islam turco in Europa, bisogna prima di tutto chiarire il contesto geografico e, di conseguenza, quello storico e politico a cui ci riferiamo. L’Islam turco in Europa assume infatti significati diversi a seconda delle diverse zone del continente. Possiamo così distinguere principalmente tre tipi di comunità.

In Europa occidentale, specialmente in Germania, Austria, Francia, Svizzera, Belgio e Olanda, i turchi sono soprattutto immigrati o discendenti di immigrati nati in questi Paesi. Il loro attaccamento alla Turchia è riconducile sia al nazionalismo che alla religione. Sono organizzati e controllati dalle autorità turche, sono fedeli agli interessi della Turchia e costituiscono perciò una diaspora o, almeno, presentano riflessi e comportamenti di una diaspora. L’autorità centrale turca li vede allo stesso tempo come una comunità che rischia l’assimilazione e come una potenziale lobby che opera a favore della Turchia. Soprattutto le generazioni che sono nate, cresciute, sono state educate e socializzate in questi Paesi occidentali sono oggetto di politiche specifiche sia da parte degli Stati “ospitanti”, che hanno lo scopo di integrarli, sia della madrepatria, che vuole mantenere o ricostruire la loro lealtà alla Turchia. Formano un gruppo ampio e variegato, stimato tra i quattro e i cinque milioni di individui.

In Europa orientale, soprattutto nei Paesi balcanici, le minoranze turche sono un’eredità dell’Impero ottomano, e si trovano principalmente in Bulgaria (circa un milione), Grecia (circa 150.000) e più marginalmente in altre zone dell’ex-Jugoslavia, come Kosovo, Macedonia e Montenegro. A partire dagli anni ’90, queste minoranze sono tornate a essere oggetto dell’attenzione turca e, dal 2010, di una politica aggressiva, nel contesto del neo-ottomanesimo superficialmente sviluppato da Ankara.

CONTINUA A LEGGERE QUI L’ARTICOLO DI “OASIS”

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