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Maria Rosaria e Giovanni: l'infertilità è stata una ferita ma Dio ci ha donato la fecondità!

Maria Rosaria e Giovanni Gentili

Silvia Lucchetti - pubblicato il 18/05/19

Il diario di bordo del viaggio Italia-Colombia della seconda adozione di una coppia di sposi che non ha maledetto la propria storia ma si è lasciata guidare da Dio.

“Un rapper alieno è atterrato nella nostra famiglia. Diario sincero di un’adozione internazionale” (Tau edizioni) di Maria Rosaria Fiorelli e Giovanni Gentili è un libro emozionante che mescola drammaticità, simpatia, gioia, paura, amore e fede. Ogni pagina raccoglie una lode a Dio, una preghiera di aiuto e di affidamento, perché Maria Rosaria e Giovanni hanno capito che la vera felicità è una: fare la volontà del Padre. Il libro raccoglie il diario di bordo del viaggio Italia-Colombia della seconda adozione di questa coppia di sposi che non ha maledetto la propria storia quando, dopo il matrimonio, ha sperimentato il buio dell’infertilitàsine causa, ma si è lasciata scombussolare e guidare da Dio con umiltà e pazienza abbandonando i propri piani per conoscere quelli inaspettati e bellissimi del Signore. Pagine intense che narrano in presa diretta l’avventura vissuta dalla famiglia Gentili, mamma, papà e Nicola (il primo figlio adottivo) per andare a conoscere Julio.

Ho avuto il piacere di intervistare Maria Rosaria partendo dalle emozioni e dalle intuizioni spirituali che sono seguite alla scoperta dell’infertilità.

Nel libro ad un certo punto scrivi:

L’infertilità è stata una ferita che, come ogni taglio, è venuta a rompere qualcosa, ha spezzato i nostri progetti, ci ha messo di fronte ad una resa: la necessità di consegnarli ad un Altro.
Non erano più nostri. Così, scopri che la fecondità è molto di più della fertilità, perché, se è vero che la vita non passa dal tuo corpo, passa, tuttavia, dalla tua coppia, da quel “sì” pronunciato all’inizio e si nutre di tanti altri “sì” fino al punto che l’amore trabocchi nella possibilità di donarsi agli altri, ad un altro, ad un figlio.

Come avete reagito inizialmente alla scoperta di essere una coppia infertile?

L’infertilità per noi è stata una scoperta inattesa, perché non lo sapevamo prima di sposarci, e così dopo il matrimonio abbiamo aperto i cantieri e ci siamo trovati di fronte questa realtà. Nel tempo abbiamo realizzato che era un dato di natura, e non era né l’unica né l’ultima parola sulla nostra storia di sposi e di genitori. L’infertilità non è stata per noi solo uno stato fisico, ma qualcosa che ci ha coinvolti come coppia, e come uomo e donna singolarmente e in modo diverso. Mio marito ha rischiato di sovrapporre il concetto di virilità, di forza e di potenza con la sua infertilità: sentiva minata la sua sicurezza, il suo ruolo nella nostra famiglia. Io guardavo le donne come fossero tutte grandi uteri, pensavo che tutte avrebbero potuto dare la vita tranne me, e mi dicevo: “prima o poi Giovanni guarderà un’altra”. Anche se non ero io la causa della nostra infertilità mi capitava di pensarlo. Come coppia invece abbiamo dovuto rivalutare tutto, ci siamo sposati con un progetto, con un sogno, e poi davanti a questa situazione abbiamo dovuto ripensarlo. Avevamo le nostre idee, le nostre aspettative, abbiamo dovuto immaginarle di nuovo perché il Signore ne aveva altre, aveva pensato per noi la genitorialità ma in un altro modo.




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Qual è stato il momento più doloroso?

C’è un evento che io ricordo veramente con dolore quando nel 2013 – avevamo già Nicola con noi, ma desideravamo un altro figlio – facemmo un pellegrinaggio per famiglie in Terra Santa, e giunti alla grotta dell’Annunciazione ci fecero meditare il passo di Luca “Maria diede alla luce”. Quel momento è stato uno dei peggiori della mia vita, perché la Madonna concepiva ed io non concepivo. Non avevo ancora capito quella Parola, quel “concepire”, quel prendere dentro, prendere con sé, che è anche un po’ quello che fanno i genitori adottivi, in modo del tutto simile ai genitori naturali, quando devono fare spazio non nel ventre, ma nella vita, nei progetti, nelle abitudini, nel cuore al bambino che accolgono.

Come siete arrivati a capire che l’adozione era la strada che il Signore aveva pensato per voi?

È stato un discernimento, anche per la seconda adozione, è stato un discernimento continuo. Nel nostro caso abbiamo cominciato a pensare all’adozione grazie al mio ginecologo. È stata la prima volta che la parola adozione è risuonata nelle nostre orecchie, ma non avevamo idea di cosa fosse realmente: allora abbiamo cercato il numero del servizio territoriale di Perugia per chiedere informazioni. Ci ha accolto un assistente sociale invitandoci a fare il corso obbligatorio che solitamente si comincia dopo aver consegnato i documenti per l’adozione. E da quel corso è nata una prima idea che forse l’adozione era la nostra prospettiva. Dopo aver preparato i documenti abbiamo aspettato 4 mesi per consegnarli, avevamo le nostre paure, i nostri dubbi, c’è voluto tempo, perché ad ogni step abbiamo avuto necessità di fare discernimento. A mio parere è un bene che i tempi dell’adozione siano lunghi, perché è necessario alla coppia per prepararsi, per comprendersi, ci vuole tanto lavoro interiore, devi scoprire la tua chiamata.




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Come è stato accogliere Nicola, il vostro primo figlio?

Abbiamo accolto Nicola che era molto piccolo, era bisognoso di tanto affetto e tanta cura e viveva una situazione che presentava delle complessità. Il suo arrivo è stato un bellissimo tsunami emotivo e fisico, nel cuore eravamo pronti ma non nella pratica. C’era una frenesia pazzesca dentro e fuori di noi, è stato un impatto fortissimo! Con mio marito la prima cosa che abbiamo dovuto fare è stata mettere un confine rispetto a tutti coloro che per necessità e per affetto ci seguivano da vicino. Altrimenti non saremmo mai diventati famiglia. Questa è stata la prima cosa necessaria per noi, un altro passo fondamentale è stato comprendere nel tempo che eravamo ancora una coppia anche se diventati genitori, e non era un bene annullarci e totalizzarci nel ruolo di mamma e di papà. Un’altra cosa importante è stata quella di misurarci con lo stato adottivo di Nicola, quindi i primi tempi è significato convivere con il fantasma dei genitori naturali che non vedevamo, ma che avevano dato la vita a nostro figlio. E quindi fare i conti con l’idea: ma ce la faremo? saremo all’altezza? noi lo adottiamo ma lui ci adotterà? Nicola inizialmente ha accettato il papà, poi con un po’ più di tempo ha accolto anche me. Tutti e due i nostri figli hanno scelto prima il papà, e questo significa accettare che il figlio è altro da te e che ha la sua libertà. Questa cosa mi ha colto di sorpresa, perché dopo tutto il percorso che affronti ti illudi che in fondo quando adotterai verrai ripagato di quello che hai vissuto, e invece poi scopri che anche lui deve adottarti.

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