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Annalisa Sereni: abbiamo già 7 figli…possiamo amare anche l’ottavo!

ANNALISA SERENI
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Storia di una famiglia numerosa e della sua capacità di allargare il cuore. E il merito principale è proprio di Gabry, il settimo figlio, che già abbiamo conosciuto anche su queste pagine.

Carissima Annalisa, grazie di aver accettato questa nuova intervista. Attraverso le nostre pagine anche tanti nostri lettori hanno già potuto conoscere parte della tua avventura familiare, soprattutto dopo che nella vostra vita è arrivato Gabri! (il loro settimo figlio, con sindrome di Down; ma non è la cosa più importante della sua vita, NdR.). Per approfondire mettiamo i link lungo l’articolo. Ma ora vorrei condividere sulle  pagine di Aleteia For Her, un capitolo nuovo della vostra storia. Ebbene sì, care lettrici, c’è dell’altro!

Pensavo che la tua storia mostra che la disponibilità all’altro e in ultima istanza a Dio permette di allargare il cuore ad una misura se non impossibile per lo meno inusuale. Avevate già 7 figli, abbiamo raccontato di te e di loro con l’arrivo del settimo, super Gabry. Innanzitutto dicci: come sta? Come procede la quotidianità?

Lui sta benissimo, ha iniziato la prima primaria. E devo dire che regge abbastanza bene il ritmo, si impegna, fa le sue cosine, è anche un genietto in matematica. Coi compagni è molto in sintonia; sa farsi amare, interagisce bene, però ha un bel caratterino: se dice no, no rimane. Ci deve essere un lavoro di convincimento con lui. Però anche le insegnanti dicono che è un bravo bambino. È fantastico. Anche il luogo comune sulla sindrome che dice “dove li metti stanno” non è mica vero. È molto resiliente, come bimbo, ma anche molto cocciuto. In linea con tutti gli altri fratelli! Forse per il fatto che dietro ci siamo noi, la sua famiglia. Succede così anche a noi quando ci concepiamo come figli di Dio: dietro di te c’è tuo padre, Dio, che è forte, allora tu pure sei forte, ti senti sicuro. Certo, questo significa anche adolescenze impegnative, figli che tengono testa e a volte sfiniscono la nostra pazienza, ma va bene!

Quali difficoltà hai incontrato lungo questo cammino, soprattutto per quanto riguarda l’integrazione, l’accoglienza vera di Gabriele?

La società è il grosso problema; noi siamo fortunati perché lui è bello e simpatico e questo facilita, ammorbidisce; però ci sono ancora molti preconcetti. Gli sguardi, le reazioni, le resistenze ci sono. Devo dire che adesso che si parla di più delle persone con la sindrome (di Down, NdR), della loro capacità di integrarsi nella vita di tutti i giorni, va meglio. Una grande fatica rimane quella del combattimento costante con la burocrazia.

A chi lo dici! Cedi ogni tanto alla tentazione di lamentarti?

No, però il sistema non funziona tanto. E’ pieno di persone ben disposte, che vogliono aiutarti anche negli uffici pubblici però il sistema in sé stesso è snervante. Ecco, a volte semplicemente uno è stanco; ma se alza gli occhi al cielo dice “forza e coraggio”. Soffri? Togli la s e rimane offri. Io arrivo fino a qua, poi pensaci Tu! Poi sai, si fanno gli straordinari: Gabri deve essere operato alle tonsille e alle adenoidi. Altri figli hanno controlli periodici da fare. Insomma ce n’è sempre una. Noi lo sappiamo già che la vita è così. Siamo sempre sul pezzo, diciamo…(sorride) ma che fatica certe volte. Si va avanti per Amore. Solo per Amore.

E ora veniamo al colpo di scena. Mi avevi confidato tempo fa del vostro desiderio di accogliere in adozione un bambino con bisogni speciali. E così avete fatto. Per un bel po’ di tempo è stato giusto mantenere assoluto riserbo e anche ora per la tutela vera del piccolo non dobbiamo rivelare dati sensibili. Ma adesso possiamo raccontare qualcosa. Cosa puoi dirci di lui?

Sì. Bisogna che io ringrazi sempre Gabri, perché entrando nel mondo dei bimbi speciali abbiamo visto da vicino che molti bambini speciali molte volte vengono abbandonati. Spesso succede per il fatto che i genitori naturali si spaventano. A volte le condizioni particolari vengono diagnosticate alla nascita (se non si intercettano prima e allora sappiamo che tanti non sopravvivono) e altre solo nel tempo. Capita che i genitori naturali semplicemente non ce la facciano, soprattutto perché non sono supportati. Insomma ad un certo punto mio marito ed io ci siamo interrogati; ci siamo chiesti se potevamo fare spazio ad un altro figlio con difficoltà particolari, ne abbiamo parlato tra noi e lui mi ha detto “dai informati, vediamo”. Avendo già il nostro Gabri il solo pensiero che qualcuno come lui possa essere solo e abbandonato da qualche parte mi fa male al cuore. Una volta deciso che volevamo dare disponibilità per adottare un bambino con disabilità, prima eravamo orientati per chi fosse portatore della stessa sindrome; poi invece siamo stati contattati da un tribunale dei minori per “lui”: quello che sarebbe diventato il nostro figlio più piccolo, l’ottavo, che invece rispetto a Gabri ha tutt’altro tipo di diagnosi e problematiche. Per lui cercavano una famiglia numerosa proprio per le esigenze che ha; cercavano tanta gente che gli potesse stare intorno. Ci hanno trovati!

E come hai gestito la cosa con gli altri figli? Sono d’accordo, li hai consultati?

Allora, quando questa proposta si è fatta concreta abbiamo fatto un bella riunione di famiglia. Tutti hanno parlato, ognuno ha espresso il proprio pensiero. Obiezioni vere, nessuna. Qualche perplessità. Mia figlia più piccola però ha zittito tutti dicendo: “Ma certo! Chi non lo vorrebbe un altro fratello? I servizi sociali sono stati a vedere la nostra famiglia, per valutarci, per capire quanto eravamo matti o giù di lì (ride! In effetti c’è il sospetto che dietro tutto questo serpeggi una sana, travolgente, benedetta follia. Una cosa che assomiglia alla temerarietà dovuta all’amore. NdR). Un’altra delle mie figlie ha detto agli assistenti sociali “la mamma sbrocca già con sette figuriamoci con otto!”. E loro: “Bene vuol dire che siete proprio così! Non ci sono risposte impostate, siete proprio ‘matti’ voi”. Avevano paura che fossimo come dire dei “fissati”. Hanno visto che invece siamo “nature!”, senza alcuna posa. Normali, con i nostri limiti ma equilibrati e affidabili. Non è uno scherzo l’adozione…

Domanda provocatoria: adottare è per fare diventare qualcuno “quasi figlio”, per fare “come se?”

Ciò che mi colpisce del discorso adozione sono soprattutto due cose. La prima riguarda la Parola di Dio. Quando sento dire siamo “figli adottivi di Dio” (cfr. Romani 8, 14-17 “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!»” ) significa che Dio mi accoglie come figlio; è qualcosa di grande, di enorme! Dio stesso usa questo termine e la cosa mi colpisce profondamente. Non è un ripiego. Io mio figlio piccolo lo amo come gli altri. Sei figlio adottivo? Sei figlio a tutti gli effetti. Così fa Dio con me: sei figlia, scelta, voluta; ti sono venuto a cercare come figlio. La seconda cosa. C’è stata gente che mi ha detto: perché?! Ormai Gabri sta crescendo, cosa ti vai a incasinare la vita? E io rispondo: perché la vita è questa! Io sono qui per amare, giusto? Il mio compito qui è amare. Se penso di poter amare ancora, se il Signore ha voluto donarmi un figlio è perché ha pensato che io sarei stata in grado di amare anche lui e anche se è una bella fatica –  vorrei dormire per esempio due ore di fila al buio e in silenzio – non mi sono mai chiesta perché l’ho fatto, perché lui è ormai è mio figlio. La sua vita è responsabilità mia, nostra; non la posso mettere in discussione questa cosa. È mio e basta. Guai a chi me lo tocca. Certe volte, oh! sono umana e sono stanca, come tutti; ci sono mille cose da seguire. Sembra di non bastare mai a nessuno, ma lui è uno degli otto, basta, non si discute. Anche questo mi colpisce: riuscire ad amare l’ottavo? Sì, si può! Me lo guardo e penso “come assomiglia ai fratelli”. Poi mi ricordo di quella cosa “marginale”, la genetica. Non c’importa! è figlio, mio figlio.

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