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L'adozione secondo Leo Ortolani, si ride e si piange col papà di Rat-Man

Leo Ortolani / Bao Publishing

Lucandrea Massaro | Mag 03, 2019

E' uscita da poco la seconda edizione, ampliata, di "Due figlie e altri animali feroci" del fumettista Leo Ortolani, per i tipi di Bao Publishing

Leo Ortolani è uno dei più geniali fumettisti italiani, famoso per Rat-Man, un fumetto pubblicato dal 1989 al 2017 e divenuto iconico, le molte parodie di film famosi per le sue divertentissime recensioni a fumetti di film d’azione. Ma Ortolani è anche un papà, che ha adottato con la moglie (“La Cate”) due bimbe di origini colombiane: Lucy Maria e Johanna.

Leo Ortolani

Di questa impresa, normale ed epica insieme, come tutte le cose che vengono ostacolate dalla burocrazia, Ortolani aveva ricavato un libro frutto della sua corrispondenza con gli amici durante i due mesi in cui era stato in Colombia con la moglie durante il periodo iniziale dell’adozione, inizialmente quelle lettere dovevano servire esclusivamente come memoria per le due figlie quando avessero fatto domande sul loro passato, ma tra gli amici c’era anche il suo editor e così le scanzonate e ironiche lettere, sono state raccolte in un volume impreziosito con le mitiche vignette. Fu la Sperling&Kupfer a fare quella edizione nel 2011, poche copie ma buon successo che ha spinto oggi la Bao Publishing a ripubblicarlo con in aggiunta 46 pagine inedite di fumetti. Una storia dicevamo che si legge ridendo di gusto e contemporaneamente commuovendosi, perché chiunque abbia avuto un amico o un parente che ha adottato sa quanto sia complesso, sfibrante, doloroso ogni passo. Anni per poter dare una casa a dei bimbi. Precauzioni giustissime, ma spesso rese eccessivamente complesse da una burocrazia arida e stanca. Nel libro si parla di questo, ma soprattutto dell’incontro tra genitori e figli che non sanno di essere gli uni per gli altri, della diffidenza dei bambini verso gli adulti, dello straniamento di diventare genitori sul serio da 0 a 100 in pochi giorni quando poi le cose si avviano, quando sei lì davanti a quelle creature meravigliose e terribili che sono i bambini.

Ecco allora che la narrazione di Ortolani tiene insieme alto e basso con quella ironia che lo contraddistingue senza mai banalizzare, ma nemmeno rendere mitico quello che non lo è: le cacche, i capricci, i salti, i rutti, le puzzette. Tutte quelle cose che sono la normalità dei bambini, o ti innamori di quelle o non farai molta strada come genitore sembra dire il neo-papà.

Di recente al Corriere della Sera Ortolani spiegava la questione dell’adozione cercando da un lato di colorare un ambito dominato dai toni di grigio, dall’altra perché questo suo libro abbia avuto successo:

«La sensazione che ho io è che quando si parla di adozione si entri in un film triste e grigio. Mai nessuno che dica, con tono allegro: “Ragazzi, state facendo una cosa meravigliosa! Sarà dura, ma la vostra vita cambierà!”. Io capisco che si debba essere scrupolosi per il bene dei bambini. Ma al bene dei genitori non ci pensa nessuno? Si tratta di persone che sono lì perché non è arrivato un figlio naturalmente e già il fatto che si siano decisi ad adottare è un passo enorme. E come li accogli? Con valanghe di tristezza».

Il tuo libro, invece, ha tutt’altro tono. 

«Le persone che lo hanno letto spesso mi dicono che è una boccata di ossigeno. L’adozione è una via crucis: quando arrivi alla fine sei terrorizzato. È successo anche a noi. Il sistema colombiano è allucinante: non c’è un processo graduale, come in Italia. Io e mia moglie dall’oggi al domani ci siamo trovati con due bambine, di tre e quattro anni, che urlavano, urlavano, urlavano. Comprensibilmente: prova a immaginare la loro paura. La più grande diceva: «Vengo per un po’ a casa vostra, ma poi torno». Non è stato semplice. Per questo credo serva un po’ di brio. Alla fine, perché si adotta? Per fare una buona azione? No, o meglio, c’è anche quell’aspetto, ma si adotta perché si vuole formare una famiglia. Ed è una cosa bellissima. Difficile e faticosa, certo, però… cavoli, è bello!»

A proposito di fatica: come hai fatto a portare avanti Rat-Man senza interruzioni, da solo, anche durante il processo di adozione? 

«Me lo sono chiesto anche io! (ride, ndr) Ho sempre coltivato l’abitudine alla fatica. E ho sempre lavorato come un pazzo, per rispetto verso il mio lavoro e verso Rat-Man, anche durante la formazione della mia famiglia. Oggi mi rendo conto che mi sono trasformato lentamente da “fumettista che ha adottato” in “papà che fa i fumetti”. Prima mi sembrava di guidare l’auto con due ruote sull’asfalto e due sullo sterrato, poi ho capito che bisognava sterzare tutto sullo sterrato, anche per la gioia di chi sta sul sedile posteriore» (Corriere della Sera, 15 marzo)

Così come a Paolo Pegoraro, su Famiglia Cristiana nel 2011, appena uscita la prima edizione, raccontava con semplicità la bellezza della famiglia, che le bambine fossero proprio ciò che mancava alle loro vite.

«Perché l’adozione? Perché un giorno sei lì seduto, hai quasi quarant’anni (beh, no, ne hai magari solo 34, ma fai già quello brizzolato dentro) e ti sembra che manchi qualcosa. E un po’ di ansia, ti viene, poi invece no, il portafoglio l’avevi messo lì sull’altra sedia, ffiuuuu. Però non sei mica tranquillo lo stesso. Allora lo apri, e vedi che ci sono tutti i soldi, non manca niente. Allora cos’è che manca? Insomma, ci abbiamo messo un po’, prima di accorgerci che mancavano le bimbe, meno male che c’era Caterina, sennò ero ancora lì a controllare dentro le custodie dei Dvd se c’erano tutti i film. Inizia così».

[…]

Perché proprio due sorelline? 

«Non è che noi abbiamo chiesto due bimbe, mica si può andare lì a chiedere “Buongiorno, mi dà due bimbe? Sono fresche, eh, signora? Mica come quel bimbo di ieri l’altro che un po’ puzzava già”. No. Vai lì e dici “Scusate…” (devi fare l’umile sennò col cavolo che ti danno qualcuno), “…scusate…” (e intanto fai cenno di inchinarti e aspetti che con un impercettibile gesto della mano ti facciano segno di rialzarti), “…scusate”, dici, “avreste visto per caso i nostri bambini?”. E loro, dopo dieci anni ci hanno detto: “Eccole qui, le vostre figlie. Sono in Colombia.” E noi “Grazie, grazie” e siamo andati a prenderle. Non puoi mica scegliere. Ma nemmeno loro, scelgono. C’è Qualcuno che le ha già scelte da tempo, per noi. Per questo, abbiamo aspettato dieci anni, perché non erano ancora nate! A quel punto, Lui le ha fatte crescere un po’, perché siccome ci conosce, ha anche scritto il nostro nome sul palmo della sua mano, ha pensato: “Questi due sono un po’ imbranati, gli risparmio giusto i primi anni, e poi gliele mando”. Ma non c’è alcun dubbio che loro siano le nostre figlie. Fin dall’inizio. Fin dal primo giorno che ci siamo visti. Non potevano essere che loro. Non so come faccia, ma del resto ha creato il cielo e la terra, se non le sa fare Lui, queste cose. Poi, per mantenere l’aura di mistero, ci fa consegnare le foto da[l mago] Silvan».

C’è amore e sapienza creativa in queste pagine, consigliate per capire lo stato d’animo di chi ha adottato, o per chi – essendo coinvolto – vuole spezzare la tensione, prendere un po’ di ossigeno, oppure farsi un pianto liberatorio. E poi c’è Dio Todopoderoso ad assisterci…

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