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L’odore delle pecore, la centralità dell’Eucarestia

© Antoine Mekary / Aleteia
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Una bella riflessione di Don Fortunato Di Noto sulle parole di Benedetto XVI a partire dalla propria esperienza di prete siciliano…

276 anni. Tre anziane donne (96,96, 87), lucidissime, una saggezza profonda e intensa. Incontrate durante la quaresima. Dialoghi di fede semplici, preghiera, confessione e eucarestia. Ma prima di tutto “parrinu, a ma priari po Viscuvu, manu nsignato ri nica” (prete, dobbiamo pregare per il Vescovo, me lo hanno insegnato da piccola).

Il ricordo di essere state “aspirantine”, a messa ogni giorno; una memoria lucida da invidia: preghiere recitate con intensità e partecipazione, antiche e sempre nuove, che non si conoscono più. Padre nostro e Ave Maria: “canusciu suli chisti e i ricu o iornu” (conosco solo queste e le recito ogni giorno).
Radicate in una fede autenticamente popolare (non populiste) che collocano la vita loro e delle loro famiglie, in un recinto dove tutto era custodito da un pastore (il loro parroco) che amava, e credo che ancora ami, il suo gregge: “u parrinu è u Signuri” (il sacerdote, il prete è il Signore).
Il pastore odorava del profumo di queste pecore, e si santificava, ma “piccaturi comu niautri era” (peccatore come noi altri era – il prete)
Vangelo incarnato e vissuto, in regole di vita chiare, forse troppo solide, ed erano le regole che non castravano, ma orientavano.

Queste donne non si comunicavano all’eucarestia senza aver riconciliato la loro vita con il Signore e i fratelli. Non è possibile scherzare perché per loro la faccenda è molto seria, tanto responsabile, quanto la consapevolezza di ricevere “u pani ro cielo” (il pane del cielo), picchi senza pani si mori” (perché senza pane si muore), “nun avemu paci” (non abbiamo pace), “u munnu s’alluntana ro Signuri” ( il mondo si allontana da Dio).
Quale alta teologia è ancora capace di dire questi “fondamentali della fede”? Avevano la consapevolezza del peccato e pur con la fatica nel combattimento della fede e della testimonianza, erano capaci di indicare “a strata ro Signuri” (la strada di Dio). Chiedete ad una anziana, almeno di quelle che ho conosciuto personalmente, i due comandamenti dell’amore, i dieci comandamenti, le opere di misericordia corporali e spirituali, le virtù teologali, le virtù cardinali, i doni dello Spirito Santo. Non sono state l’humus della loro vita spirituale? Come definirle, antiche, retrograde, superate, antiche e lontane da un mondo che è cambiato?

In una delle mie ricerche storiche nell’approfondire la vita del Venerabile Girolamo Terzo (1693-1758), prima eremita e poi carmelitano e fondatore del Santuario S. Maria Scala del Paradiso (Diocesi di Noto), rinvenni, nel voluminoso processo di beatificazione, questa preghiera, della metà del ‘700 che Fra Girolamo recitava prima e dopo l’Eucarestia: “Sacramintatu Diu cibbu d’amuri, Viniti ad abitare tra stu cori. Livatimi li macchi e li lurduri, Vui sulu mi putiti cunsulari. Iu nun cunfidu ni li criaturi, ca tra lu meghiu veninu a mancari. Viniti prestu miu duci Signuri. Ch’un mumenti cent’anni mi pari”. (Sacramentato Dio, cibo d’amore. Venite ad abitare in questo cuore. Toglietemi le macchie e la sporcizia, Voi solo mi potete consolare. Io non confido nelle creature, che nel bisogno vengono a mancare, venite presto mio dolce Signore. Che un momento cento anni mi sembra).

Richiamo questa preghiera perché “noi, pur piccoli e poveri, con l’Eucarestia edifichiamo la storia come vuole Dio. Nell’umile segno del pane i cristiani adorano la sua presenza reale che si inserisce nelle vicende umane. L’Eucaristia è dunque scuola di amore concreto come quello di Gesù sulla croce: insegna “a diventare più accoglienti e disponibili” verso tutti i prossimi.” (Papa Francesco, 4 giugno 2018).

Chissà perché, negli Appunti sugli abusi sessuali di Benedetto XVI, papa emerito, ha fortemente richiamato che per superare questa crisi nella Chiesa, il Sacramento dell’Eucarestia deve permeare tutta la vita quotidiana. Cuore pulsante nella vita dentro le nostre case. Oltre la celebrazione ci sia anche l’adorazione. Comunione e contemplazione, mai separarle. Il papa emerito ribadisce con forza la centralità dell’Eucaristia nella vita della Chiesa e denuncia la tendenza a darle una connotazione conviviale: “l’Eucarestia – commenta – è declassata a gesto cerimoniale quando si considera ovvio che le buone maniere esigano che sia distribuita a tutti gli invitati a ragione della loro appartenenza al parentado, in occasione di feste familiari o eventi come matrimoni e funerali. L’ovvietà con la quale in alcuni luoghi i presenti, semplicemente perché tali, ricevono il Santissimo Sacramento mostra come nella Comunione si veda ormai solo un gesto cerimoniale”. Benedetto XVI passa poi a difendere la Sposa di Cristo, contestando l’abitudine a parlarne “solo utilizzando categorie politiche” e ricordando come “questo vale persino per dei vescovi”. Una netta presa di posizione contro la deriva ideologica di molti presuli contemporanei”. Chissà perché ce lo ha ricordato.

Non esiste altro antidoto agli scandali che la stoltezza della predicazione, seguita da una seria iniziazione cristiana. Solo chi ascolta e si apre alla Parola creatrice può sfuggire, unito a Cristo, ai lacci del demonio: “i picciriddi nun si toccunu, u riavuli fa sti cosi” (i bambini non si toccano, il diavolo fa queste cose).

La semplice fede di quelle donne centenarie sono un luminosa strada, o almeno un richiamo che non può essere dimenticato, nemmeno relegato ad un tramonto che non vedrà più l’alba, sono la traditio fidei (il dono della fede) dei semplici che la consegnano alla comunità cristiana in comunione con il Vescovo che deve aiutarci a rinnovare e non far cadere la comunità affidata a un perdurante e invasivo “cattolicesimo convenzionale senza carità che pur consente di praticare riti sacri, le assemblee liturgiche, le feste religiose, le devozioni e le tradizioni popolari cattoliche, ma non converte i cuori delle persone all’amore, non fa incontrare Gesù nei sacramenti e dunque, non movimenta le persone e le comunità alla pratica dell’amore, in quella missionarietà interiore alla fede cristiana”. (A. Staglianò, Oltre il cattolicesimo convenzionale, Il pozzo di Giacobbe, 2019).

Chissà perché, queste anziane e la longevità nella fede (una fede adulta, pur fragile) si incarnava “no pezzu ri pani ca u raimu e puvireddi” (nel pezzo di pane che condividevamo con i poveri), come “lievito” di fraternità e condivisione nella comunità. Atto semplice, ma continuativo.

La fede dei semplici non dovrebbe contrapporsi o essere da ostacolo alla teologia (una discussione sempre aperta!). Una teologia (no si percepisca come demerito) spesso disincarnata dalla realtà della vita nei confronti di una centenaria anziana ( o di un bambino che balbetta e farfuglia) che professa verità profonde: “criru na vita can un finisci mai” (credo nella vita che non finisce, termina mai).
Papa Francesco, che accolgo e rilancio con la semplicità del cuore di un parroco, diceva: oggi più di ieri la teologia è chiamata a fare proprio «un movimento evangelico» che va dal centro alla periferia e viceversa «secondo la logica di Dio che giunge al centro partendo dalla periferia e per tornare alla periferia». Da qui anche un’ immagine di teologo, tanto più «fecondo ed efficace quanto più sarà animato dall’amore a Cristo e alla Chiesa, quanto più sarà solida e armoniosa la relazione tra studio e preghiera». (6 novembre 2017).
Già, come quelle vecchiette che pregavano con parole convincenti e illuminanti: parlavano di Dio: “l’amuri miu” (il mio Amore).

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