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Chiesa e abusi (ieri oggi e domani): la versione di Benedetto XVI

Pape François et Benoit XVI à l'inauguration du jubilé de la miséricorde VINCENZO PINTO / AFP
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È stata pubblicata stamattina sul Corriere della Sera la versione italiana di uno scritto che il Papa Emerito aveva preparato come personale contributo al meeting vaticano sugli abusi, dello scorso febbraio, e che dopo aver sentito Parolin e Francesco lo stesso ha deciso di divulgare. Perché? Cosa dice il documento? Domande a cui proviamo a rispondere.

Lo scritto di Benedetto XVI su Chiesa e abusi impegna da stamane tutti i vaticanisti del mondo e anche molti “giornalisti semplici”. Il suo pronunciamento è stato accolto, come accade ogni volta che parla, da un boato frammisto di “oh, finalmente una Voce chiara!” e di “ma costui non s’era ritirato a vita monastica?”, e il caotico boato è risuonato come un tuono, descrivendo implicitamente il testo del Papa Emerito come un fulmine repentinamente sortito dal monastero Mater Ecclesiæ.

«Quer pasticciaccio brutto de Via Solferino»

Massimo Franco, nel corsivo che accompagna il testo sul Corriere di oggi, scrive:

Joseph Ratzinger parte da lontano, e spiega di avere deciso di pubblicarlo sul mensile tedesco Klerusblatt dopo “contatti”, li definisce così, con il segretario di Stato, Pietro Parolin, e con lo stesso Papa Francesco. Dunque, ne ha informato i vertici della Santa Sede. Ma scorrendolo, probabilmente qualcuno avrà la sensazione che finisca per affiancare e sovrastare le conclusioni della riunione globale di febbraio. E sarà tentato di considerare gli “appunti” come un modo per dare profondità teologica e spessore culturale alle conclusioni raggiunte in quella sede: come se fossero mancati nelle risposte agli scandali sulla pedofilia tra i sacerdoti. Se Benedetto ha sentito il bisogno di aggiungere il suo pensiero a quello ufficiale, si sente dire, significa che non è stato del tutto convinto dalla reazione ufficiale della Chiesa, nonostante l’inasprimento delle pene e il «grazie» netto all’azione di papa Francesco.

Il retorico riferimento a “qualcuno” è ovviamente lo specchio in cui l’articolista espone la propria posizione non sottoscrivendola formalmente e al contempo attribuendola a dei terzi che s’intendono non sciocchi e non scarsi. Un approccio legittimo, ma a mio avviso fuorviante, almeno in parte.

Le due coordinate del testo

Per collocare correttamente questo testo penso si debba tener conto di due coordinate (le solite due, peraltro): la composizione e la pubblicazione. Della prima siamo avvertiti dal testo, della seconda dal contesto. E a proposito di quest’ultimo: un giornale storico e blasonato come il Corriere della Sera, investito dell’onore di ospitare in esclusiva la versione italiana dello scritto ratzingeriano, dovrebbe avvertire grave l’onere di affidarne l’editing a qualcuno che non sia il solito stagista sottopagato. Fino a poco fa sul sito di Via Solferino mancava addirittura una frase al testo, sovrabbondavano le parole separate da spaziature improvvide e gruppi di lettere come “in” comparivano come “m”: tutti sintomi di un testo approntato con una rapida e non riletta scansione OCR da supporto cartaceo. Cosa a stento ammissibile se il testo fosse stato consegnato in mattinata per una breaking, ma visto che Massimo Franco ha avuto modo di scrivere il suo articolo esso doveva essere in redazione almeno da ieri. Male, dunque.

Il leale contributo di una “persona informata dei fatti”

Tornando al documento, dicevamo le coordinate fondamentali. Il Papa Emerito fornisce apertamente la prima:

Avendo io stesso operato, al momento del deflagrare pubblico della crisi e durante il suo progressivo sviluppo, in posizione di responsabilità come pastore nella Chiesa, non potevo non chiedermi – pur non avendo più da Emerito alcuna diretta responsabilità – come a partire da uno sguardo retrospettivo, potessi contribuire a questa ripresa. E così, nel lasso di tempo che va dall’annuncio dell’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali al suo vero e proprio inizio, ho messo insieme degli appunti con i quali fornire qualche indicazione che potesse essere di aiuto in questo mo­mento difficile.

Dunque il testo è stato scritto nell’arco di tempo intercorso fra il 12 settembre 2018 e il 21 febbraio 2019. La “sensazione” che Massimo Franco avverte potersi presentare in “qualcuno”, quindi, è destituita di fondamento fin dalle premesse del testo ratzingeriano. Né sarebbe filologicamente ed ermeneuticamente sensato il presumere che Benedetto XVI abbia dichiarato il falso, descrivendo l’arco temporale della stesura materiale del suo testo: intanto perché è impossibile interpretare un testo che si presuppone radicalmente mendace; soprattutto però per una ragione di contenuto – neppure a una lettura maliziosa, infatti, fa capolino una frase o un’espressione che sembrino tradire una scrittura ex post. In realtà, la lettura del testo (lungo e complesso) ci rivela lo scritto come il contributo che Benedetto XVI ha sentito in coscienza di dover dare allo svolgimento del meeting: certamente il Papa Emerito non è presidente di alcuna conferenza episcopale, anzi non è più al governo di alcuna diocesi – come egli stesso ricorda – e difatti nella premessa egli si qualifica in sostanza come “persona informata dei fatti”. Non siamo informati su dettagli ulteriori, ma non è irragionevole presumere che almeno Papa Francesco, se non altri, fosse a conoscenza del mémoire del predecessore almeno da qualche giorno prima dell’avvio del meeting.

Avviare, anzi alimentare un processo ecclesiale

La seconda coordinata emerge dal contesto immediato: dopo aver proposto a Papa Francesco il suo contributo contenutistico per il meeting, Benedetto XVI (certamente previo necessario discernimento) ha ritenuto

giusto pubblicare su “Klerusblatt” il testo così concepito.

Il mensile bavarese è stato scelto per gli storici rapporti intrattenuti con esso da Ratzinger, e lì è stato deposto il testo autentico, quello tedesco. Ne sono state approntate altre due “versioni ufficiali”: una italiana, per alimentare un circolo nevralgico di elaborazione del dibattito ecclesiale cattolico; una inglese, per fare lo stesso su scala planetaria. La scelta del Corriere, primo quotidiano italiano per tiratura, è stata verosimilmente suggerita dal desiderio della massima diffusione possibile.

Su questa seconda coordinata torna (parzialmente) pertinente la chiosa di Franco: se assumiamo per vero che il testo fu scritto ad uso interno, altrettanto sostanzialmente dobbiamo ritenere che Benedetto XVI abbia voluto e disposto che lo stesso fosse sul Corsera di oggi. Che significato bisogna dare a questa scelta? Un’ingerenza governativa? Anche su queste pagine abbiamo raccolto la diffusa insoddisfazione di molti ambienti ecclesiali all’indomani del meeting vaticano del 21-24 febbraio 2019, ma sospettare ingerenze significa non conoscere l’uomo Benedetto XVI – la sua statura morale ma ancora di più la sua profonda fede e il profondo rispetto da lui tributato all’ufficio petrino in quanto tale. Un amico ha condiviso con me l’impressione che il Papa Emerito abbia voluto «togliersi qualche sassolino dalle scarpe». Il che – all’amico l’ho già detto – supporrebbe una meschinità che nel suo candore monastico non ha mai avuto spazio.

La mia impressione, insomma, è che – per dirla con Papa Francesco – Benedetto XVI non tenda ad “occupare spazi” quanto piuttosto ad “avviare processi” (anzi, nel caso, ad alimentare un processo che è già in corso). Questo lo dico anche in forza di una personale esperienza di contatto con lui, e la scelta della diffusione a mezzo stampa nella lingua propria e delle Chiese tedesche (di cui largamente parla), in quella comune a tanti vaticanisti e nella maggiore koinè mondiale, rafforza in me la convinzione: Benedetto XVI non intende affatto «affiancare e sovrastare le conclusioni della riunione globale di febbraio», ma offrire ai processi di cui anche il meeting fu frutto, oltre che radice, il proprio peculiare contributo. Certamente, il fatto che Benedetto XVI sia uscito dal suo silenzio monacale per farlo dice un atto straordinario che con ogni probabilità non sarebbe stato posto se qualcuno al meeting si fosse fatto portavoce delle sue istanze. Ma le istanze di Benedetto XVI non sono – come vedremo – puramente teoriche, e dunque al di là del (comunque biasimevole) silenzio di molti prelati su certi temi sarebbe perfino irragionevole immaginarsi che qualcuno diverso dal Papa Emerito avrebbe potuto esprimerle.

La disposizione della materia

Il misterioso fascino del papa-non-papa incoraggia le dietrologie, in questi sei anni buoni l’abbiamo sperimentato tante volte. Anche stavolta, però, come in tutte le altre, le sue cristalline dichiarazioni basterebbero a non lasciarsi sviare da letture più o meno complottistiche.

Il mio lavoro è suddiviso in tre parti. In un primo punto tento molto breve­mente di delineare in generale il contesto sociale della questione, in mancanza del quale il problema risulta incomprensibile. Cerco di mostrare come negli anni ’60 si sia verificato un processo inaudito, di un ordine di grandezza che nella storia è quasi senza precedenti. Si può affermare che nel ventennio 1960-1980 i criteri validi sino a quel momento in tema di sessualità sono venuti meno completamente e ne è risultata un’assenza di norme alla quale nel frattempo ci si è sforzati di rimediare.

In un secondo punto provo ad accennare alle conseguenze di questa si­tuazione nella formazione e nella vita dei sacerdoti.

Infine, in una terza parte, svilupperò alcune prospettive per una giusta ri­sposta da parte della Chiesa.

Per una morale veramente “in cammino”

La prima parte è a sua volta suddivisa in due paragrafi: nel primo – appena quattro capoversi – Benedetto XVI richiama la sua esperienza legata alle trasformazioni sociali legate al ’68; nella seconda si sofferma più diffusamente sulle ripercussioni ecclesiali che, specie sul piano della teologia morale, quelle trasformazioni comportarono.

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