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Chiesa e abusi (ieri oggi e domani): la versione di Benedetto XVI

Pape François et Benoit XVI à l'inauguration du jubilé de la miséricorde VINCENZO PINTO / AFP

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 11/04/19

Tanto basta a dire quanto siano profonde le contro-osservazioni di chi taccia il Papa Emerito di avere un rapporto morboso con la sessualità: Benedetto XVI parla di quel che ha vissuto e che sa, a differenza di molti pennivendoli che nel ’68 a stento avevano dismesso i pannolini. Ciò che si è compiuto «nel ventennio 1960-1980» non è tanto e solo nell’ordine della morale sessuale, quanto nella stessa idea di società: che la libertà possa coincidere nell’abolizione di ogni norma (e finanche nello sdoganamento dei tabù) è un assunto radicalmente eversivo i cui frutti – al contempo acerbi e marci – sono sotto gli occhi di tutti.


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Così la Dichiarazione di Colonia andava allo scontro con la Veritatis splendor di Giovanni Paolo II, che nel 1989 veniva messa in cantiere: l’idea di fondare biblicamente tutta la morale cristiana si era rivelata per quell’utopia figlia della teologia dialettica germanica che era; così il cattolicesimo si avviò disgraziatamente a un’“etica della situazione” sempre più sconnessa non solo dalla Rivelazione, ma pure dalla ragionevole osservazione del mondo.

Sono stati variamente rilanciati gli strali ironici su Franz Böckle, che morì venticinque mesi prima della pubblicazione dell’enciclica morale giampaolina. Il grande passaggio della prima parte del documento, invece, è quest’ultima:

Indipendentemente da tale questione, in ampi settori della teologia mo­rale si sviluppò la tesi che la Chiesa non abbia né possa avere una propria morale. Nell’affermare questo si sottolinea come tutte le affermazioni morali avrebbero degli equivalenti anche nelle altre religioni e che dunque non potrebbe esistere un proprium cristiano. Ma alla questione del proprium di una morale biblica non si risponde affermando che, per ogni singola frase, si può trovare da qualche parte un’equivalente in al­tre religioni. È invece l’insieme della morale biblica che come tale è nuo­vo e diverso rispetto alle singole parti. La peculiarità dell’insegnamento morale della Sacra Scrittura risiede ultimamente nel suo ancoraggio all’immagine di Dio, nella fede nell’unico Dio che si è mostrato in Gesù Cristo e che ha vissuto come uomo. Il Decalogo è un’applicazione alla vi­ta umana della fede biblica in Dio. Immagine di Dio e morale vanno in­sieme e producono così quello che è specificamente nuovo dell’atteggiamento cristiano verso il mondo e la vita umana. Del resto, sin dall’inizio il cristianesimo è stato descritto con la parola hodòs. La fede è un cammino, un modo di vivere. Nella Chiesa antica, rispetto a una cultura sempre più depravata, fu istituito il catecumenato come spazio di esistenza nel quale quel che era specifico e nuovo del modo di vivere cristiano veniva insegnato e anche salvaguardato rispetto al modo di vivere comune. Penso che anche oggi sia necessario qualcosa di simi­le a comunità catecumenali affinché la vita cristiana possa affermarsi nella sua peculiarità.

Il che, lungi dall’essere un endorsement o uno spot al cammino neocatecumenale (ovviamente è stato già usato anche in tal senso…), è un richiamo alla natura propria della vita cristiana, che è vita della/nella Chiesa e implica una morale che da un lato sia sempre progressiva (dunque non farisaica e legalistica) e dall’altra non perda mai di vista la meta (perciò nemmeno lassista e relativistica).

Il collasso ecclesiale

La seconda parte documenta le reazioni ecclesiali ai primi frutti marci che quella stagione portava infra mœnia:

In diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari. In un seminario nella Germania meridionale i candidati al sacerdozio e i candidati all’ufficio laicale di referente pastorale vivevano in­sieme. Durante i pasti comuni, i seminaristi stavano insieme ai referenti pastorali coniugati in parte accompagnati da moglie e figlio e in qualche caso dalle loro fidanzate. Il clima nel seminario non poteva aiutare la formazione sacerdotale. La Santa Sede sapeva di questi problemi, senza esserne informata nel dettaglio. Come primo passo fu disposta una Visita apostolica nei seminari degli Stati Uniti.

Poiché dopo il Concilio Vaticano II erano stati cambiati pure i criterî per la scelta e la nomina dei vescovi, anche il rapporto dei vescovi con i loro seminari era differente. Come criterio per la nomina di nuovi vescovi va­leva ora soprattutto la loro “conciliarità”, potendo intendersi natural­mente con questo termine le cose più diverse. In molte parti della Chie­sa, il sentire conciliare venne di fatto inteso come un atteggiamento cri­tico o negativo nei confronti della tradizione vigente fino a quel momen­to, che ora doveva essere sostituita da un nuovo rapporto, radicalmente aperto, con il mondo. Un vescovo, che in precedenza era stato rettore, aveva mostrato ai seminaristi film pornografici, presumibilmente con l’intento di renderli in tal modo capaci di resistere contro un comportamento contrario alla fede. Vi furono singoli vescovi – e non solo negli Stati Uniti d’America – che rifiutarono la tradizione cattolica nel suo complesso mirando nelle loro diocesi a sviluppare una specie di nuova, moderna “cattolicità”. Forse vale la pena accennare al fatto che, in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio. I miei libri venivano nascosti come letteratura dannosa e venivano per così dire letti sottobanco.

Anche la questione dei “libri di Ratzinger”, letta in fondo al suo paragrafo contestuale, emerge meno come “sassolino levato dalla scarpa” che come elemento sintomatico di un clima malsano.

Omosessualismo e promiscuità sessuale (si noti che Benedetto XVI non addita solo il primo!) sono la premessa alla piaga degli abusi:

La questione della pedofilia è, per quanto ricordi, divenuta scottante solo nella seconda metà degli anni ’80. Negli Stati Uniti nel frattempo era già cresciuta, divenendo un problema pubblico. Così i vescovi chiesero aiuto a Roma perché il diritto canonico, così come fissato nel Nuovo Co­dice, non appariva sufficiente per adottare le misure necessarie.

Come si vede, il problema per Benedetto XVI non è “nel ’68”, “nel mondo” o in qualunque entità che – additandola – possa lenire il senso di inadeguatezza dei “cattolici da cittadella assediata”: il problema è trasversale al mondo e alla Chiesa (lo spiegherà meglio nella terza parte) ed è l’essenza stessa del male, che a nessuno risulta estranea.

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