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E il biliardino (ri)prese il posto della slot machine

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di Gaetano Vallini

A Corte de’ Frati, un paesino del Cremonese, “Al 56”, il bar che porta il nome del civico di piazza Roma, è spuntato un biliardino. Non una gran notizia, si dirà. Di bar con biliardini ce ne sono tanti in Italia: del resto quella per il calcio balilla è una passione ludica antica, che fortunatamente ha resistito prima ai flipper, poi al dilagare dei videogiochi, tutto sommato innocui per le tasche degli appassionati. Il fatto interessante è che quel biliardino spuntato “Al 56” ha sostituito le tre slot machine prima ospitate nel locale. «Mi ero stancato di vedere amici e clienti bruciarsi lo stipendio. Chi perdeva alle slot — ha spiegato Marco Rozzi, 41 anni, titolare del bar — poi diventava scontroso. Così abbiamo detto basta: meglio guadagnare qualcosa in meno, ma creare un ambiente tranquillo, proponendo un divertimento positivo per i ragazzi come il calcio balilla».

Così da qualche giorno nel bar della piazza centrale del paese non si sente più il suono, peraltro un po’ irritante, di quelle odiose macchinette mangiasoldi, ma il più familiare e rassicurante ruotare di stecche, sbattere di palline e soprattutto il vociare allegro dei ragazzi impegnati in combattute partite. Nessuno che metta più volte mano al portafoglio per poi imprecare, dopo ore di inutili tentativi, per una vincita mancata e una perdita importante. Al massimo ci si rammarica per un gol subito.
Non c’è che da applaudire a questa decisione controcorrente, un’iniziativa concreta alla lotta al gioco d’azzardo, fenomeno dalle conseguenze anche gravi dal punto di vista economico, sociale e persino sanitario, visto che ormai da anni si parla scientificamente di ludopatia. Marco e la co-titolare del locale Laura Milini, hanno ricevuto per questa loro scelta, eticamente motivata, il sostegno convinto del sindaco, Rosolino Azzali, il quale ha confermato che si tratta di un «gesto importante contro un’autentica piaga sociale: nel 2017 in paese si sono giocati 346.000 euro». Una cifra enorme per un comune di appena 1.400 anime.
Un gesto piccolo, ma consolante, anche perché non è l’unico. Altri proprietari di locali hanno deciso di rinunciare a facili e anche cospicui guadagni pur di non sentirsi in qualche modo complici di questo furto legalizzato. È di queste ore la notizia di un’iniziativa analoga da parte di una barista di Alberobello: anche nel suo locale il calcio balilla si è ripreso il posto occupato dalle slot machine. Così come aveva deciso un collega di Mestre già qualche anno fa, beccandosi peraltro, oltre a un premio, una multa per aver installato un biliardino gratuito, senza monetine, e quindi privo di autorizzazione.

Altri hanno scelto strade diverse, ma con la stessa motivazione. Come il barista di via Conca d’Oro, a Roma, quartiere Montesacro, che tempo fa decise di togliere i video poker sostituendoli con scaffali pieni di libri. Anche lui era stanco di vedere padri, madri, giovani e anziani giocarsi, e perdere, stipendi e pensioni, mandando in rovina famiglie spesso già economicamente malandate. Così a un certo punto ha detto basta: «Se volete giocare possiamo organizzare una bella battaglia navale», ha iniziato a dire ai giocatori più incalliti.

Qualcuno penserà che si tratta comunque di pochi don Chisciotte imbarcatisi in una crociata impossibile. Può darsi. Non saranno certo loro a sconfiggere il mostro del gioco d’azzardo, una piovra con molti tentacoli, dal bingo ai gratta e vinci, dalle scommesse ai poker on line. Ma la loro scelta di civiltà resta una testimonianza importante di resistenza. E siamo convinti che il loro esempio possa far riflettere altri esercenti, spingendoli a tranciare qualche altro tentacolo, a non alimentare questo diabolico mercato. In attesa che lo stato — le cui casse beneficiano di notevoli entrare da questo settore — finalmente decida non solo di starne fuori, ma di estirparlo anche dalle mani delle organizzazioni criminali che ne controllano una non piccola fetta. Perché limitarsi ad avvertire che il gioco può causare dipendenza è solo un alibi ipocrita.

Qui il link all’articolo originale su L’Osservatore Romano

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