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Volevano mutilarle i genitali. Lei si è ribellata. Ora è tra i 100 africani più influenti al mondo

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Nice Nailantei Leng’ete, la masai che lotta contro l’infibulazione, fu ritenuta “impura” quando si rifiutò di praticarla e fu “cacciata” dal suo villaggio. Da allora la sua vita è cambiata (in positivo)

Nice Nailantei Leng’ete è stata inserita lo scorso anno dal Time nella classifica delle 100 donne più influenti al mondo. Nice è una giovane donna masai, oggi operatrice dell’organnizzazione Amref Health Africa. È in Italia perché ha partecipato all giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, che si è celebrata il 6 febbraio.

Prenderà parta a diversi momenti di testimonianza in tutta Europa per raccontare la sua storia di coraggio e ribellione, e portare parole di speranza per le bambine e le ragazze costrette a seguire l’orribile pratica dell’amputazione dei genitali imposta da antiche usanze tribali (Agensir, 7 febbraio).

200 milioni

Nice, kenyana, 27 anni, continua a lanciare un messaggio forte contro il muro d’indifferenza che si oppone al fenomeno, diffuso anche nel Vecchio continente nel quale si stima siano 550mila le donne vittime dell’asportazione della clitoride e del suo prepuzio (solo in Italia sarebbero circa 80mila).

Ma in tutto il mondo, e in particolare in Africa, in Medio-oriente e Indonesia coloro che hanno subito il famigerato “taglio” raggiungono i 200 milioni, di cui 44 milioni hanno meno di 14 anni. Sono quelle che purtroppo non ce l’hanno fatta a sottrarsi, a fuggire o a capire.

Leggi anche: Germania: aumenta il numero di donne con mutilazioni genitali

La fuga e il nonno

Nice abitava in un villaggio masai ai piedi del Kilimangiaro e aveva 9 anni quando un giorno i genitori e gli zii le dissero che avrebbe dovuto sottoporsi all’infibulazione per trovare marito, senza più andare a scuola: «Scappai di casa alle 4 del mattino e corsi per 20 chilometri nella savana piangendo» racconta. La bimba andò dal nonno, pregandolo di aiutarla, non voleva essere mutilata, desiderava continuare a studiare. Non fu facile ma riuscì a convincere il vecchio a esercitare la sua influenza di capostipite ordinando ai familiari di non intervenire con questa truce pratica sulla piccolina.

Picchiata per essersi ribellata

Nice tornò nel suo villaggio ma venne insultata e spesso picchiata per essersi opposta ai voleri dei familiari e aver infranto una regola di convivenza: allontanata perché ritenuta impura, indegna di appartenere alla comunità. «Quando ti fanno il taglio non devi gridare, le braccia e le gambe vengono legate, la bocca deve rimanere serrata, gli occhi fissi, se provi a urlare provocherai il disonore della tua famiglia» spiega Nice.

Leggi anche: L’infibulazione per tutte le donne dell’ISIS? Una bufala

Sanguinamenti e infezioni

Dal giorno in cui disse “no” è diventata una nomade. Ha preso di nuovo coraggio, è andata a parlare con gli anziani Moran (i guerrieri masai che vivono nella foresta), si è informata sui danni delle mutilazioni genitali e ha cominciato a spiegare ai capi tribù le conseguenze pericolose e terribili di questa pratica che mette a rischio la vita stessa delle donne. E provoca fastidi cronici, dolore, sanguinamento, infezioni. Alcuni tagli determinano l’infertilità, l’incapacità di partorire per via naturale e possono causare anche la morte dei neonati.

“Never again”

Da allora Nice conduce la sua battaglia al grido di «never again» e «stop the cut». Tiene conferenze in giro per il mondo, ed è stata inserita nella lista delle persone più influenti d’Africa. Grazie a lei oltre 10mila bambine si sono salvate dall’orribile “taglio”.

«Spero che la mia storia sia di incoraggiamento per tante altre bambine e ragazze – conclude Nice – per camminare insieme verso l’obiettivo che il mondo si è dato: mutilazioni zero entro il 2030» (Avvenire, 7 febbraio).

Leggi anche: La chirurgia ricostruttiva, nuova speranza per le donne vittime di infibulazione

 

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