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La chirurgia ricostruttiva, nuova speranza per le donne vittime di infibulazione

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Una nuova tecnica chirurgica potrebbe sanare le ferite fisiche e psicologiche delle tantissime donne sottoposte a questa barbara pratica

Sono sempre più diffusi i tentativi medici di porre rimedio all’orrore dell’infibulazione. E, in seguito ad una tecnica chirurgica recentemente testata, centinaia di milioni di donne sottoposte in tutto il mondo a mutilazioni genitali potrebbero avere una nuova speranza. Si tratta di una procedura ricostruttiva che potrebbe restituire quasi integralmente le funzioni sessuale e contribuire a guarire le ferite emotive e psicologiche derivanti dalla mutilazione.

UNA NUOVA SPERANZA

Secondo la chirurga estetica Ivona Percec, della Perelman School of Medicine presso l’Università della Pennsylvania, “i chirurghi estetici svolgono un ruolo cruciale” nella guarigione fisica ed emotiva delle donne vittime di questa barbara pratica, e sottolinea l’importanza che i medici siano “informati e preparati” circa “le esigenze chirurgiche ed emotive” delle donne coinvolte.

Una procedura semplice ma efficace che può aiutare le vittime a “ripristinare una sensazione di benessere fisico e psicologico”.

Numerose pazienti si sono rivolti alla Percec per sapere se ci fossero opzioni chirurgiche disponibili per tornare a provare sensazioni e considerarsi “normali”. Dopo aver studiato a fondo le attuali tecniche ricostruttive, Percec ha introdotto alcune sperimentazioni che potrebbero ripristinare l’aspetto e la funzione dell’organo coinvolto, aiutando le donne a recuperare la propria femminilità e identità.

Gli interventi consistono nel separare le grandi labbra, unite dal tessuto cicatriziale, per poi suturarle per assicurarsi che non aderiscano nuovamente tra loro. E il clitoride (o quanto ne rimane) viene trattato in modo da permettere di rigenerare spontaneamente il tessuto cutaneo che lo ricopre, rendendo più probabile un recupero della sensibilità.

Fondamentale, aggiunge la chirurga, è anche seguire un “trattamento post-intervento, che consiste nell’applicare due volte al giorno una pomata antibiotica che riduce il dolore”, ha detto Percec. Trattandosi di una zona naturalmente sensibile, “l’unguento serve per permettere la guarigione del clitoride e la nuova formazione della mucosa”.

RISULTATI PROMETTENTI

La procedura è stata effettuata finora su tre pazienti. Dopo un anno di stretto controllo, le pazienti hanno dichiarato di aver notato miglioramenti da un punto di vista sessuale, affermando di provare molto meno disagio con i propri partner. Le tre donne hanno detto che avrebbero consigliato questa procedura a tutte le vittime di mutilazioni genitali.

“La mutilazione genitale femminile è una violazione dei diritti fondamentali delle donne e delle bambine”, ha dichiarato Percec. “Mentre le nazioni di tutto il mondo lavorano per eliminare questa consuetudine, i chirurghi plastici possono svolgere un ruolo importante nel recupero fisico, emotivo e psicologico”.

Un piccolo grande passo avanti, rispetto alle tecniche finora eseguite. Il dottor Hannes Sigurjónsson, dell’ospedale Karolinska di Solna, in Svezia, alcuni anni fa aveva dichiarato a VICE di essere riuscito per la prima volta a ricostruire il clitoride, “rimuovendo attentamente il tessuto cicatriziale” e “facendo emergere la parte del clitoride ‘nascosta’”, dato che la sua radice è lunga circa 10 centimetri e la mutilazione riguarda esclusivamente la parte visibile del clitoride. Rimaneva però il problema dei rischi legati all’operazione.

Sulla base di questa e altre tecniche, potremo essere dunque più vicini all’obiettivo che accomuna ogni ricercatore impegnato nella questione: riparare integralmente alle devastanti conseguenze fisiche e psicologiche di questa pratica infernale.

COS’È L’INFIBULAZIONE

L’infibulazione è una mutilazione genitale femminile (MGF), che consiste nell’asportazione della parte visibile del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra vaginali e nella successiva cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale.

Le mutilazioni genitali femminili vengono praticate principalmente su bambine tra i 4 e i 14 anni di età. Tuttavia, in alcuni paesi vengono operate bambine con meno di un anno di vita, come accade nel 44% dei casi in Eritrea e nel 29% dei casi nel Mali, o persino neonate di pochi giorni (Yemen).

Una consuetudine che ha origine esclusivamente culturale, e non religiosa, come spesso si è portati a pensare. e oggi è adottata e praticata in molte società dell’Africa, della penisola araba e del sud-est asiatico.

Per l’UNICEF qualunque tipo di mutilazione genitale femminile rappresenta una “palese violazione dei diritti della donna”, è fortemente “discriminatoria” e viola il diritto delle bambine “alla salute, alle pari opportunità, a essere tutelate da violenze, abusi, torture o trattamenti inumani, come prevedono tutti i principali strumenti del diritto internazionale”.

Oltre che umilianti, le mutilazioni genitali sono estremamente dolorose. Le bambine che vi sono sottoposte possono morire per cause che vanno dallo shock emorragico (le perdite ematiche sono cospicue) a quello neurogenico (provocato dal dolore e dal trauma), all’infezione generalizzata (sepsi).

Per tutte, l’evento è un grave trauma: molte bambine entrano in uno stato di shock a causa dell’intenso dolore e del pianto irrefrenabile che segue.

Conseguenze di lungo periodo sono la formazione di ascessi, calcoli e cisti, la crescita abnorme del tessuto cicatriziale, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario e della pelvi, forti dolori nelle mestruazioni e nei rapporti sessuali, maggiore vulnerabilità all’infezione da HIV/AIDS, epatite e altre malattie veicolate dal sangue, infertilità, incontinenza, maggiore rischio di mortalità materna per travaglio chiuso o emorragia al momento del parto.

 

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