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Soddisfazione ed effetti della Confessione sacramentale

Antoine Mekary / ALETEIA
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La penitenza data dal confessore non è un castigo

L’ultimo elemento della Confessione sacramentale è la soddisfazione, che ripara al male commesso. L’assoluzione elimina il peccato, ma non ha modo di eliminare i disordini provocati da questo nel rapporto con Dio e con il prossimo, per non parlare dell’indebolimento del peccatore nell’amicizia con il Signore. Libero dal peccato, il penitente deve recuperare la salute spirituale perduta. Deve soddisfare, espiare, riparare l’errore commesso: chi ha rubato restituisca (anche in segreto) ciò che ha preso, chi ha parlato male cerchi di restituire la buona fama all’altro, ecc..

Si adatta bene al tema una citazione ufficiale della Chiesa: “La penitenza che il confessore impone deve tener conto della situazione personale del penitente e cercare il suo bene spirituale. Essa deve corrispondere, per quanto possibile, alla gravità e alla natura dei peccati commessi. Può consistere nella preghiera, in un’offerta, nelle opere di misericordia, nel servizio del prossimo, in privazioni volontarie, in sacrifici, e soprattutto nella paziente accettazione della croce che dobbiamo portare. Tali penitenze ci aiutano a configurarci a Cristo che, solo, ha espiato per i nostri peccati una volta per tutte. Esse ci permettono di diventare coeredi di Cristo risorto, dal momento che ‘partecipiamo alle sue sofferenze’ (Rm 8,17)” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1460).

Come si vede, la penitenza data dal confessore non è un castigo o una “multa” da pagare, come nel caso di chi, ad esempio, infrange una legge penale e deve scontare la pena a livello monetario o carcerario. È (e vuole essere) invece un grande aiuto “medicinale” per eliminare ogni traccia di peccato che può provocare disordine nell’anima del fedele e che trabocca fuori, nella società.

Nella Chiesa antica, l’ordine veniva ristabilito da dure penitenze. Per non spaventare nessuno, il “modo” della pena (non quindi il suo senso interiore) è cambiato. È più blando, richiedendo in generale preghiere e non più pellegrinaggi, digiuni e cilici. Ciò che non cambia, come si è detto, è il senso penitenziale: distaccarsi dall’errore e creare un rapporto forte con Dio mediante la grazia ricevuta nel sacramento.

La soddisfazione è importante, visto che è verità di fede che Dio non sempre perdona, insieme al peccato e alla pena eterna, tutta la pena temporale; per questo il sacerdote, in virtù del potere delle chiavi, può e deve imporre al fedele opere di penitenza.

Qui sorge un punto importante: è soggetto alla Confessione sacramentale chiunque abbia peccato in modo grave dopo aver ricevuto il Battesimo. Il sacerdote, per essere confessore, deve avere un’espressa giurisdizione dal suo vescovo. Perché? Perché il potere delle chiavi (della riconciliazione) è di piena competenza del vescovo, e quindi solo lui può delegarlo ai presbiteri sotto la sua giurisdizione. È vero, però, che qualsiasi sacerdote (anche quelli che non esercitano più il ministero) può dare l’assoluzione a un fedele in pericolo di morte (cfr. Mons. E. Bettencourt, Curso sobre os sacramentos, p. 167; Codice di Diritto Canonico, nota al canone 976).

Circa gli effetti sacramento della Riconciliazione, il Compendio del Catechismo della Chiesa dice al n. 310 che “gli effetti del Sacramento della Penitenza sono: la riconciliazione con Dio e quindi il perdono dei peccati; la riconciliazione con la Chiesa; il recupero, se perduto, dello stato di grazia; la remissione della pena eterna meritata a causa dei peccati mortali e, almeno in parte, delle pene temporali che sono conseguenze del peccato; la pace e la serenità della coscienza, e la consolazione dello spirito; l’accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano”.

Che bella definizione! Riconciliazione in linea verticale (con Dio) e orizzontale (con la Chiesa, il prossimo), recupero della grazia perduta nel peccato mortale, remissione della pena temporale dovuta al peccato, benessere interiore e rafforzamento della grazia per non peccare più.

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