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Benedetta Bianchi Porro: spogliata di tutto per essere rivestita di Cristo

BENEDETTA BIANCHI PORRO
Courtesy of Bianchi Porro Family
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Il suo nome finalmente tra i Beati, il decreto promulgato dal Papa il 7 novembre scorso: la cerimonia di beatificazione invece avverrà con tutta probabilità a settembre 2019, nella sua diocesi, Forlì. Abbiamo incontrato una delle sorelle, Emanuela, che vive a Sirmione, il paese dove Benedetta si trasferì con la famiglia e dove si consumò il suo eroico martirio. Un modello di santità attuale, laico, necessario. Un chiodo piantato nel serpente della cultura dello scarto.

L’inizio normale di una vita straordinaria

Voleva diventare un medico, e lo sarebbe diventata, c’è da presumerlo, a pieni voti. Non solo quelli sarebbero stati pieni ma anche la sua dedizione e la sua intelligenza vivace, penetrante e il suo amore per i pazienti, per le persone che sono fratelli, mai avuto dubbi. Invece Dio ha voluto altro, per questa ragazza. E a lei, alla fine, è andata benissimo così.

Benedetta Bianchi Porro, forlivese di nascita, sirmionese di adozione e ora cittadina di un paio di mondi (questo che continua ad aiutare e a raccogliere devozione e soprattutto l’Altro, dove i concittadini sono i santi e il familiare più intimo è Dio stesso) ha vissuto una vita inizialmente normale, provata è vero dalle durezze della guerra e di una salute fragile. Sarà la seconda di sei figli, sempre molto legata ai suoi fratelli: Leonida, Gabriele, Emanuela, Corrado, Carmen.

BENEDETTA CON LA SORELLA EMANUELA E LA MAMMA
Emanuela Bianchi Porro
Benedetta Bianchi Porro con la mamma Elsa e la sorellina Emanuela

E poiché una di loro, Emanuela, vive vicino a dove abito anch’io, mi sono permessa di chiederle una chiacchierata. Parliamo di Benedetta e pare che parliamo con Benedetta.

Conosce subito la malattia Benedetta Bianca Maria (questo il nome completo di Battesimo); la vita sembra volerla abituare fin da quando non ha memoria alla privazione e all’umiliazione. Che sarebbe crudeltà, se non riconosciamo la storia che Qualcuno vuole scrivere per lei e con lei.

Si tratta, alla fine, di una grande storia d’amore, amore vero ed esigentissimo ma altrettanto generoso. Un amore così grande che ogni privazione altro non è che zavorra gettata dal cesto della mongolfiera mentre quella sale, sale, continua a salire. Certo la salita del cristiano è dura, pesante, gravata della croce; ma in questo l’anima vola! Lo scoprirete leggendo molti dei pensieri di Benedetta quando ormai ha aderito con piena volontà al disegno di Dio su di lei. (per conoscere integralmente la sua opera, Scritti Completi, a cura del biografo ufficiale, Don Andrea Vena; edizioni San Paolo)

Nella sua breve vita questa giovane rinuncia via via con maggiore docilità a quello che le viene strappato. A farlo, odiosa mercenaria, è una malattia infida e feroce, che sarà lei stessa a diagnosticarsi: la neurofibromatosi diffusa. La sua forma è stata particolarmente nefasta, ne esistono molte manifestazioni e spesso con discrete prospettive di vita. Si tratta di una malattia probabilmente congenita che genera una serie di tumori che colpiscono la cute e i nervi, (Benedetta non accusò mai però le sintomatiche chiazze di iperpigmentazione). A lei ha tolto mano a mano tutti i cinque sensi. Il primo a salutarla e a prendersi gioco di lei, l’udito.

Osservava Benedetta, mi ha riferito la sorella, che la sordità rende ridicoli, la cecità forse suscita più immediata compassione. E così all’università persino un professore la insulta e la umilia con una brutalità che lascia esterrefatti.

Cosa se ne farebbero di un medico sordo, urlerà lanciandole il libretto universitario. Ci sarà con lei spesso un’amica di Sirmione, Anna, ad alzare la mano agli appelli in aula per le lezioni a frequenza obbligatoria. Dettagli piccoli, questi ma segno di quella amicizia che ha sempre sostenuto il cammino di questa beata, vero modello di santità laicale. Sarà piena di amici, soprattutto da malata, da invalida totale diventerà un gigante, un maestro sublime, restando dolce, femminile. Frequenterà GS ai suoi albori; lo stesso Rocco Buttiglione, che si troverà a sua volta a scrivere di lei, racconterà di avere fatto interi “raggi” sulle frasi di Benedetta. (il raggio è una forma di catechesi utilizzata da Don Giussani nei primi anni di Gioventù Studentesca; il termina deriva dalla forma con la quale si disponevano i presenti per il momento di catechesi).

Vi dicevo che ho chiesto a la Manuela , così la chiamerà la sorella maggiore nei diari di bambina, per carpire da lei alcuni aspetti che forse ad uno sguardo troppo agiografico possono sfuggire. La Manuela è quella delle sorelle che ha iniziato a praticare danza fin da piccola e che poi ha ballato alla Scala e lavorato in Rai (si vede ancora dal bel portamento, dalla misura che usa nei gesti, dalla grazia che ha, accompagnata da un certo piglio volitivo. Dev’essere la natura romagnola che fa capolino); ed è instancabile nel portare Benedetta a tutti, in tutte le occasioni che si creano o che lei stessa promuove.

Quando mi ha fatto accomodare al tavolo della cucina lo ha invaso di fogli; si trattava di una serie di appunti diversificati, quelli che usa quando va in giro; sono pensati e redatti a seconda del pubblico che incontra: bambini, ragazzi, adulti, ecclesiastici. E ogni volta che la sento parlare di Benedetta riscontro lo stesso slancio, la stessa energia e fierezza insieme ad un sincero distacco. Dipende dal fatto che è disposta a consegnare sua sorella al mondo. Benedetta non è “sua”, è per tutti.

E’ arrivata lontano, questa giovane, da quando è morta; si vede che con la visuale di cui gode ora riesce a saltare intoppi, trovare scorciatoie e raggiungere cuori che ancora Google maps non ha tracciato.

MAPPA DEVOZIONE BBP
Benedetta Bianchi Porro
La devozione a Benedetta nel mondo

Quasi tutta la sua vita è stata nascosta, come quella del Suo Signore

E’ nata nel 1936 a Dovadola (FO) ed è morta nel 1964 a Sirmione. Nasce in agosto e muore a gennaio. Ma la rosa che le fa festa è quella che sboccia bianca nel giardino della sua casa sul lago, in pieno inverno. A gennaio fa un bel freddo anche qua, sul nostro dolce Benaco.

Insomma lo si capisce che non so da che parte girarmi per quante cose vorrei dirvi e offrirvi di Benedetta; ed è perché ne conosco la storia, ne riconosco il viso così bello dai ritratti, dalle copertine dei libri, dai santini fin da quando sono bambina anche io; e per il fatto che le voglio bene e l’ho sempre sentita amica, vicina, normale e speciale. Desiderosa di divertirsi, di perdersi quasi nelle gioie semplici e istintive di una vita che scorra senza scossoni ma segretamente chiamata a qualcosa di alto e insieme terribile.

Una ragazza che ha cercato invano di coprirsi dietro il velo sottile di una ordinarietà che invece ha dovuto abbandonare per incamminarsi lungo una via dura, impervia, arida spesso. Ma solo così ha potuto far emergere uno spirito gigantesco. Benedetta è un gigante e una bambina in braccio al Signore.

Vi ricorderà S.Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo.

Pensavo di essere stata arguta ad accorgermene ma è lei stessa che parla con devozione e ammirazione di questa Santa e della sua spiritualità, che si nutrirà dei suoi scritti; durante l’agonia chiederà alla mamma di leggerle ancora Storia di un’anima. Sul suo sarcofago sono incise le parole della Santa francese che anche Benedetta ha fatto proprie: Non muoio, entro nella vita.

Le assomiglia, davvero. Era bella, femminile, (aveva una specie di mania per gli orecchini, che allora non erano nemmeno tanto di moda, mi dice la sorella) e dalla salute cagionevole; anche lei avrebbe voluto consacrarsi. Era un’entusiasta, innamorata della sua famiglia, degli amici, dello studio, della letteratura, della bellezza, della natura. Era anche malinconica; serve lavoro per essere nella gioia, per essere grati. Non basta il carattere, soprattutto dopo, soprattutto quando la salita inizia a tirare parecchio e a spezzarle il fiato. Assomiglia alla piccola carmelitana dottore della Chiesa perché anche lei è stata nascosta al mondo e ora, dal cielo, non cessa di mandare giù grazie. Chissà se pescano i fiori dallo stesso cesto!

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