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Alessandro D'Avenia: abusare di smartphone e tablet procura noia e scarsa concentrazione

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Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 26/11/18

«Più i ragazzi frequentano gli schermi, più sono infelici»

Martedì 23 ottobre, Milano, mensa scolastica di una scuola media del capoluogo lombardo. Lo scrittore e docente Alessandro D’Avenia osserva questa scena:

«Molti ragazzini delle medie mangiavano da soli fissando il cellulare o, se erano in coppie e gruppetti, commentavano il contenuto di qualcosa su uno dei loro telefoni. Come ormai troppo spesso siamo abituati a vedere, anche fra adulti, lo schermo sostituisce il volto, la conversazione, il corpo».

Solitudine, ansia, depressione

Da qui è nata una riflessione pubblicata dal Corriere della Sera nella rubrica “Letti da rifare” (29 ottobre) molto attuale e per certi versi allarmante.

La ricerca americana “Monitoring the Future” del National Institute on Drug Abuse, che da 40 anni verifica la salute psico-fisica degli adolescenti, ne ha segnalato un netto peggioramento a partire dal 2007 (uscita del primo smartphone): alla forte diminuzione delle interazioni sociali reali e delle ore di sonno (meno di sette) corrisponde l’aumento del senso di solitudine, la tendenza all’ansia e alla depressione, in particolare nelle ragazze. «Più i ragazzi “frequentano” gli schermi – evidenzia D’Avenia – più sono infelici: il medium, se diviene fine, blocca la vita invece di liberarne e allenarne le potenzialità».




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Intossicati dal “multitasking”

Inoltre, prosegue l’autore di romanzi best seller molto apprezzati da ragazzi e giovani, gli studi evidenziano che il cervello abituato agli schermi è intossicato dal “multitasking“. Cioè dalla possibilità di interagire contemporaneamente su più programmi/app.

«Spesso presentata come qualità dei nostri tempi, se “abusata” – ammonisce D’Avenia – si traduce nella difficoltà a concentrarsi e ad aver presa (com-prensione) e tenuta (con-tenuti) su qualcosa: oltre il livello normale di gestione di più problemi contemporaneamente, il multitasking diventa infatti mera dispersione. Si perde profondità e quindi comprensione del mondo, e per i contenuti ci si affida a chi sminuzza la realtà in atomi di informazione allettante e indifferenziata».




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“Pallide” sollecitazioni

La costante stimolazione di cui sono capaci telefoni e tablet, infatti, «attiva continuamente i meccanismi di ricompensa del cervello. Spento lo schermo il bambino o l’adolescente precipita in un mondo le cui sollecitazioni appaiono pallide rispetto agli “effetti speciali” digitali, motivo per cui la soglia di percezione della noia è molto più bassa rispetto a chi è cresciuto senza dispositivi elettronici».

Il bello della scoperta non c’è più!

«È un tipo di noia nuovo, con cui chi educa deve fare i conti». Una noia, che D’Avenia definisce “artificiale“, «molto diversa da quella “naturale” che da sempre conduce i bambini a trasformare le cose che cadono sotto i cinque sensi in un viaggio di esplorazione e scoperta del nuovo: scoprire significa letteralmente togliere il coperchio alle cose ed è spesso la noia la molla per farlo».




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Gratificazione rapida

I dispositivi digitali creano dipendenza perché «ci gratificano subito e sempre, diversamente dalla gioia duratura di un’attività impegnativa, che si confronta “fisicamente” con la resistenza di quella che infatti chiamiamo “la dura realtà”».

«La gratificazione profonda – conclude lo scrittore e docente siciliano, trapiantato a Milano – si imprime nella memoria e la possiamo rievocare in ogni momento, perché è diventata esperienza».

Il paradosso

Steve Jobs e Bill Gates, fondatori di Apple e Microsoft, chiosa D’Avenia hanno paradossalmente impedito l’uso degli oggetti che hanno prodotto ai propri figli piccoli o adolescenti. «Sapevano bene su cosa erano basati per poter essere venduti. Perché non dovremmo provarci anche noi?».


Alessandro D'Avenia

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