Ricevi Aleteia tutti i giorni

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

Asia Bibi, la sentenza che l’ha assolta: «anche insultare i cristiani è blasfemia»

© public domain
Condividi

Asia Bibi libera, la sentenza della Corte Suprema. I giudici pakistani che hanno assolto dopo 8 anni la donna cristiana hanno scritto un passaggio storico nella sentenza, rivoluzionario ed imprevisto: “è blasfemia anche insultare la religione cristiana, pur facendolo in nome di Maometto”.

La Corte Suprema del Pakistan ha cancellato ieri la condanna a morte per blasfemia che gravava dal 2010 su una donna cristiana, Asia Bibi. Più che mai è il caso anche di ricordare Salman Taseer, ex governatore musulmano del Punjab, e Shahbaz Bhatti, ex ministro cristiano per le minoranze, entrambi assassinati perché l’avevano difesa.

Il direttore di Asia Newspadre Bernardo Cervellera, è stato tra i primi in Italia a riferire la grande notizia di ieri. In diretta al TG1 ha dichiarato che ora la donna e la sua famiglia dovranno scappare dal Paese, anche perché – com’era prevedibile- i radicali islamici hanno violentemente manifestato contro la sentenza, mettendo a ferro e fuoco le strade. Ha anche ricordato, come avevamo reso noto, che l’Italia è tra i primi Paesi che si sono offerti di ospitare Asia Bibi ma ha suggerito la necessità di proteggere anche i tre coraggiosi giudici islamici che hanno emesso il verdetto, i loro nomi: Saqib Nisar, Asif Saeed Khosa e Mazhar Alam Khan Miankhel.

Questo anche perché nelle 56 pagine della sentenza si trova un passaggio rivoluzionario e scioccante per il Pakistan. «Chi porta avanti un’accusa deve anche provarla»hanno scritto«Un imputato è innocente fino a quando non è stata dimostrata la sua colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. E nel caso di Asia Bibi le prove fornite dall’accusa sulla presunta blasfemia commessa hanno categoricamente fallito nel provare la sua colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio». La corte ha anche spiegato che «non spetta gli individui o alle folle decidere se un reato è stato commesso o meno, ma alla giustizia». Ma ecco la frase più sorprendente e inattesa: «La blasfemia è un’offesa grave ma anche insultare la religione dell’imputata e mischiare la verità e la falsità come fatto dall’accusa nel nome del profeta Maometto non è meno blasfemo».

Che in un regime totalitario islamico come quello del Pakistan, nato in nome dell’Islam dopo la partizione dall’India, i giudici della Corte Suprema dichiarino che è blasfemia anche insultare il Dio cristiano, pur in nome di Maometto, è qualcosa di totalmente imprevisto. Probabilmente anche per questo che il leader del partito estremista Tehreek-e-Labaik, Muhammad Afzal Qadri, ha subito annunciato: «I giudici che hanno scagionato Asia Bibi meritano la morte. I soldati musulmani si ribellino ai loro generali».

Ci vorranno ancora giorni prima che la donna sia effettivamente liberata ed intanto l’esercito è stato dispiegato per evitare attentati terroristici. Sopratutto a Youhanabad, il più grande quartiere cristiano di Lahore, già colpito da sanguinosi attentati negli anni scorsi. «Abbiamo molta paura di quanto potrà succedere. In questo paese ci sono molti fondamentalisti», ha dichiarato il marito di Asia, Ashiq Masih«Io e la mia famiglia siamo in grave rischio, specie perché io sono un musulmano che difende una cristiana che ha commesso blasfemia». Il fatto che il marito di Asia Bibi sia musulmano dice già di quanto sia errato generalizzare, molti musulmani stanno infatti esultando assieme ai cristiani per l’assoluzione della donna.

Purtroppo in contemporanea alla notizia di liberazione è arrivata anche quella della richiesta di riscatto di $275 milioni di dollari per la liberazione della giovane cristiana nigeriana Leah Sharibu, rapita all’inizio dell’anno dal gruppo radicale islamico Boko Haram. La ragazza di 15 anni è l’unica rimasta prigioniera perché si è rifiutata di rinunciare alla sua fede in Gesù Cristo e convertirsi all’Islam.

 

QUI L’ORIGINALE

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni