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A Dacia Maraini le parole del Papa sull’aborto sono rimaste indigeste. Buon segno!

DACIA MARAINI
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Anzichè accusare il Santo Padre di poca misericordia, rinfacciandogli il suo carisma più tipico, dovremmo lasciarci scuotere da queste parole; tutti non solo le donne che spesso sono vittime di solitudine e abbandono oppure ingannate.

E non c’è solo la scrittrice a levare scudi, con la sua lettera al Papa uscita su la 27esimaora. Su Il Foglio si alza appena anche la voce di Adriano Sofri:

Le frasi del Papa sull’aborto sono vuote di misericordia. Francesco non può ignorare quanta e quale simpatia di fedeli e infedeli gli costino. Deve aver pensato a quanta e quale simpatia gli procurino, e scelto quella. (Il Foglio, 12 ottobre 2018)

Come se il Papa, qualsiasi Papa, dovesse o potesse adottare come bussola del proprio comportamento il numero di like, il gradimento generato dalle proprie sortite, il flusso di simpatia che riesce a mettere in circolo. Mi pare una considerazione talmente orizzontale e schiacciata sul mondo da non poter esercitare nessuna presa su un pensiero serio.

Il Papa, che come uomo è dotato di difetti, fragilità, inclinazioni non sempre rette, ha lo stesso compito di ogni cristiano anzi di ogni uomo: cercare la verità, difenderla, annunciarla.  Quale verità? Cristo, naturalmente. Che è la Verità sull’uomo, il cosmo e la storia tutta. E come sommo pontefice si trova investito del grave compito di confermarci nella fede. Insomma i Papi non dovrebbero mai avere il problema dei sondaggi sulla fiducia dei credenti, dell’indice di apprezzamento delle chiese locali o di quanto riescano ad incuriosire i cosiddetti lontani; non hanno elezioni di metà mandato per vedersi riconfermati su una poltrona che scotta. Se obbedissero a queste attese e non a quelle di Dio su di loro sarebbero ben miserevoli.

Dacia Maraini, da donna, forse si sente titolata a dire a nome di tutte che queste parole pronunciate all’Angelus del 10 ottobre, non vanno bene; offendono, non sono sufficientemente comprensive nei confronti delle donne. Il Papa, da uomo anche in senso virile, fa un’operazione che spetterebbe sempre agli uomini. Ripetere e restare saldo sul limite, sul confine tra bene e male. I figli non si uccidono. Questi uomini sono anche in grado di stringere la donna tremante di paura in un abbraccio, ma devono costituire con lei e per lei e i suoi figli le mura che tengano il caos fuori della città.

In parte possiamo capirla, Dacia, e riconoscere l’effetto schiaffo che l’espressione “pagare un sicario” e “fare fuori il più debole” possano stampare sulla faccia e sui cuori di tante donne e spero anche di tanti uomini.  Ma il Papa, e la Chiesa, sono ancora lì dopo lo schiaffo e anche prima. Pronti ad abbracciare, se non tutti moltissimi. Ricordo la preghiera, una sorta di accorato appello di Giovanni Paolo II alle donne che hanno abortito, piena di tenerezza e struggente amore: “vi accorgerete che nulla è perduto” (Evangelium Viate n. 99). Sento risuonare ancora tante chiare e benevolissime espressioni di Benedetto XVI quando si rivolge con venerazione e rispetto a tutte le donne, a tutte le madri.

Ma di Papa Francesco difficile dimenticare la lettera apostolica che porta la sua firma, “Misericordia et misera” a chiusura del Giubileo della Misericordia.

In essa al n.12, il papa afferma:

«Concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto […] Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente».

E così troviamo in uno stesso luogo, ben distese e pronte all’abbraccio, le due braccia dell’amore, la verità e la misericordia. E’ e resta peccato gravissimo, l’aborto, ma più alta, fonda e larga è la misericordia del Padre. Dove c’è pentimento Essa non ha freni. Dove il mondo vede contraddizione e prova irritazione, a guardare con la conoscenza della fede si riconoscono distintamente i tratti della paternità divina.

E allora possiamo chiederci se proprio queste parole di Papa Francesco e dette proprio in questa maniera e da quel pulpito, non siano state la medicina o l’intervento chirurgico necessario in questo tempo. Amaro può essere il farmaco e dolorosa l’operazione, eppure efficaci. L’intervento terapeutico per questa umanità ferita in tante maniere e sparpagliata su vasti campi di battaglia non si riduce ad una sola somministrazione di un solo principio attivo o ad un banale intervento ambulatoriale con anestesia locale; ha bisogno anche di questo, che è intervento urgente, complesso e ad alto rischio. Lo dice bene un’utente, Daniela Dionisi, a commento di un lungo, pacato e dolente post di Paola Bonzi.

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