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Paola Bonzi: «In questi anni abbiamo fatto tanta fatica, però sono nati fino ad oggi 19.000 bambini!»

youtube / CAV

Silvia Lucchetti - Aleteia - pubblicato il 14/06/16

Paola Bonzi ci ha raccontato la sua storia e quella del Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli di cui è fondatrice e presidente

Paola Bonzi è una donna speciale. Ha fondato nel 1984 il Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli all’interno dell’omonima Clinica di Milano. Il CAV (Centro di aiuto alla vita) è un’associazione di volontariato che si impegna nel sostegno alla maternità, aiutando economicamente e psicologicamente le donne che si trovano in difficoltà per una gravidanza, affinché scelgano di non abortire e vivano la dolce attesa con gioia e serenità. Paola Bonzi, moglie, madre e consulente familiare, scelse di fondare questa struttura all’interno dell’ospedale Mangiagalli per stare fisicamente nel luogo dove le difficoltà legate alla gravidanza sono più grandi, e dal 2000 il CAV si è arricchito del consultorio familiare Genitori oggi, situato di fronte l’ospedale.

È la stessa Paola Bonzi che ci ha raccontato la sua storia e quella del Centro di aiuto alla Vita di cui è presidente e fondatrice.

Cosa la spinse nel 1984 a fondare il Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli?

«Bisogna ritornare indietro di quattro cinque anni perché il tutto è cominciato con il referendum dell’1980-81 sulla legge 194. Allora c’eravamo mobilitati per raccogliere le firme e andare a fare conferenze in giro, cose di questo tipo. E avevamo contemporaneamente fondato un Centro di Aiuto alla Vita a Milano, che attualmente è il Centro di Aiuto alla Vita Ambrosiano. Lavorando lì mi accorgevo che non arrivavano persone indecise se tenere o no il bambino: venivano mamme povere a chiedere di essere aiutate con vestitini, latte, pannolini. Io volevo incidere invece là dove le donne volevano abortire, e così nell’84 – stimolata anche da quanto accadeva in Polonia con Solidarność, dove volontarie avevano iniziato a stare fuori dall’ospedale per dire a quelle che vi entravano per interrompere la gravidanza che erano lì per aiutarle e sostenere loro e i loro bambini – ho pensato che anch’io volevo fare la stessa cosa, e la volevo fare dentro l’ospedale milanese, emblema contemporaneamente della maternità e dell’abortismo. Alla Mangiagalli infatti si assiste a un modo di funzionare un po’ schizofrenico, se si pensa che qui è stato aperto anche il primo ambulatorio per la 194. Così scrissi una semplice nota al Consiglio di amministrazione di allora, per chiedere di “entrare” all’interno della clinica e, incredibilmente, ci dissero di sì. Avvenne una cosa straordinaria, perché allora il discorso sull’aborto era tutta una questione di partiti, ed erano i rappresentanti dei partiti a sedere nel consiglio di amministrazione. Pertanto sulla carta il voto doveva dare un risultato negativo, e invece venne fuori un sì, votarono un’altra volta e risultò un altro sì: quindi “entrammo e aprimmo la porta” in dodici».

Come è andata l’esperienza di sostengo alle mamme e alla vita in questi 32 anni di volontariato?

«Sono stati anni sorprendenti perché non pensavamo di riuscire in un’impresa così grande, ero sola e senza quattrini – punto dolente – e quindi in questi anniabbiamo fatto tanta fatica: però sono nati fino ad oggi 19.000 bambini! Noi siamo aperti e presenti in ospedale tutti i giorni dalla mattina alle sera, e accogliamo tutti coloro che hanno bisogno di aiuto e desiderano essere ascoltati».

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© archivio CAV Mangiagalli

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