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Il biografo Bernard Lecomte: «Per Giovanni Paolo II, l’Europa era profondamente cristiana»

© DANIEL JANIN / AFP
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Quarant’anni fa, Giovanni Paolo II veniva eletto Papa. Aleteia ha incontrato il suo biografo francese, Bernard Lecomte, autore di una recente opera – “Le monde selon Jean Paul II” [“Il mondo secondo Giovanni Paolo II”, N.d.T.] – per domandargli se il messaggio del Papa polacco possa aiutare ancora l’Europa di oggi in preda alle sue divisioni sempre più profonde. Intervista.

Lancio verso di te, vecchia Europa, questo grido pieno d’amore: ritrova te stessa, sii te stessa, scopri le tue origini, ravviva le tue radici, rivivi questi valori autentici che hanno reso gloriosa la tua storia e benefica la tua presenza sugli altri continenti.

Questo appello lanciato da Giovanni Paolo II a Compostela nel 1982 non sembra perso mordente oggi. Eppure fu pronunciato prima della caduta del muro di Berlino e dell’adesione all’Unione europea di molti Paesi dell’Europa occidentale e centrale. Di questo progetto europeo il Papa polacco fu un artigiano per tutto il corso dei 27 anni del suo pontificato.

Marzena Devoud: Nel suo discorso di Compostela del 1982 Giovanni Paolo II lanciò un appello alla “vecchia Europa”. Ma la sua visione del continente, del suo passato e del suo avvenire comune, non era utopistica e magari un poco romantica?

Bernard Lecomte: Bisogna ritenere bene in testa che quando è stato eletto Giovanni Paolo II era il primo papa non italiano dopo cinque secoli. Per tutti i suoi predecessori, l’Europa andava da sé. Quando si è romani, in tutti i momenti della storia si è al cuore dell’Europa. Non si ha dunque la medesima visione dell’Europa che può averne un uomo che venga dall’Europa Centrale, in particolare da un Paese per il quale l’attaccamento all’Europa – o la perdita di questo attaccamento – abbia significato una posta tanto spesso vitale e tragica. Egli vedeva l’Europa come un insieme di nazioni unite dalla medesima cultura. Era probabilmente necessario qualcuno venuto dai Paesi dell’Est per promuovere questa visione ed averne una coscienza estremamente forte. Giovanni Paolo II ha vissuto l’essenziale del suo sacerdozio in un Paese profondamente europeo, ma ostaggio della potenza sovietica che lo dominava. La nostra cultura comune aveva per lui molto più valore che per noi – italiani, francesi o tedeschi. Questo papa nato nel cuore dell’Europa ma privato dell’Europa per 45 anni ha voluto ricordarci che, sul nostro continente, condividiamo una cultura molto ricca – federatrice e portatrice di avvenire. Cosa che molti Paesi dal nostro versante della cortina di ferro avevano dimenticato.

M. D.: Quali furono le reazioni, all’epoca?

B. L.: La sorpresa – sia nella Chiesa sia nella classe politica europea. Perché questa visione non era più attuale. Eppure l’idea di Europa come comunità delle nazioni era stata portata da un altro papa, Pio XII. Quest’ultimo aveva vigorosamente sostenuto, fin dai primi passi, la costruzione europea. All’indomani della seconda guerra mondiale, essa s’imponeva. Era motivata dall’esigenza di riconciliazione di popoli che si erano fatti la guerra per decenni. Poi Giovanni XXIII e soprattutto Paolo VI hanno inquadrato l’Europa in coordinate nuove. Eravamo allora di fronte a un’altra prospettiva storica – su scala mondiale. In occasione del Trattato di Roma del 1957, i dirigenti dell’epoca si preoccupavano meno dell’Europa, la cui costruzione sembrava avviata, che della ricerca della pace nel mondo. Essi volevano imporre la distensione tra le due superpotenze che si minacciavano con l’arma atomica. Stavamo entrando in un’altra epoca, quella della mondializzazione. Giovanni Paolo II ha accompagnato questa mondializzazione: ha visitato 104 Paesi. Ha fatto 128 viaggi. L’hanno sempre assimilato a un pastore che sta tutto il tempo in pellegrinaggio. È stato detto che aveva fatto tre volte la distanza dalla Terra alla Luna. Ed è proprio questo Papa globe-trotter e al contempo universale che avrebbe insistito più di tutti gli altri sui valori dell’Europa: religiosi, spirituali e culturali.

M. D.: Leggendo il suo libro veniamo sorpresi dalla quantità di discorsi volontaristici che il Papa pronuncia sull’Europa. Davvero ha cambiato il corso della storia?

B. L.: Incontestabilmente. È proprio perché questo papa era profondamente europeo e aveva una visione al contempo storica, spirituale e culturale dell’Europa che fin dal primo giorno si è battuto perché l’Europa si riunificasse. Perché superasse la divisione ideologica fra Est e Ovest. Perché riuscisse ad abbattere il muro di Berlino che allora la divideva. Tutti i dirigente e i commentatori politici si erano rassegnati a questa divisione, che credevano ineluttabile. Tre anni prima dell’elezione di Karol Wojtyła, gli accordi di Helsinki del 1975 avevano perfino inciso nel marmo questa terribile divisione. La distensione non poteva aver luogo se non in un simile quadro. Lo straordinario pellegrinaggio pastorale di Giovanni Paolo II attraverso il suo Paese natale, nel giugno 1979, fu la prima breccia aperta nella cortina di ferro. Numerosi storici lo riconoscono. Mai un papa italiano, francese o brasiliano avrebbe potuto intraprendere un simile periplo. Solo un papa venuto dall’Est poteva osare di affermare, a dispetto di tutte le censure, che il potere comunista era una “parentesi” nella vita di quei Paesi, e che la divisione dell’Europa in due era un “accidente” della storia. La sua formula sconvolgeva tutte le idee dell’epoca, era di una potenza formidabile.

M. D.: In occasione della sua storica omelia a Varsavia, il 2 giugno 1979, Giovanni Paolo II ha sottolineato che non si poteva comprendere la Polonia senza Cristo. Questa formula, così inattesa, si applicava anche all’Europa?

B. L.: Da vero papa politico, egli spiegava che l’Europa non è solamente cristiana. Egli ricordava le sue origini greche, romane, normanne o celtiche… Egli ricordava che la sua storia non era omogenea, era la convergenza di più civiltà. Per lui, l’Europa era profondamente cristiana, ma non esclusivamente cristiana.

M. D.: Il papa tedesco, Benedetto XVI, condivideva la medesima visione d’Europa del papa polacco…

B. L.: E non è un caso. I due uomini erano convinti che non si potesse comprendere l’Europa senza fare riferimento ai grandi ordini monastici, alle cattedrali, ai teologi, alle università del Medioevo. Non dimentichiamo che Karol Wojtyła studiò all’università Jagellonica di Cracovia, una delle prime università europee in assoluto. Per uno come per l’altro, non si poteva spiegare la ricchezza straordinaria della cultura europea senza collegarla alla sua storia cristiana.

M. D.: Una delle sue opere su Giovanni Paolo II porta il titolo “La vérité emportera toujours sur le mensonge” [“La verità vincerà sempre sulla menzogna”, N.d.T.]. Di quale verità si tratta?

B. L.: La verità è un tema filosofico costantemente dibattuto e discusso. Proprio questi due papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, hanno consacrato molto tempo e molto lavoro all’argomento. Però abbordandolo diversamente. Nel papa polacco, la formazione filosofica mette l’uomo al centro di tutte le riflessioni. E l’uomo non è la verità: egli è alla ricerca della verità. Giovanni Paolo II parte dall’uomo per andare alla verità. In Benedetto XVI, che è di formazione teologica, la verità “è”, prima di tutto. La verità s’impone ed essa deve imporsi agli uomini. Al cuore dell’insegnamento di Benedetto XVI c’è la verità. Al cuore dell’insegnamento di Giovanni Paolo II c’è l’uomo alla ricerca della verità.

M. D.: Giovanni Paolo II credeva che l’Europa potesse ritrovare la propria armonia tornando alla cultura e al culto. Nel suo discorso all’Unesco del 1980 egli disse questa frase: «Sono figlio di una nazione sopravvissuta grazie alla sua cultura». Lei insiste sull’importanza storia di questo discorso…

B. L.: Quel discorso segna un tornante non solamente nella storia del papato, ma anche nella storia delle idee contemporanee. Pretendere che la cultura possa salvare un Paese è un discorso che nessuno tenne, a quell’epoca. Bisogna vedere che quando parla della cultura polacca Giovanni Paolo II parla della nazione polacca. Per lui la cultura e la nazione sono molto prossime.

M. D.: Da che cosa la cultura può salvare?

B. L.: Dai nazionalismi, dalle ideologie, dalle occupazioni militari. Da tutto quanto è politico, da tutto ciò che è guerriero, da tutto ciò che è economico, perché la cultura è al di sopra.

M. D.: Lei pensa che questo risponda ai problemi odierni dell’Europa?

B. L.: Sì, assolutamente. La questione è solo di sapere se la cultura europea sarà più forte delle querelles economiche, politiche, ideologiche o identitarie che dir si voglia. La cultura permetterà di superarle? È quella che ha permesso alla Polonia di superare un secolo e mezzo di drammi e occupazioni. Questa domanda posta da Giovanni Paolo II all’Unesco è per me la domanda che oggi l’Europa deve porsi.

M. D.: Giovanni Paolo II si è sempre adoperato per il rispetto delle nazioni. I diritti delle nazioni è importante quanto i diritti dell’uomo?

B. L.: Egli aveva quest’idea, che l’Onu avrebbe dovuto creare una carta delle nazioni così come aveva proclamato la dichiarazione dei diritti dell’uomo. Giovanni Paolo II non è stato seguito su questo progetto. Che cosa aveva in mente? Aveva la visione dell’uomo in comunità. Affermava che l’uomo non è mai solo. In un mondo sempre più individualista, questa verità era sconvolgente. Per lui, bisognava considerare l’uomo nella sua famiglia, nel suo paesino, nella sua comunità, nella sua nazione. Egli considerava la nazione come una sorta di super-famiglia che condivide una cultura, una storia e una lingua. E il Papa polacco sapeva di cosa parlava.

M. D.: Cosa che non l’ha impedito di mettere in guardia contro i nazionalismi…

B. L.: Infatti. Il papa sapeva che cos’era una nazione. L’aveva vissuto sulla propria pelle. Non dimentichiamo che nella giovinezza aveva vissuto le peggiori atrocità: la guerra, l’antisemitismo e il comunismo. Sapeva i pericoli dei tempi moderni. Per lui, la caduta del comunismo era una delle tappe del pellegrinaggio dei popoli verso la libertà. Lo disse nel gennaio 1990, qualche settimana dopo la caduta del Muro di Berlino. Ciò che voleva dire era che bisogna evitare che le nuove libertà provochino nazionalismi esacerbati. Era chiaro per lui come per altri: il patriottismo è l’amore dei propri, mentre il nazionalismo è l’odio degli altri. Questa frase non è sua, ma il papa avrebbe potuto farla sua.

M. D.: Di tutta la sua eredità spirituale, qual è l’insegnamento di Giovanni Paolo II che potrebbe aiutare la nostra fragile Europa?

B. L.: Evidentemente non si può riassumere un pensiero così ricco in poche parole. Giovanni Paolo II è rimasto capo della Chiesa cattolica per ventisette anni. Ha scritto seimila testi, tutti tanto ricchi quanto differenti. Eppure, se dovessi ritenere un appello, una frase o una formula, sarebbe questa: «Non abbiate paura». È ancora perfettamente attuale. Queste poche parole, da lui pronunciate immediatamente dopo l’elezione, nell’ottobre 1978, riassumono tutto quello che Giovanni Paolo II ha voluto apportare. Si rivolgeva certamente ai popoli oppressi di quella parte d’Europa donde veniva egli stesso. A quelli che, dietro la cortina di ferro, vivevano in un regime di terrore. S’indirizzava anche a tutti i cattolici. Li incoraggiava a non avere paura dell’avvenire e delle difficoltà che minacciavano la Chiesa in un mondo sempre meno cristiano. Si rivolgeva infine agli uomini del suo tempo. Penso che il messaggio di Giovanni Paolo II non abbia perduto alcunché della sua attualità: non abbiate paura. Né dell’avvenire né dell’Europa! Siamo in un mondo che gira sempre più veloce, che sembra sempre più ostile. Penso che Giovanni Paolo II oggi ci direbbe che supereremo la nostra paura e che l’Europa supererà la sua crisi attuale. Essa può farlo. Essa ha tutte le risorse spirituali, culturali e umane per farlo. Tutto l’eroico pontificato di Giovanni Paolo II l’ha provato.

M. D.: Nel corso del suo pontificato, Giovanni Paolo II è venuto sette volte in Francia. Perché ha tanto amato la Francia?

B. L.: Credo che idealizzasse il nostro Paese. È venuto dapprima subito dopo la guerra, poi al momento del Concilio e infine più volte da papa. All’inizio, la Francia era per lui il Paese delle cattedrali, dei grandi teologi e dei santi. Il suo motto veniva da san Louis-Marie Grignon de Montfort… Nondimeno cadde dalle nuvole quando tornò in Francia da Romano Pontefice nel 1980. Allora si rese conto che quella Francia, a lui tanto cara, aveva perduto il suo afflato cristiano. Si ricorda la frase che pronunciò a Bourget: «Francia, figlia primogenita della Chiesa, sei fedele alle promesse del tuo battesimo?»? Che formidabile appello! Io penso che fosse profondamente deluso della Francia. Ma da uomo di fede Karol Wojtyła non si è mai rassegnato a una delusione. Per lui una delusione costringeva a ripartire, a ritrovare la forza. In effetti si può dire che egli abbia restituito forza ai cattolici francesi. Ed ha celebrato il nuovo afflato cristiano nel 1986 a Taizé, a Paray-le-Monial, a Lione e ad Ars – la città di san Giovanni Maria Vianney, dove ha ricevuto tutti i preti francesi… Specialmente alcuni giovani preti che anch’essi avevano superato il periodo del dubbio sul cattolicesimo francese prima dell’arrivo di Giovanni Paolo II.

M. D.: Lei ha seguito tutte le sue visite in Francia. Che cosa l’ha segnata di più?

B. L.: Io ritengo un passaggio assolutamente straordinario: le GMG di Parigi del 1997. Bisogna ricordarsi che non ci credeva nessuno, compresi i vescovi di Francia. Nessuno credeva al successo di questo raduno di giovani. Non perché i francesi siano più pessimisti degli altri… ma perché in Francia abbiamo vissuto una scristianizzazione. In fondo, abbiamo avuto il sentimento che la Chiesa cattolica avesse perduto il contatto con i giovani del mondo. Ed era nel 1997 a Parigi, nel bel mezzo del mese di agosto, che centinaia di migliaia di giovani sono sbarcati a Parigi… Il primo giorno erano già quattrocentomila. Alla messa di chiusura, c’erano più di un milione di giovani che spuntavano da non si sa dove, all’incontro col papa polacco. Si ricorda quella straordinaria veglia di preghiera al Bois de Boulogne, alla vigilia della ripartenza di Giovanni Paolo II? Tutti erano stupefatti. Avevamo compreso quella sera che Giovanni Paolo II era un seminatore. Per sedurre, per ristabilire il contatto con i giovani del mondo, bisognava che fosse un seminatore. Per me fu senza dubbio quella visione, fu quel momento a lasciarmi il ricordo più forte del suo pontificato.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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