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Perché Steve Bannon vuole una Chiesa Cattolica diversa da quella di Francesco?

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Un certo modo di pensare il mondo e il cattolicesimo fa quadrato attorno ad una figura, quella dell'ex consigliere di Donald Trump

Non è facile seguire le dinamiche ecclesiali per come esse si diramano e si intrecciano in giro per il mondo, la Chiesa americana poi è – per dimensioni e importanza – già di suo un mondo a sé: essere il cattolicesimo nel paese più potente del mondo cambia il modo di percepirsi e di percepire il mondo circostante. Nell’era della presidenza Trump, preparata ideologicamente dallo spostamento radicale provocato dal cosiddetto Tea Party nel partito Repubblicano, il ruolo di kingmaker lo ha svolto Steve Bannon. Uomo diorigini proletarie in una famiglia irlandese-americana, cattolico di formazione, prima la Marina, poi le banche d’affari dove si macinano miliardi per colazione. Non gli è piaciuta quella vita e l’ha abbandonata decidendo di dare voce all’America profonda, quella che si è sentita mettere da parte prima dalla globalizzazione, poi dal liberalismo progressista di Obama. Steve Bannon è diventato così il principe nero del populismo di destra negli USA, e quando Trump era in difficoltà durante la campagna elettorale gli ha chiesto consiglio. Trump “spaventa i moderati”? Bannon gli dice di farlo ancora di più e di battere sul politically correct. Ha funzionato. Dissidi politici dopo l’insediamento però lo hanno fatto allontanare dalla Casa Bianca e tornare al suo lavoro editoriale con Breitbart News, ma ora con l’idea di propagandare il verbo del sovranismo in chiave di supremazia della morale giudaico-cristiana sul resto del mondo, e in Europa ha trovato alleati e adepti: Marine Le Pen, Matteo Salvini, Nigel Farage per fare qualche nome. Per certi versi pupilli di successo, con risultati che stanno cambiando gli equilibri nel vecchio continente.

Ma Steve Bannon non si muove solo sul terreno della politica, ma anche all’interno della Chiesa cattolica, intrecciando il suo disegno con quello dei critici di Papa Francesco, stringendo alleanze e visioni del mondo che confliggono con l’idea di una Chiesa aperta alla misericordia, capace di accogliere ma soprattutto di non percepirsi più come una propaggine culturale dell’Occidente. Ed è forse questa la principale linea di frattura tra Francesco e i “dubiosi“? Ci sono naturalmente diverse interpretazioni di questa che – alla fin fine – è comunque una delle crisi più profonde della storia del cattolicesimo, una crisi che viene dal suo interno come forse non se ne vedevano da secoli. Per questo Aleteia ha voluto interrogare due studiosi italiani che l’America e la Chiesa la conoscono bene, abitandola o frequentandola con regolarità: il professor Massimo Faggioli, storico e teologo, professore ordinario alla Villanova University e Pasquale Annicchino, giurista e ricercatore presso l’European University Institute e docente alla St. John Law School di New York.

In tutto questo, sabato Steve Bannon parlerà a Roma alla Festa di Atreju, il movimento giovanile del partito che si richiama agli eredi del Movimento Sociale Italiano, cioè Fratelli d’Italia, e la sua stessa leader, Giorgia Meloni, ambisce a far parte del “The Movement”, il movimento transnazionale pensato dallo stesso Bannon. Al contempo lui annuncia l’imminente apertura di una collaborazione con l’istituto “Dignitatis Humanae” che proprio in Italia, ma sponda nell’Oltretevere, è vicino al Cardinal Leo Burke. Questa è una saldatura inedita tra politica e religione, almeno per l’Italia. Viene da chiedersi cosa dobbiamo aspettarci: «Dobbiamo aspettarci un tentativo di colonizzazione ideologica che peraltro iniziò con un certo americanismo cattolico in Italia già durante gli anni di Benedetto XVI». dice il professor Massimo Faggioli «Bannon sa bene che nella chiesa e nella politica di oggi non è importante creare un movimento di massa, ma piuttosto essere posizionati strategicamente in certi luoghi che possono iniziare a penetrare la classe dirigente – della chiesa e della politica – e inserirsi in un “mondo cattolico” di matrice conciliare che è drammaticamente indebolito sia tra i laici che tra il clero. I problemi del cattolicesimo americano sono più ideologici e politici che teologici, e Bannon rappresenta quell’ala del cattolicesimo trumpiano che è all’opposto della visione di chiesa di papa Francesco».

C’è chiaramente in atto un gioco di sponde, almeno per quello che riguarda l’America e l’Italia: Salvini, incontra Burke che collabora con Bannon, e quest’ultimo ha parole di stima per il neoministro dell’Interno. L’Italia nello schema politico di Bannon ha una nuova centralità geopolitica, serve da leva per cambiare il resto d’Europa, ma c’è ovviamente anche il tema della presenza della Santa Sede, ed ecco che si delinea un cerchio che si stringe attorno a Papa Francesco che tanto dal Ministro degli Interni quanto dal Cardinal Burke è stato criticato aspramente in passato. «C’è lo sconcerto – dice il teologo di origini ferraresi – di vedere un cardinale associarsi a un personaggio noto per le sue posizioni radicalmente opposte al magistero sociale della chiesa su alcune questioni molto importanti. Ma c’è una questione più grande: Bannon e Burke convergono su una visione di chiesa occidentalista: non solo anti-musulmana e anti-immigrati, ma anche anti-globalizzazione della chiesa. La crisi creata dal fenomeno Trump, fenomeno che Bannon cerca di raccordare con la chiesa cattolica e di creare anche in Europa e nel cattolicesimo, è anche una crisi della globalizzazione cattolica e della globalizzazione del cattolicesimo».

D’altro canto come ricordava proprio il professor Pasquale Annicchino, in un suo recente articolo apparso su Il Foglio nel retroterra culturale dei movimenti neosovranisti che guardano “a destra” che è qualcosa di più di una riedizione di “Dio, Patria e Famiglia”, ma anche e soprattutto una inedita critica al liberalismo individualista anche in terra americana e una trasformazione del conservatorismo americano: «Ovviamente, ad una attenta analisi, è possibile individuare caratteristiche peculiari e differenze dei diversi movimenti. – spiega Annicchino – E’ possibile rintracciare differenze dettate dalle culture e dai Paesi di riferimento. Tuttavia, a mio modo di vedere, il ritorno di movimenti nazionalisti e tradizionalisti nell’agone politico non è derubricabile come solo “ritorno al passato”. In effetti si tratta di un fenomeno profondamente moderno e che spesso utilizza tutti gli strumenti della modernità o della post-modernità. In questo scenario il conservatorismo religioso statunitense ha sicuramente un ruolo guida. In primo luogo perché le culture wars sono radicate nel dibattito pubblico americano. Vi è poi la capacità di proiezione globale che hanno i gruppi religiosi statunitensi. Il cattolicesimo statunitense mi pare aver appreso molto dalle battaglie degli evangelical e si muove spesso in sincronia con loro. Spesso infatti il cattolicesimo conservatore statunitense appare molto più in sintonia con gli evangelical che con coloro che si riconoscono nel cattolicesimo progressista. Ma questo, del resto, ce lo aveva già segnalato James D. Hunter nel suo fondamentale volume del 1992 sulle culture wars. Per questo motivo Francesco viene criticato, perché non sembra farsi campione dell’agenda di questo mondo conservatore che fa del conflitto, anche politico, uno strumento fondamentale di presenza nella modernità».

Insistiamo chiedendo a Pasquale Annicchino, come si è creata questa saldatura tra politica e movimenti ecclesiali e quali conseguenze ci possono essere «I rapporti – prosegue – tra movimenti politici ed ecclesiali sono sempre fecondi e carichi di conseguenze qualsiasi siano le istanze di cui si fanno portatori. Per questo direi che queste saldature non dovrebbero dettare sorprese. Allo stesso modo non mi sorprendono le critiche di Bannon al Pontefice. Del resto la sua weltanschauung, la sua visione-mondosui temi religiosi era già molto chiara dopo il suo intervento al seminario in Vaticano nell’estate del 2014 in cui aveva criticato l’avanzata della secolarizzazione e dell’Islam. Una visione che combacia perfettamente con quella di molti movimenti conservatori. Le conseguenze possono essere importanti perché, come ho scritto, anche nell’intervento sul Foglio che Lei ha citato, oggi questi movimenti politici (come anche molti movimenti progressisti) ragionano in chiave globale. E la nascita di “The Movement” di Bannon può sicuramente costituire un ulteriore livello di crescita di questi gruppi».

Professor Faggioli, perché questo papato sta subendo così tante critiche dall’interno? Naturalmente c’entrano anche i nuovi media, ma una avversione così sopra le righe è inedita “dall’interno”. Per certi versi sembra di leggere, in certe critiche, i pamphlet anticattolici dei protestanti durante gli anni più aspri della Riforma. Da storico cosa pensa?

«Le critiche e le slealtà dall’interno sono nuove in questa forma, e sono uno dei frutti delle ipocrisie fatte carriera durante i due pontificati precedenti. Il riferimento alla Riforma è interessante: è un fatto che in America le voci contrarie a papa Francesco vengono in buona parte da ex protestanti convertiti al cattolicesimo di recente. C’è una specie di settarismo cattolico che è uno dei portati del fenomeno delle conversioni al cattolicesimo durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Francesco è sotto tiro perché è un papato che rigetta l’identificazione ideologica tra chiesa e occidente, e rigetta il moralismo che è necessario a sostenere quella visione di chiesa. E’ un papato che ovviamente dà fastidio negli USA più che da qualunque altra parte del mondo».

Non solo quindi la questione degli abusi ha determinato la sospensione – da parte di influenti donatori americani – della raccolta dell’Obolo di San Pietro come avevamo spiegato su Aleteia in un articolo di qualche giorno fa. Viene da chiedersi dunque se questo fatto possa influenzare i rapporti tra la Santa Sede e i vescovi americani: «I rapporti tra Santa Sede – prosegue Annicchino rispondendo alle nostre domande dall’aeroporto durante uno dei suoi numerosi spostamenti come ospite in convegni e riunioni di ricerca – e vescovi americani sono già complessi per altre vicende, come abbiamo avuto modo di verificare in questi giorni. Alcuni di loro hanno ruoli attivi negli enti che hanno sospeso le donazioni questo sicuramente si innesta su una situazione già complessa di suo. Direi che i nodi da sciogliere saranno molti».

Mentre scriviamo sopraggiungono nuovi leaks, nuove indiscrezioni, nuovi documenti di corrispondenza anche privata che lasciano intuire che nulla è più sacro, nemmeno uno scambio epistolare tra Benedetto XVI e cardinali suoi amici. Il giornale tedesco Bild, ripreso da diverse testate tra cui il New York Times, ha pubblicato alcune lettere scambiate tra il Papa emerito e il cardinal Brandmüller in cui Ratzinger risponde all’amico: «Posso ben comprendere il dolore radicato che la fine del mio pontificato ha causato te e molti altri. Ma per alcuni – e mi sembra anche per te – il dolore si è trasformato in rabbia, che non riguarda più solo l’abdicazione, ma la mia persona e l’interezza del mio pontificato» e prosegue «In questo modo il pontificato stesso viene svalutato e confuso con la tristezza per la situazione della chiesa oggi» a pagare le conseguenze di questo smarrimento è Francesco, trasformato in una sorta di capro espiatorio, anche a causa della inusuale convivenza tra un Papa e il suo predecessore, un unicum che non avendo precedenti significativi non ha giovato al naturale passaggio tra i due pontificati, lasciando più di qualcuno ancora profondamente (morbosamente?) ancorato a Benedetto XVI contro la sua stessa volontà (la fedeltà e la lealtà di Ratzinger verso Bergoglio non sono nemmeno da mettere in discussione), trasformandolo in un feticcio e ipostatizzando un insegnamento senza rendersi conto del gradualismo e della continuità tra Francesco e i suoi predecessori, scambiando le innovazioni linguistiche e la preferenza per alcune tematiche per strappi. La crisi della Chiesa passa anche per le opposte tifoserie (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI vs Francesco) ognuna con qualcosa da rivendicare, ma se il dissenso sotto i predecessori di Bergoglio era meno violento e meno “armato” non per questo era meno presente, tuttavia bisogna riconoscere che mai aveva messo in discussione la legittimità del pontificato stesso. Ecco che Bannon, che per lo meno giura formale fedeltà al pontefice in una recente intervista, non disdegna di affiancare e sostenere chi questo pontificato lo vuole monco o addirittura cancellato (parliamo frange) dimostra così la sua ambiguità.

Nella tradizione cattolica la fedeltà al Romano pontefice è figura della fedeltà alla Comunione, in quanto il Papa è garante dell’unità della Chiesa perché “Colui che è chiamato a confermare i fratelli nella fede”. Ecco che le intersezioni tra chi fa politica dicendo di richiamarsi al Vangelo o alla Dottrina della Chiesa e chi attacca o sminuisce l’autorità sul Pontefice diventano un fatto di cui occuparsi o per lo meno di cui è necessario essere a conoscenza: come si possa essere autenticamente cattolici contro il Papa è più materia di coscienza che di dottrina, ma a volte basterebbe conoscere la seconda per non indurre la prima in strane acrobazie…

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