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La “Chiesa-mondo” di Papa Francesco

© Gabriel BOUYS / AFP
JMJ Rio2013: Papa Francisco no papamóvel saúda fiéis
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Un saggio del teologo italiano, trapiantato negli USA, Massimo Faggioli, fornisce spunti per comprendere la recente storia della Chiesa e le sfide dell'era Bergoglio

Con temerarietà – come ammette nella prefazione – ma consapevole di tutti i rischi collegati ad un abbozzo di analisi del pontificato di Francesco, leggiamo volentieri le pagine del teologo Massimo Faggioli, Papa Francesco e la "Chiesa-mondo", edito da Armando Editore, che cerca di ricostruire il contesto delle elezione del papa argentino a partire dalla lunga stagione teologica e pastorale connotata dal “duo” formato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI , visto il ruolo svolto da Ratzinger come teologo di riferimento del lungo papato polacco. E come ricorda l’autore: “Nel 2006 Alberto Melloni pronosticò il pontificato di Benedetto XVI come un “pontifi cato di decantazione” dopo i lunghi ventisette anni di papa Wojtyla. Se questo è vero, le dimissioni di Benedetto XVI gettano una luce non solo sulla personalità e la teologia di Joseph Ratzinger, ma anche sull’eredità di Giovanni Paolo II. In questo senso, il 28 febbraio 2013 assume il valore di una cesura perché con le dimissioni di Benedetto XVI si esaurisce anche la spinta propulsiva del pontificato di Giovanni Paolo II, in una maniera più traumatica di quel 2 aprile 2005”.

Continuità e discontinuità tra i due che sembrano più dettate da questioni di sensibilità che non da divergenze e che tuttavia pesano e peseranno nel nuovo pontificato: “l’agenda del conclave del 2013 e del prossimo pontifi cato “in coabitazione” col papa emerito andavano lette alla luce delle sfi de lanciate da Giovanni Paolo II: sfide che Benedetto XVI ha cercato di raccogliere forzando la mano su alcuni aspetti (la sfida al secolarismo, la diffidenza verso le mediazioni della politica) ed eliminandone altri, tipici di papa Wojtyla (il rapporto tra cristianesimo eculture non europee, la “teologia del corpo” e il “genio femminile”)”. Ecco che “il pontificato romano, dopo il 28 febbraio 2013, si avviava a riformulare se stesso in modo più radicale di quanto non avessero già fatto Giovanni XXIII e Paolo VI, i papi del Concilio Vaticano II: il rapporto con la Curia, con Roma, con l’Italia, con il global south; il papato come funzione a tempo o come carisma personale; il papato e l’unità di una chiesa sempre più frammentata; il papa teologo o il papa di governo”. E’ questo che molti osservatori – e ancora più fedeli – si aspettano probabilmente da Bergoglio. Chi con speranza, chi con timore che queste siano “rivoluzioni” e non delle “continuità” e che Faggioli affronta lucidamente. La primizia rappresenta da Francesco è presto individuata: “Papa Francesco è una “prima volta” per molte ragioni. Egli è infatti: il primo papa non europeo e non mediterraneo fin dalle origini dell’istituzione del papato romano: la sua venuta dall’America Latina spinge la chiesa a ricalcolare la geopolitica del cattolicesimo e orientarsi verso il global south; il primo papa gesuita rompe un tabù, dato che ora la chiesa cattolica ha altri sospetti da combattere, non ultimo quello che ha visto per secoli la Compagnia di Gesù come una setta all’interno di una setta; il primo papa chiamato Francesco, con la scelta di un nome che è una grande scommessa sulla possibilità del papato di essere fedele al messaggio del Vangelo come è stato radicalmente testimoniato da Francesco d’Assisi; un papa che è fi glio di immigrati (italiani, nel suo caso), un vero e proprio “segno del tempo”, in cui milioni di persone cercano lavoro in altri paesi”. Ma soprattutto è un Papa che arriva da un continente – quello Latino americano – che è stato a lungo percorso dalle spinte della Teologia della Liberazione, sia la sua parte più aderente al magistero, sia quella più ideologica. Inoltre Francesco è un altro Papa che ha conosciuto la dittatura durante la sua vita.

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