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Le sofferenze di suor Lucia per amore di Gesù e Maria

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Joao Paulo Trindade / LUSA / AFP

Todo de Maria - pubblicato il 23/07/18

Nel luglio 1917, la piccola Lucia fu estremamente provata. Neanche sua madre credeva alle apparizioni di Fatima

Nel 1917, all’epoca delle apparizioni di Nostra Signora del Rosario a Fatima (Portogallo), i tre pastorelli – Lucia, Francisco e Giacinta -, passarono per varie sofferenze e privazioni, che sopportarono eroicamente per amore di Nostro Signore Gesù Cristo e della Santissima Vergine Maria.

Nel mese di luglio, la piccola Lucia fu estremamente provata. Neanche sua madre credeva alle apparizioni, e per influenza di un sacerdote diceva a sua figlia che queste potevano essere opera del demonio.

Dopo questa breve introduzione, vediamo la descrizione degli eventi con le parole della stessa suor Lucia:

“Quanto mi abbia fatto soffrire questa osservazione, solo nostro Signore lo può sapere, perché Lui solo può penetrare nel nostro intimo.

Cominciai allora a dubitare se queste manifestazioni venissero dal demonio, che cercava in questo modo di perdermi. E siccome avevo sentito dire che il demonio porta sempre guerra e disordine, cominciai a pensare che, di fatto, da quando io vedevo queste cose, non c’erano più state né allegria né tranquillità in casa nostra. Che angoscia provavo. Manifestai il mio dubbio ai miei cugini. Giacinta rispose:

– Ma no, non è il demonio! Il demonio dicono che è molto brutto, che sta sotto terra, all’inferno; quella Signora è così bella e noi l’abbiamo vista salire al cielo!

Nostro Signore si servì di questo per far svanire un po’ il mio dubbio. Ma nel corso del mese perdetti l’entusiasmo per la pratica del sacrificio e della mortificazione. Non sapevo se avrei finito per dire che avevo mentito e così farla finita con tutto. Giacinta e Francesco mi dissero:

– Non far così! Non capisci che adesso sì che dici una bugia e dire le bugie è peccato!

Mi trovavo in questo stato, quando ebbi un sogno che aumentò le tenebre del mio spirito: vidi il demonio che mi aveva ingannata, ridacchiava e faceva sforzi per trascinarmi all’inferno. Al vedermi tra le sue sgrinfie, cominciai a gridare così forte, invocando la Madonna, che svegliai mia madre, la quale mi chiamò, preoccupata, e mi domandò cosa avevo. Non mi ricordo che cosa le risposi. Ricordo però che quella notte non potei più dormire, perché ero paralizzata dalla paura.

Questo sogno lasciò nel mio spirito una vera nube di paura e di afflizione. Mio unico sollievo era starmene tutta sola, in un canto solitario e lì piangere a volontà. Cominciò a infastidirmi perfino la compagnia dei miei cugini e perciò cominciai a nascondermi anche da loro. Poveri bambini. A volte andavano in giro a cercarmi, chiamandomi per nome, e io ero li vicino, senza rispondergli, nascosta a volte in un cantuccio, verso cui non si sognavano nemmeno di guardare.

Si avvicinava intanto il tredici luglio e io non sapevo se ci sarei andata. Pensavo: «Se è il demonio, perché dovrei vederlo? Se mi dicono perché non ci vado, dico che ho paura che sia il demonio che ci appare e che perciò non ci vado. Giacinta e Francesco facciano come gli pare. Io non ci torno più a Cova de Iria. La mia decisione era presa e io ero decisa a metterla in pratica.

Il dodici, nel pomeriggio, cominciò a radunarsi della gente, che veniva per assistere agli avvenimenti del giorno seguente. Chiamai allora Giacinta e Francesco e li informai della mia decisione. Essi risposero: «Noi ci andiamo. Quella Signora ci ha detto di andarci. Giacinta si offerse a parlare lei con la Signora, ma le dispiaceva che io non ci andassi e cominciò a piangere. Le domandai perché piangeva:

– Perché tu non vuoi venire!

– No, io non ci vado; Senti: se la Signora ti domanda di me, dille che non vengo, perché ho paura che sia il demonio. – E li piantai lì e andai a nascondermi, così non avevo da parlare con le persone che mi cercavano per interrogarmi.

Mia madre pensava che stessi giocando con i bambini del posto, durante tutti questi periodi che passavo nascosta dietro un cespuglio, che c’era nella proprietà di un vicino, che confinava col nostro Ameiro, un po’ a est del pozzo già tante volte ricordato. Quando arrivavo in casa, la sera, mi rimproverava dicendo:

– Questa sì che è una santerella di legno tarlato! Tutto il tempo che le avanza che non va colle pecore, sta a giocare in modo tale che nessuno la trova.

Il giorno dopo, mentre si avvicinava l’ora in cui dovevo partire, mi sentivo spinta ad andare da una forza misteriosa, alla quale non mi era facile resistere. Mi misi dunque in cammino e passai dalla casa dei miei zii, per vedere se c’era ancora Giacinta. La trovai in camera, col suo fratellino Francesco, in ginocchio vicino al letto, piangendo.

– Allora, voi non andate? – domandai loro.

– Senza te non abbiamo il coraggio di andare. Dai, vieni!

– Son qui che vado, – risposi.

Allora, subito rasserenati, patirono con me.

La folla ci aspettava in grossi gruppi lungo le strade e a malapena riuscimmo ad arrivare. Fu questo il giorno in cui la SS. Vergine si degnò di rivelarci il segreto. Poi, per rianimare il mio fervore intiepidito, ci disse:

– Sacrificatevi per i peccatori o dite a Gesù, molte volte, ma specialmente tutte le volte che offrite un sacrificio: «O Gesù, è per amor vostro e per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria».

Mancanza di fiducia della madre di Lucia

Grazie al nostro buon Dio, con questa apparizione scomparvero le nubi dall’anima mia e ritrovai la pace. La mia povera mamma era sempre più preoccupata a vedere il gran numero di gente che veniva lì da tutte le parti.

– Questi poveretti – diceva – arrivano qua, sicuramente perché sono tratti in inganno dai vostri imbrogli; e davvero non so che fare per disingannarli.

Un poveraccio, che si vantava di prenderci in giro, di insultarci e di arrivare

volte a metterci le mani addosso, un giorno le domandò:

– Allora, zia Maria Rosa, che cosa mi dite delle visioni di vostra figlia?

– Ma che ne so – rispose mia madre – Mi pare che non è altro che un’imbrogliona, che sta ingannando mezzo mondo.

– Non ditelo molto forte, se non qualcuno è capace di ammazzarvela. Ho l’impressione che c’è qualcuno in giro che ne ha proprio voglia.

– Ah, non m’importa. Basta che la costringano a confessare la verità. Io però dirò sempre la verità, sia contro i miei figli, sia contro chi vi pare, magari anche contro di me.

Era proprio così. Mia madre diceva sempre la verità, anche se era contro se stessa. Noi suoi figli le siamo debitori di questo buon esempio.

Così un giorno tentò di nuovo di obbligarmi a smentirmi, come lei diceva. Perciò decise di portarmi un’altra volta, il giorno seguente, alla casa del signor priore, perché io confessassi di aver mentito, per chiedergli perdono e per fare la penitenza che il reverendo credesse opportuno e volesse impormi. Questa volta l’attacco era forte e io non sapevo come fare. Lungo il cammino, passo dalla cara dei miei zii, dico a Giacinta, che era ancora a letto, quel che stava avvenendo e poi me ne vado dietro a mia madre.

Nello scritto su Giacinta, ho già detto all’E.V. rev.ma la parte che lei e il fratello ebbero in questa prova che il Signore ci inviò e come mi aspettavano vicino al pozzo ecc.

Durante il cammino, mia madre mi fece la sua solita predica. A un certo punto io le dissi tremando:

– Ma, mamma, come faccio a dire che non ho visto, se ho visto?

Mia madre non rispose e, arrivata vicino alla casa del parroco, mi disse: – Ascoltami bene! Quello che io voglio è che tu dica la verità: se hai visto, di’ che hai visto; se non hai visto, confessa che hai mentito. – E senza aggiungere altro, salimmo la scalinata e il buon parroco ci ricevette nel suo studio con grande amabilità e, direi, perfino con dolcezza.

M’interrogò con grande serietà e delicatezza, servendosi di alcuni trucchi, per vedere se io mi contraddicevo o se scambiavo una cosa per l’altra. Alla fine ci licenziò stringendosi nelle spalle, come a dire: «Non so che cosa dire né che cosa fare di questa faccenda».

Minacce del sindaco

Passati alcuni giorni, i miei zii e i miei genitori ricevettero l’ordine delle autorità di comparire in municipio, il giorno seguente, a una certa ora stabilita, con Giacinta, Francesco, mio zio, con me e mio padre. Il municipio si trova a Vila Nova de Ourém; perciò c’era da camminare tre leghe circa, distanza assai considerevole per tre bambini della nostra età. E in quel tempo, l’unico mezzo per viaggiare in quei posti, erano le gambe e qualche somarello. Mio zio disse subito che lui andava, ma i suoi figli non li portava:

Loro, a piedi non ce la fanno; – diceva – e a cavallo non sono buoni a tenersi all’asina, perché non ci sono abituati. E poi non mi sento il dovere di presentare in tribunale due bambini così piccoli.

I miei genitori erano di parere contrario.

– La mia ci va. Che s’arrangi a rispondere. Io di queste cose non me ne intendo niente. Se sta mentendo, le sta bene se viene castigata.

Il giorno dopo, molto per tempo, mi misero in cima ad un’asina, dalla quale caddi tre volte durante il cammino e me ne andai accompagnata da mio padre e da mio zio. Mi pare che ho già raccontato a V.E. rev.ma quel che Giacinta e Francesco ebbero a soffrire quel giorno, credendo che m’avrebbero uccisa. Per me, quel che più mi faceva soffrire, era l’indifferenza dei miei genitori, che m’appariva ancor più chiaramente, quando vedevo la dolcezza con cui. i miei zii trattavano i loro figlioletti. Mi ricordo d’aver fatto durante questo viaggio questa riflessione: «Come sono differenti i miei genitori d’ai miei zii. Questi per difendere i loro figli, si fanno avanti al loro posto; i miei genitori mi abbandonano con la più grande indifferenza, perché facciano di me quello che vogliono. Ma, pazienza – dicevo nell’intimo del mio cuore – così ho la fortuna di soffrire di più per amore Tuo, o mio Dio, e per la conversione dei peccatori». A questo pensiero trovavo conforto in tutti i momenti.

In municipio fui interrogata dal sindaco in presenza di mio padre, mio zio e altri signori che non so chi erano. Il sindaco voleva per forza che gli rivelassi il segreto e che gli promettessi di non tornare mai più a Cova da Iria. Per ottenere ciò non risparmiò promesse e, infine, minacce. Vedendo che non otteneva nulla mi lasciò andare, giurando che ci sarebbe riuscito, anche se per far ciò avesse dovuto togliermi la vita. A mio zio diede una solenne ripassata, perché non aveva ubbidito ai suoi ordini e poi ci lasciarono tornare a casa nostra.

Pregiudizi in famiglia

Avevamo in famiglia anche un altro dispiacere, di cui – come si diceva – io ero la causa. Cova da Iria era un terreno di proprietà dei miei genitori. In fondo c’era un campetto assai fertile, in cui si coltivava un bel po’ di mais, legumi, ortaggi, ecc. Sui poggi c’erano ulivi, lecci e qualche quercia. Ma dopo che il popolo aveva cominciato ad andarci, non potemmo più coltivarci niente. La gente calpestava tutto. Un gran numero andava a cavallo e gli animali finivano per mangiare e rovinare tutto. A mia madre dispiaceva questa perdita e diceva:

– Tu, ora, quando vuoi mangiare, va’ a chiederlo a quella Signora!

Tu, ora, dovresti mangiare solo quello che si coltiva a Cova da Iria! – aggiungevano le sorelle.

Queste cose mi costavano tanto, che io non avevo il coraggio di prendere un pezzo di pane per mangiare. Mia madre, per obbligarmi a dire la verità – come lei diceva – arrivò non poche volte al punto di farmi sentite il peso di qualche manganello destinato al fuoco e trovato nel mucchio della legna all’angolo, o del manico della scopa. Ma siccome era anche madre, cercava poi di farmi ricuperare le forze perdute e si preoccupava a vedermi smagrire, con una faccia ingiallita e aveva paura che mi ammalassi. Povera mamma! Ora si, capisco sul serio la situazione in cui si trovava e come sento compassione per lei! Aveva proprio ragione a stimarmi indegna di un tal favore e a pensare per questo che fossi una bugiarda.

Per una speciale grazia di nostro Signore, mai ho avuto il minimo pensiero o gesto contrario al suo modo di procedere nei miei riguardi. Siccome l’angelo mi aveva annunciato che Dio mi avrebbe mandato delle sofferenze, io vidi sempre in tutto ciò Dio che voleva così. L’amore, la stima e il rispetto che le dovevo andarono sempre crescendo, come se fossi trattata con tenerezza e ora le sono più riconoscente per avermi trattata così, che se avesse continuato a farmi crescere nella bambagia”.

Fonte: Memórias da Irmã Lúcia, p. 85-90.

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