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Intelligenza artificiale: Uomo versus macchina è finita 1 a 1

MĘŻCZYZNA PRZY KOMPUTERZE

Kevin/Unsplash | CC0

Paul De Maeyer - pubblicato il 18/07/18

Supporto al processo decisionale umano

Per Reed, il vero valore della tecnologia non si vedrà nelle sale di dibattito, ma in applicazioni o situazioni in cui i sistemi di intelligenza artificiale possano offrire un contributo al processo decisionale umano o alla discussione, ad esempio nelle sale operative delle forze di polizia o nelle aule scolastiche.

Gli stessi sviluppatori del progetto vedono il loro sistema di intelligenza artificiale, le cui future tecnologie verranno commercializzate in IBM Cloud, come un supporto al processo decisionale umano.

Secondo il direttore di ricerca di IBM, Arvind Krishna, organizzazioni di ogni genere potrebbero infatti trarre valore da un software in grado di sintetizzare informazioni e riassumere i pro e i contro di un problema, così spiega Harry McCracken sul sito Fastcompany.com. Anzi, potrebbe persino servire da antidoto alla diffusione di informazioni errate o fuorvianti online.

Alcuni timori

Ma l’intelligenza artificiale fa anche paura. Ad avvertire dei rischi legati all’IA è stato nell’aprile scorso il cofondatore di Google, Sergey Brin. Nella lettera annuale agli azionisti dell’azienda-ombrello Alphabet, Brin scrive che la rivoluzione nel campo dell’IA e altri sviluppi tecnologici hanno portato “nuovi problemi e (nuove) responsabilità”.

Vengono sollevate in tutto il mondo delle questioni “molto legittime e pertinenti sulle implicazioni e impatti di questi progressi”, ha scritto Brin, che si dichiara comunque “ottimista” riguardo al potenziale per indirizzare la tecnologia sui più grandi problemi del mondo. “Siamo su una via che dobbiamo percorrere con profonda responsabilità, attenzione e umiltà”.

Anche il noto astrofisico, cosmologo, e matematico britannico Stephen Hawking, scomparso il 14 marzo scorso, aveva messo in guardia per i rischi legati all’IA, che ha infatti il potenziale per essere “la cosa migliore o peggiore” che possa accadere all’umanità. Anzi, così ha dichiarato nell’autunno 2016 in occasione dell’apertura del  Leverhulme Centre for the Future of Intelligence (LCFI) a Cambridge, è “cruciale per il futuro della nostra civilizzazione e la nostra specie”.




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Quo vadis homo?

In un articolo dedicato al Project Debater, pubblicato il 15 luglio scorso su Avvenire, il cibernetico e scrittore italiano Giuseppe O. Longo richiama alla mente il concetto di “vergogna prometeica” formulato dal filosofo tedesco Günther Anders (pseudonimo di Günther Stern) nel libro Die Antiquiertheit des Menschen (“L’uomo è antiquato”), cioè quel “senso di avvilimento e sconforto che l’uomo avverte nei confronti dei dispositivi da lui stesso progettati e costruiti che lo superano su tutti i fronti”.

Spinti da questo divario sempre più ampio, tentiamo di gareggiare con le macchine, e ne usciamo sconfitti e umiliati: chi avrà più il coraggio, o la voglia, di giocare a scacchi contro un programma come Deep Blue?”, chiede Longo. L’informatico e docente presso l’Università di Trieste ricorda anche il monito lanciato da Norbert Wiener — il “padre” della cibernetica — sul “carattere irreversibile” di certe innovazioni.

Per Longo, si tratta di una scelta antropologica. Occorre infatti decidere “se vogliamo costruire macchine che pensano (al posto nostro) oppure macchine che ci aiutino a pensare”, così scrive l’autore, riferendosi al pensiero di Francesco Varanini.

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intelligenza artificialetransumanesimo
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