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Dalla porta stretta voglio passarci anch’io! (meglio senza pancia)

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Invecchiare serenamente non è facile ma “sperimentare il limite è una grazia, se serve a farci alzare lo sguardo, e a consegnare il cuore sempre di più”.

Se di una quercia indovini l’età contando i cerchi, per una donna bisogna contare i minuti che servono a rendersi presentabile in costume dal momento in cui si sveglia. Che poi bisogna vedere di che periodo dell’anno stiamo parlando.

Se parliamo di una mattina di gennaio, al momento bikini servono, a una quarantasettenne media, duecentocinquantanovemiladuecento minuti, cioè sei mesi. Perché è ben noto che prima di metterti in costume devi metterti in costume, cioè prendere sole e aria e acqua, ma al riparo da occhi che non siano quelli di una delle sei sette amiche che ti perdonano tutto, quelle che ti hanno visto in sala parto o comunque subito dopo, con la ritenzione idrica e i capillari e quelle increspature sulla coscia che negherò fino alla morte di avere mai avuto.

Dopo un po’ di sole, bagni strategici, aria aperta, squat e nuoto, lui ti può raggiungere al mare. Infatti andrebbe prevista una settimana di pre-mare tipo cure termali, pagata dall’Inps, che, va da sé, dovrebbe fornire anche un servizio babysitting per il marito e i figli (con baby sitter rigorosamente racchie e che non capiscano niente di calcio, visto che pare che in questi giorni tutti gli uomini incollati alla tv per i Mondiali si stiano innamorando dell’arbitra carina che sta su Mediaset, compendio di ogni sogno maschile: gnocca, ma che contemporaneamente ti spiega che non si può concedere il vantaggio su un fallo da espulsione. Sennò tu vai a renderti presentabile al mare, solo che al ritorno lui è scappato con lei a vedere Var dalla mattina alla sera).

Il dramma è che i fronti aperti sembrano aumentare sempre di più: lì tonifichi, lì spunta una grinza (il punto verità è quello del sopraginocchio); ti metti un top all’americana e pensi che tutto sommato, dai, le braccia reggono, quando una figlia arriva, ti agguanta il tricipite dicendolo che lo trova adorabile, così fluffy, come uno slime; vuoi leggere le istruzioni delle mitiche calze spray (che soccorrono meravigliosamente prima del premare) ma ti accorgi che sono scritte piccolissime e ti servono gli occhiali da vecchio (non da vecchia, perché sono di mio marito, io vedo benissimo), eppure l’anno scorso erano più grandi, non queste così sadiche. Quindi non sei tu che sei invecchiata, evidentemente. Sono loro che ce l’hanno con te. Non parliamo poi del metabolismo: io me lo ricordo, ci sono stati anni in cui mangiavo tre etti di pasta a cena e non riuscivo a mettere su un etto. Adesso mi basta passare davanti allo scaffale della pasta al supermercato per gonfiarmi.

Niente in confronto a come ti senti quando quella simpatica bionda di mezza età ti viene incontro in libreria e ti racconta di quando aspettavamo insieme i figli fuori in cortile, ma non è possibile perché lei è di mezza età, non possiamo avere figli coetanei, e ti chiede come sta il tuo, e tu non sai di quale figlio parlare perché non sai dove collocarla. È la mamma di un maschio? Di una femmina? Su* figli* stava in classe con un tuo maschio o con le piccole? Perché sa tutte quelle cose di quando lavoravi a Rai International? Mentre invii in missione Ersilia, la tua segretaria interiore – una signora grassa e con le vene varicose che non ha mai voglia di alzarsi a frugare nello schedario della memoria, e ti costringe a sostenere conversazioni sul nulla in attesa che lei torni ciabattando al suo posto con il fascicolo che ti serve – parli diffusamente del caldo, in attesa di scoprire che la bionda è tua coetanea, ed è la mamma di Edoardo (la mia segretaria è lenta ma poi li ritrova tutti, i fascicoli), che nel 2002 è venuta alla festa di Tommi a casa e ti ha regalato i fumetti dell’Uomo Ragno. Ersilia ti informa che le devi chiedere come è andata la maturità di suo figlio e come sta la sorellina piccola, la quale aveva la crosta lattea ma immagino le sia passata, anche se non sono pronta a pensare che possa essere quella bellissima valchiria che ha accanto, perché ha più seno e più mascara di me, e perché io in questo esatto istante indosso una maglietta che ho comprato quell’anno, quando lei doveva ancora assaggiare l’omogeneizzato alla pera.

Se qualcuno adesso mi vuol fare una bella orazione su quanto sia nobile invecchiare serenamente, senza provare a scimmiottare un tempo che non c’è più, né profondere in questa attività di puntellamento dell’irreparabile sempre maggiori energie, sappia che lo stimo molto, ma io continuo a credere che la vecchiaia non sia una bella cosa, tanto è vero che è entrata a romperci le scatole dopo il peccato originale, insieme al parto con dolore, al lavoro con sudore, e alla morte. È vero che uno invecchiando si avvicina all’incontro con Dio – ammesso che ci passiamo, dalla porta stretta – ma io preferirei senz’altro arrivarci tonica e senza pancia, con tanti neuroni funzionanti e una segretaria interiore più sveglia della mia Ersilia.

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