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«Toglimi tutto, ma dammi le anime» così Federica e Marco hanno cresciuto 5 figli e costruito una scuola libera

SCUOLA LIBERA CHESTERTON

Federica Graci

La famiglia di Federica Graci e Marco Sermarini

Annalisa Teggi - pubblicato il 25/05/18

Chesterton, Don Bosco, il Beato Piergiorgio Frassati hanno ispirato questa famiglia di San Benedetto del Tronto a fare cose grandi con gioia, con fatica, nel quotidiano

Conosco Federica e Marco da dieci anni. Anche se non abitiamo vicini la loro famiglia ha accompagnato la mia, portando la gioia di Chesterton, la passione educativa di Don Bosco e l’entusiasmo per l’assoluto di Frassati. Quest’intervista è stata inevitabilmente a due voci, come lo è il matrimonio. Hanno cinque figli meravigliosi, sulla loro grande auto familiare c’è un adesivo su cui si legge «rompi le convezioni, rispetta i comandamenti» e con questa sana follia, che osa l’impossibile rimanendo fedele a Dio, hanno messo in piedi un’opera stupefacente: la scuola libera G. K. Chesterton, dove l’educazione è bellezza perché amore alla Verità.

Cara Federica, ho voluto incontrarti perché i lettori di Aleteia conoscessero la storia avventurosa del tuo matrimonio con Marco. Partiamo da questo e poi diremo tutto quello che ne è seguito. Come inizia la vostra storia?

FEDERICA: Mio marito si ricorda di un nostro primo incontro alla scuola media, nell’aula di musica. Da quel momento in poi ci sono state occasioni per conoscerci in parrocchia ed è nata una simpatia che è andata rafforzandosi. I nostri amici mi hanno sempre definita «turris eburnea», insomma lui ci ha messo un bel po’ per conquistarmi.

MARCO: Il buon Chesterton diceva che il matrimonio è un duello all’ultimo sangue che nessun uomo d’onore dovrebbe declinare. Io l’ho preso in parola e mi sono impegnato in un assedio testardo. Anche da fidanzati il duello è continuato, però è stato un match regolare. Per arrivare al matrimonio ho fatto una sudata, poi grazie al Sacramento è nato qualcosa di stupefacente.

FEDERICA: Entrambi abbiamo due personalità spiccate, durante il fidanzamento abbiamo scavato a fondo su questioni urgenti, solo dopo abbiamo capito che stavamo gettando le basi per ciò che sarebbe venuto. Fu decisivo per noi anche decidere dove vivere da sposati. Io avevo cominciato a lavorare e mi ero trasferita a Salò ad insegnare in una scuola professionale per meccanici e motoristi: vivevo un’esperienza educativa appassionante che non volevo lasciare. Marco era rimasto a San Benedetto del Tronto e abbiamo vissuto lontani 5 anni su 8 di fidanzamento. Ricordo che, ad un certo punto, recitammo una novena a Don Bosco e poco dopo ricevemmo delle proposte che ci resero chiaro che dovevamo stare a San Benedetto.

Cosa è nato di stupefacente, citando tuo marito, dopo il matrimonio?

Mi ricordo di un’ultima passeggiata in spiaggia prima di sposarci in cui io misi le mani avanti: «Però io i figli non li voglio fare, perché ho paura di partorire!». All’inizio, la nostra vita familiare è stata molto precaria: Marco doveva fare l’esame da avvocato e io ero supplente; in due guadagnavamo 500 mila lire al mese, neppure fisse. È stato un rodaggio vero. Nonostante ciò, mi venne il desiderio di essere madre. Il primo figlio lo abbiamo perso al terzo mese di gravidanza ed è stato un colpo durissimo; ho passato mesi di dolore, piangendo quando vedevo i pancioni in giro.

Sono rimasta incinta nuovamente e vengo ricoverata per delle minacce d’aborto: non avevo paura, era terrore. La gravidanza per fortuna procede, ho avuto nausee fortissime per tutto il periodo ma mi hanno portato a conoscere Piergiorgio che è nato ed è stato chiamato così perché avevamo pregato tantissimo il Beato Frassati. Da quel momento il desiderio di avere figli è stato come un fiume in piena, l’anno dopo è arrivata Francesca e due anni dopo Giulia. Dopo di loro ho avuto altri tre aborti spontanei poi sono arrivate Maria Chiara e Anna Maria.

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