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Mi sta guardando, ne sono certo

OSCAR WILDE

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 23/05/18

Una bellissima riflessione davanti alla morte per comprendere che l'amore è eterno

Quanto è difficile congedarsi dalle persone che amiamo! Si lacera qualcosa, com’è successo ai discepoli di Gesù all’Ascensione. Come capita a me quando non tocco più con le mie mani il suo volto.

So che il dolore di adesso fa parte della gioia di allora, e quest’ultima dà forza e luce ora, nei momenti più duri.

Quando il cuore piange è perché ha amato, ha voluto trattenere e ha sognato.

E io ho amato. E ricordo. Ho cercato di trattenere la vita. Perché ho amato. Non un anno, molti di più. E ora l’assenza mi fa male con un dolore secco, profondo. Il cuore è spezzato, lacerato. Il vaso di argilla della mia anima va in mille pezzi.

Mi sento pieno e vuoto, triste e allegro allo stesso tempo.

C’è una canzone di Paco Bello che mi parla dell’assenza, No sabes cuánto te he querido (Non sai quanto ti ho amato):

“Non sai quanto ti ho amato, dimenticarti è impossibile, ora devo imparare a non nominarti con gli occhi più che con la bocca. Hai cambiato il mio modo di guardare, hai cambiato il senso delle strade, camminare senza di te non è veramente camminare. Non morirò, ma vedrai che non saprò schivare i venti che ti nominano. Non mi stancherò di pensare che sei al mio fianco, ma non come un’ombra. E non sai che cucino ancora per te. E non sai che disegno il tuo profilo con le frasi che ti ho scritto tempo fa, con le frasi che ora scoppiano accanto a me”.

Le parole sono rivolte a un amore che non esiste più. Parlano dell’assenza della persona amata. Le sue parole mi commuovono. Nell’assenza, di fronte alla morte, non riesco a non nominare più chi ho amato. Il vento mi ripete il suo nome.

Non so mettere a tacere il mio pianto, né la mia voce. Non so spegnere il mio grido né dimenticare il mio dolore. E non so schivare i venti che la nominano.

È al mio fianco, ma non come un’ombra. La sua presenza è ancora più reale e riempie tutti i miei vuoti, facendomi ricordare in ogni momento che è con me. Ogni abbraccio e ogni bacio. Ogni parola e ogni silenzio. Ogni sorriso e ogni sguardo. Ogni ricordo sacro.

Voglio conservare inciso nella pelle, nell’anima, nel più profondo, tutto ciò per cui ora piango e che desidero.

E conservo nascosto nelle pieghe del mio cuore ogni sguardo complice, ogni abbraccio furtivo, ogni parola detta che ne conteneva mille altre.

Dicono che una madre ti generi tre volte.

La prima, dolorosa e gioiosa, a una vita fugace, a qualche anno di cammino, a un maturare e invecchiare tessendo storie.

La seconda volta è quando riesce a far sì che dalle sue viscere nasca un amore caloroso e profondo di figlio. Quando spezzo un cordone invisibile per diventare uomo e continuare ad amare come un bambino. Un amore sincero e profondo. Un rispetto caloroso e coraggioso. Una libertà quasi divina.

La terza, dicono, quando se ne va per andare a preparare un posto in cielo per il figlio. Forse è la più profonda. Quella che fa più male. La più crudele. È vero che non fa tanto male alla madre, fa più male al figlio. Ma questa nascita è per sempre, è eterna.

Mi fa male ora l’assenza di questo terzo parto. La rottura totale di un cordone che attraversa il cielo e che credevo che un giorno si fosse già spezzato. E invece ora vedo che è per sempre. Non la separazione, ma quello che mi unisce.

È ancora più profondo. Più presente. Non serve la voce. Le mie parole bastano. La lettera che ho voluto scriverle. Quello che non le ho detto, o che le ho detto quando non mi capiva. Ora mi capisce. Ora glielo dico.

È un amore per sempre. E ho l’anima triste e al contempo felice.

E Gesù mi ripete di non essere triste, che la mia gioia arriverà alla pienezza: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Giovanni 15, 11). La sua gioia vuole porre fine alla mia tristezza, al mio dolore, al mio vuoto, al mio silenzio, alla mia pena.

Voglio ripetere mille volte il suo nome e chiamarla a ogni angolo perché risponda. Vedo ovunque sedie a rotelle, e occhi di cielo che mi guardano sempre.

Sento nuovamente la sua voce e la sua risata calda, e strappo baci fugaci che custodisco ancora dentro di me. Incisi nell’anima, per sempre. Ancora umidi.

Sono sicuro di una cosa, di quanto mi ha amato. E ancor di più, del mio amore profondo.

So che un giorno, quando arriverà il momento, potrò vederla faccia a faccia. Potrò vedere di nuovo il suo volto che ora capisce.

Mi dirà mille parole e avranno tutte un senso. Ascolterà la mia voce, pronuncerà il mio nome. È tanto tempo che non lo sento…

Solco i mari dell’anima in cui c’è tanta nostalgia. Tristezze del passato. Gioie di allora. È facile abbracciare, e molto difficile congedarsi. È come se l’anima si spezzasse in mille pezzi.

Non lo comprendo tanto. La gioia sarà piena, mi dicono. Non lo so. L’oblio costa tanto, e io non lo voglio, perché dimenticare è lasciare che qualcosa muoia. È lasciar andare per sempre le mani amate. Non voglio questo. Non la dimentico.

Voglio solo sgombrare il cielo con le sue nuvole. Spegnere gli incendi dell’anima che mi inondano. Camminare sulle acque agitate della mia anima turbata.

Non so come si fa a correre di nuovo senza che l’anima pesi. A sorridere allegri quando il sole all’improvviso si spegne.

Voglio risvegliare sogni ormai addormentati. Sollevare la polvere della terra perché arrivi al cielo. Sorrido. E Gesù mi dice di non temere. Che non devo non pronunciare più il suo nome. Perché non è possibile, è troppo inciso dentro di me.

Il suo nome di oggi pieno di nostalgia non è lo stesso che ho pronunciato tante volte pieno di affetto. Lo stesso nome che mi apre le porte del cielo. La porta dell’anima.

Mi piace pensare che non ci sia un addio definitivo quando il cuore ama.

Forse il “per sempre” lo costruisco solo quando ferisco, quando odio, quando sono indifferente.
Quando sulla terra mi allontano da quelli che disprezzo e non amo nel più profondo chi mi ama. Allora sì che separo, e allontano.

Ma il mio amore è vero e per sempre. So che è tessuto dal mio peccato e dalla mia povertà, dai miei limiti. Amo davvero, dalle radici più profonde, dalla mia povertà.

Credo in questo amore che ha semi eterni. E non c’è un addio che duri troppo. Il tempo passa sempre. E arriva il cielo.

La mia anima si calma un po’. E ringrazia. Come non ringraziare per tanti passi che ho fatto? Con il suo sguardo fiducioso e allegro che mi guarda da sopra la spalla mentre cammino.

Lo ricordo, il suo sguardo tranquillo quando era piccolo e raccoglievo sassolini. Quel suo sguardo mi sostiene oggi. Continua a guardarmi. E io prendo i miei sassolini.

Allora non la vedevo. Non sapevo cosa guardavo. Ora non dubito. Mi sta guardando, ne sono sicuro. Prendo le pietre pesanti del cammino. Le mie, quelle altrui. Le sostengo tremando tra le dita. Abbracciato alle spalle.

Non ho più paura. Non so se la mia tristezza un giorno sarà gioia piena. In qualche momento sicuramente sì.

Il suo sguardo era pieno di pace quando se n’è andata. È rimasta aggrappata al mio petto. Non credo ci sia un modo migliore di morire.

L’assenza fa male, come il vuoto. Il ricordo sacro di essere stato amato. La nostalgia degli occhi azzurri che mi guardano. Il suo sorriso schietto pieno di ricordi.

Rendo grazie a Dio per aver avuto, per aver amato, per aver sofferto.

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