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È lui il primo monaco della storia

SAINT PACOME
PHOTO JOSSE I Leemage
Illustration extraite de l'ouvrage "A la gloire des betes" texte de A Fabre , dessins de Jacques Marie Gaston Onfray de Breville dit JOB (1858-1931) , editeur Maison Alfred Mame et fils : Saint Pacome (abbe 292-348) et les crocodiles , Collection particuliere ©Photo Josse/Leemage
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All'epoca in cui i Padri nella fede offrivano la loro vita al Signore nel silenzio e nella solitudine del deserto, l'egiziano Pacomio, durante il IV secolo, propose una nuova forma di vita cristiana, il monachesimo, che avrebbe influenzato tutta l'evoluzione della vita religiosa nel mondo.

Pacomio, l’egiziano, aveva vent’anni quando incontrò Cristo. Decise allora di lasciare l’esercito romano e di andare a vivere solo nel deserto, luogo di prova purificatrice e di incontro con Dio. Poi ha provato il bisogno di condividere il silenzio e la preghiera con dei fratelli, e con tre compagni fondò la sua prima comunità, su una delle rive del Nilo, nell’Alto Egitto. Qualche abitazione, un oratorio, un muro di cinta: il giovane monaco fonda il primo monastero cristiano. Alla sua morte, la sua rete conta nove stabilimenti nella regione. Siamo nel 348: Pacomio non lo sa, ma in trent’anni ha dato vita a un’organizzazione monastica ben regolata che non cesserà di ingrandirsi in Oriente e che sarebbe stata importata anche nell’Occidente cristiano, a cominciare dalle Gallie – ciò avrebbe fatto di lui il padre del monachesimo comunitario.

Quando Pacomio, nato da modesta famiglia verso il 292 in un villaggio nei dintorni di Kénèh, in Alto Egitto, aveva lasciato l’esercito, era stato accolto da certi cristiani, a Tebe, la cui carità e la cui attenzione verso i sofferenti sconvolsero il suo cuore. Ricevette allora il battesimo. Nel 317, acceso dal desiderio di perfezionare la propria iniziazione religiosa e di darsi interamente alla preghiera, decise di mettersi alla scuola di Palamone, uno dei primi eremiti del deserto, che gli insegnò ad ascoltare il silenzio e a parlare con Dio. Poi il giovanotto raggiunse Antonio il Grande (251-356), molto popolare tra i contemporanei per i consigli e gli insegnamenti che dispensava a quanti volevano condurre una vita spirituale compiuta. La sua vita di eremita comincia e diventa egli stesso una guida per molti discepoli.

Una cittadella di virtù in pieno deserto

Un bel giorno Pacomio, che aveva letto a fondo le Scritture, provò il bisogno di vivere alla maniera della Chiesa primitiva, cioè in comunità, con altri fratelli, formando insieme «un solo spirito e un solo corpo». E fu lì in quel villaggio negletto di Tabennisi, sulle rive del Nicol, che una voce gli disse: «È qui che devi realizzare il tuo sogno». La casa madre del cenobitismo – dal greco κοινός βίος [koinòs bios], che significa “vita comune” – prende vita (336-337): un insieme di edifici, una cappella e degli ateliers, il tutto circondato da un muro di cinta, sul modello delle comunità rurali dell’epoca e degli accampamenti militari romani che, da giovane soldato, Pacomio aveva ben conosciuto. Il suo monastero divenne una cittadella di virtù in pieno deserto. A Tabennisi niente della vita comune è lasciato al caso: si abita sotto lo stesso tetto, si mangia insieme, si esercita il medesimo lavoro – tagliatore, conciatore, scriba, agricoltore… – e si osserva alla lettera un ordine del giorno comune, e tutti portano l’abito monastico, costituito da una tunica senza maniche, un cappuccio, un cappa sulle spalle e una cintura, si legge nel Libro delle Meraviglie che racconta l’epopea degli uomini e delle donne che così fecero la storia della Chiesa e dei cristiani da 2000 anni.

Per organizzare al meglio la vita monastica, Pacomio edita una Regola composta di 194 articoli – scritti in copto, la sola lingua che conoscesse – i quali sarebbero stati tradotti in greco, in siriaco, poi in latino da san Girolamo, sessant’anni dopo la sua morte, e così quelle parole avrebbero valicato la soglia dell’Occidente ispirando altri testi, fra cui la Regola benedettina. L’ascesi auspicata da Pacomio, fondata su digiuni e veglie, è molto rigorosa ma adattata alle forze di ciascuno. I monaci sono invitati a meditare la Parola di Dio continuamente e a dare prova di grande carità fraterna.

L’espansione

Molto presto, furono decine e poi centinaia gli uomini che si unirono a Pacomio nei nove monasteri da lui fondati in Palestina, a Cipro, in Siria e in Asia Minore tra il 340 e il 350. Alla sua morte si contano due o tremila “Tabennisiani”. Sua sorella Maria fonda il ramo femminile della casa madre sulla riva opposta del Nilo, sottoposta all’autorità del medesimo superiore e alle medesime regole. Tra il 340 e il 360 il modello fu importato in Italia e in Gallia. Attorno all’anno 400, il monaco Giovanni Cassiano, grande conoscitore dell’Oriente, creò un ponte tra il monachesimo orientale e quello occidentale e si videro apparire in Provenza i primi focolari di vita monastica ispirati a questa nuova forma di vita cristiana.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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