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Sfregio alla vera bellezza della liturgia e della moda alla corte della papessa Rihanna (FOTO)

RIHANNA MET
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Si è svolta ieri la sfilata inaugurale per la mostra che aprirà i battenti domani al Metropolitan Musem of Art di New York dal titolo “Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination"

Clicca qui per aprire la galleria fotografica

Certo, la sfilata esterna non è la mostra stessa che ha dimensioni e numeri importanti e che nasce da un lungo lavoro promosso dal curatore, Andrew Bolton. Rimarrà aperta fino ad ottobre e avremo modo di approfondire entrando nel vero merito. Comprendiamo e apprezziamo lo stupore che Bolton manifesta di fronte alla ricchezza degli abiti ecclesiastici, alla purezza di quelli claustrali, a ciò che da sempre lo attrae degli “ambienti cattolici”.  E non è da trascurare la considerazione che consegna al pubblico quando dice di essere convinto

che l’80 per cento della moda occidentale sia in qualche modo ispirata al gusto cattolico, così come la maggior parte dei grandi stilisti italiani e francesi, e britannici sono cattolici e cresciuti come tali, cosa che si riflette nelle loro creazioni: Gianni e Donatella Versace (sponsor dell’evento), Dolce & Gabbana, Cristóbal Balenciaga, Coco Chanel, Valentino, John Galliano. Bolton ha spiegato che «moda e religione sono intrecciate da tempo, si influenzano e modellano a vicenda. Questa relazione è stata spesso complicata e a volte contestata, ma ha permesso alcune delle creazioni più innovative e originali della storia della moda» (Il post)

Ma perché continui ad esserci una contaminazione positiva tra “gli ambienti cattolici” e la moda occorre che tali ambienti restino tali e che non si curino affatto di interpretare o favorire tale influenza.

La dinamica della nudità e della vestizione, della spoliazione e dell’essere rivestiti è senza dubbio uno dei principi più attivi nella storia dell’uomo, dal peccato in poi. Ma in Cristo abbiamo finalmente visto e toccato l’abito definitivo: azzardo un’ipotesi. Temo che, a volte, in ambito cattolico, per un esercizio di frettolosa benevolenza, ci si butti troppo a capofitto a leggere con occhi entusiasti realtà mondane, che irridono spesso la Chiesa e i suoi fedeli, attribuendo alla loro bellezza una maiuscola abusiva.

L’incarnazione significa senza dubbio una nobilitazione senza paragoni della nostra corporeità ma per guarirla; per renderla come ancora non è attraverso l’irrompere del divino nella nostra vita, proprio attraverso la liturgia e i sacramenti. Scimmiottare come in un triste carnevale ciò che si è intravisto in processioni, celebrazioni, devozioni è tutt’altra cosa.

Anche Rihanna e colleghe hanno bisogno di sapere che in Cristo possiamo davvero rivestirci di Lui, che è Dio.

Dovremmo, allora, spogliarci davvero (dell’uomo vecchio) e rivestirci finalmente di un abito che riveli la nostra vera, altissima dignità. Ma senza scorciatoie.

 

 

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