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Il vestito, megafono del corpo e dell’anima

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L’abito ci esprime e ci plasma, nella misura in cui definisce il nostro ordine (o disordine) interiore, i nostri sentimenti e atteggiamenti

La moda esiste da quando esiste l’uomo. Da secoli, da millenni, fino ai nostri giorni, uomini e donne comunicano mediante l’abbigliamento: alla funzione materiale del vestito (coprirsi dal caldo e dal freddo) e a quella morale (custodire il pudore), si affianca da sempre quella terza finalità che il ven. Papa Pio XII (1939-1958) indicava come «decoro» nel senso che «risponde all’esigenza innata, dalla donna maggiormente sentita, di dar risalto alla bellezza e dignità della persona, coi medesimi mezzi che provvedono a soddisfare le altre due».

Questa dimensione estetica del vestito è multiforme, come spiegava il pontefice: «ad esso la gioventù chiede quel risalto di splendore che canta il lieto tema della primavera della vita ed agevola, in armonia coi dettami della pudicizia, le premesse psicologiche necessarie alla formazione di nuove famiglie; mentre l’età matura dall’appropriato vestito intende ottenere un’aura di dignità, di serietà e di serena letizia» (Discorso all’Unione Latina Alta Moda, 8 novembre 1957).

In altre parole, il vestito è il primo messaggio estetico che inconsapevolmente comunica chi siamo, a noi stessi e agli altri: ogni mattina aprendo l’armadio, abbinando capi e colori, scegliamo cosa dire di noi; non tutto, certamente, ma molto e per tutta la giornata – a differenza della buona musica o di un’opera d’arte o di una bella tavola, che occupano la nostra attenzione solo in dati momenti.

Nel Medioevo i diversi capi di vestiario ci avrebbero rivelato anche mestieri e professioni; oggi accade più di rado, ma sempre l’abbigliamento rivela una personalità, talvolta caratterizzata da ordine, armonia, eleganza, oppure seduzione, talaltra da trasandatezza o ribellione.

E pur vivendo in un’epoca di “crisi” della divisa, possiamo dire, però, che ciascuno finisce per assumerne una propria: le persone che conosciamo hanno tutte un modo di vestire più o meno riconoscibile – al di là di casi eclatanti, come l’imprenditore Steve Jobs (1955-2011), che si dice avesse centinaia di maglioni dolce vita neri (anche d’estate?), con funzione allo stesso tempo pratica (limitare il decision fatigue mattutino) e soprattutto identificativa. Difficilmente vedremo l’amico che veste “classico”, con un paio di jeans strappati; mentre il ragazzino dai capelli “a cresta” e i pantaloni in stile “casa allagata” non indosserebbe neanche sotto tortura una giacca o una cravatta – peccato, però: l’abito non solo comunica, ma ci plasma, e tutti possono migliorare… Il potenziale comunicativo dell’abito è evidenziato in negativo dall’uniforme dei prigionieri, la cui condizione è sottolineata dal non poter scegliere come vestirsi.

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Tags:
moda
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