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Riaperte le indagini sul massacro di Gesuiti in El Salvador?

EL SALVADOR
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Per ora gli alti comandi militari coinvolti nel crimine continuano a risiedere nel Paese

Una decisione giudiziaria in El Salvador potrebbe significare la riapertura delle indagini ufficiali sul massacro di sei Gesuiti, un membro del personale e sua figlia avvenuto il 16 novembre 1989 presso l’Università Centroamericana (UCA), situata nella capitale San Salvador.

Il Paese è alla vigilia della canonizzazione di monsignor Óscar Arnulfo Romero (si dice che potrebbe avvenire nel gennaio 2019, quando Papa Francesco si recherà alla Giornata Mondiale della Gioventù a Panama), e questo incoraggia la necessità di rivedere – e risolvere – i crimini dell’epoca della guerra civile che ha decimato per dodici anni la popolazione salvadoregna.

La decisione del giudice, risalente al 17 aprile, risponde a una richiesta dell’Istituto per i Diritti Umani dell’UCA avanzata nel novembre 2017. L’ordine è che la procura governativa riapra le indagini sull’attacco dell’esercito ai Gesuiti, sospese nel 2000.

Il Papa è stato molto presente riguardo al tema della canonizzazione di monsignor Romero e del gesuita Rutilio Grande, martirizzato nel 1977, e la sua attenzione ha esercitato pressione perché questi casi di barbarie vengano risolti.

Non è chiaro se la nuova indagine significhi che si arriverà a una soluzione definitiva. Molto dipenderà dalla volontà politica del procuratore di El Salvador di arrivare fino in fondo.

Il male non “vince” sempre

Una nuova unità investigativa all’interno dell’ufficio del procuratore generale di El Salvador è stata autorizzata a indagare sui crimini storici come gli omicidi all’UCA, il massacro di Mozote nel 1981, l’assassinio dell’arcivescovo Romero e altri episodi dell’epoca della guerra civile.

Finora gli alti comandi militari coinvolti nel massacro dell’UCA continuano a risiedere in El Salvador. Visto che cinque dei sei Gesuiti assassinati erano cittadini spagnoli, la Spagna ha chiesto insistentemente la loro estradizione, ma finora non è stata possibile per via della protezione di cui godono.

La loro situazione potrebbe tuttavia cambiare, visto che l’amnistia di cui godevano dal 1993 è stata rifiutata dal Tribunale Supremo di El Salvador nel 2016. Si ha la certezza che fossero membri del Batallón Atlacatl, un’unità di élite dell’Esercito salvadoregno addestrata nella Scuola delle Americhe dell’Esercito degli Stati Uniti.

L’obiettivo principale dei militari era il rettore dell’UCA, padre Ignacio Ellacuría, e l’ordine era quello di “non lasciare testimoni”, per cui sono caduti anche i Gesuiti Ignacio Martín-Baró, Segundo Montes, Amando López, Juan Ramón Moreno e Joaquín López. Insieme a loro sono morti anche Elba Ramos e sua figlia adolescente Celina.

Dopo gli accordi di pace firmati nel 1992 e l’amnistia del 1993 i comandi militari avevano goduto della totale impunità, ma ora potrebbero affrontare la giustizia e pagare per i loro crimini in una guerra che ha provocato 75.000 morti, 8.000 persone scomparse e oltre un milione di salvadoregni sfollati, molti dei quali si sono trasferiti negli Stati Uniti.

Una Commissione per la Verità dell’ONU, istituita nel 1992, ha verificato che il 95% degli abusi contro i diritti umani registrati durante i dodici anni di conflitto è stato perpetrato da militari salvadoregni contro i civili, soprattutto delle comunità rurali, perché sospettati di appoggiare la guerriglia di sinistra, stesso sospetto che si nutriva nei confronti dei Gesuiti.

Con informazioni di Kevin Clarke, per la rivista América.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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