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Ancora sacerdoti morti in Messico. La scia di violenza dei narcotrafficanti non si ferma

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Padre Iván Añorve Jaimes e padre Germaín Muñiz García

Roberta Sciamplicotti - Aleteia Italia - pubblicato il 07/02/18

Altri due sacerdoti assassinati in uno degli Stati più violenti del Paese

Non si fermano in Messico gli omicidi le cui vittime sono sacerdoti. Il 5 febbraio, mentre il nuovo arcivescovo primate di Città del Messico, il cardinale Carlos Aguiar Retes, prendeva possesso del suo nuovo incarico esortando a un patto di unità nazionale per fermare la violenza nel Paese, nello Stato di Guerrero sono stati uccisi due sacerdoti, Iván Añorve Jaimes e Germaín Muñiz García. Nell’attacco è rimasto ferito un altro sacerdote e un’altra persona è morta.

“Supplichiamo con insistenza il Signore per la conversione di coloro che, dimenticando che siamo fratelli, commettono questo tipo di crimini che danneggiano tanto la dignità della persona umana, strappano il dono sacro della vita e seminano dolore e sofferenza nella famiglia e nella società”, si legge in un comunicato dell’arcidiocesi di Acapulco.




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“Non abbandoniamo il nostro impegno per costruire la pace nella nostra famiglia, nella nostra comunità, nel nostro Stato, nella nostra Patria. Chiediamo questa pace al Signore tutti i giorni. Coltiviamo ogni giorno in noi sentimenti, pensieri, parole e gesti di pace. Il Signore trasformi il dolore che ora proviamo per la morte di questi nostri fratelli in forza della nostra speranza, la stessa che essi hanno voluto costruire donando la propria vita al servizio del Vangelo”.

Padre Iván e padre Germaín sono solo gli ultimi in una lunga lista di sacerdoti assassinati. Dal 1990 sono stati oltre 40 i presbiteri uccisi in Messico, a cui si aggiungono, solo negli ultimi cinque anni, oltre 500 estorsioni ai danni di sacerdoti e vari attentati.

Nel settembre 2014 moriva padre Ascensión Acuña Osorio, affogato dopo essere stato sequestrato. Nello stesso anno due sacerdoti sono stati sequestrati e assassinati nello Stato di Guerrero. Uno di loro è stato ritrovato il 25 dicembre colpito da un colpo di arma da fuoco alla testa. Un mese prima era stato trovato in una fossa comune il cadavere di un sacerdote ugandese che esercitava la sua vocazione missionaria vicino a Iguala, dove sono scomparsi 43 studenti della Escuela Normal di Ayotzinapa.

Nel novembre 2015 è stata la volta di Erasto Pliego de Jesús, scomparso nel villaggio di Cuyuaco, nello Stato di Puebla, e ritrovato bruciato. Si pensa che la sua morte sia stata dovuta al rifiuto di cedere alle estorsioni dei gruppi criminali che operano sul posto.

I sacerdoti Alejo Nabor Jiménez Juárez e José Alfredo Suárez de la Cruz sono stati uccisi nel settembre 2016. Sono stati ritrovati legati mani e piedi – uno dei due con la propria stola – e colpiti da pallottole di grosso calibro. Con loro è stato ucciso anche il sagrestano. I tre erano stati rapiti da un gruppo armato penetrato nella loro chiesa.

Nel gennaio 2017 il corpo di padre Joaquín Hernández Sifuientes, scomparso a Saltillo, nello Stato di Coahuila, è stato rinvenuto con altri due cadaveri. Secondo la Polizia locale il presbitero sarebbe stato strangolato.

Alla fine di marzo 2017 è stato ucciso padre Felipe Altamirano, nel luglio dello stesso anno padre Luis López Villa, il cui corpo presentava lesioni da arma contundente al collo e al petto e nastro adesivo sulla bocca e sulle mani.

Spesso le vittime sono sacerdoti ben radicati nel territorio e con grandi doti comunicative, quasi sempre impegnati a denunciare e condannare la criminalità, endemica in molte zone del Paese.

Fanno paura ai criminali perché sono anche capaci di promuovere grandi mobilitazioni per combattere le ingiustizie, gli abusi e la contaminazione delle indagini che le organizzazioni criminali impongono nelle comunità rurali ma anche nelle città, non di rado con il beneplacito e la corruzione delle stesse autorità che dovrebbero invece proteggere i cittadini. Alla base di tutto questo c’è spesso il narcotraffico.

Una volta identificata la vittima, i criminali messicani optano in genere per il sequestro, anticamera dell’omicidio. Spesso poco dopo il rapimento i media si scatenano inventando storie losche che coinvolgerebbero il presbitero in questione, come quando nel 2016 è stato diffuso un video che si diceva ritraesse un sacerdote rapito, padre José Alfredo López Guillén, mentre usciva da un hotel in compagnia di un ragazzino. Tutti hanno gridato allo scandalo, mentre non sono state pubblicate smentite quando l’uomo ripreso nel video, che ovviamente non era il sacerdote scomparso, si è presentato alla Polizia dicendo che il ragazzino era suo figlio. Il corpo del presbitero è stato poi ritrovato con almeno cinque ferite di arma da fuoco.




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Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, come anche i principali centri internazionali e regionali che monitorano la realtà messicana, sostiene da anni che le varie organizzazioni dedite alla criminalità e al narcotraffico hanno dichiarato guerra alla Chiesa cattolica per la sua opera di denuncia, ma le autorità messicane, federali e statali, sminuiscono i fatti, e non di rado alti funzionari contribuiscono a creare confusione o a depistare le indagini.

In questo modo, i crimini vengono ridotti a semplici fatti di cronaca nera, frutto di liti o di furti finiti male o di questioni squisitamente private.

La Chiesa, dal canto suo, insiste a smentire l’esistenza di una vera e propria “persecuzione religiosa”. Dopo la morte di padre Sifuientes, padre Alfonso Miranda Guardiola, all’epoca responsabile della comunicazione della Conferenza Episcopale Messicana, ha affermato che i vescovi del Paese non vedono “alcuna persecuzione aperta contro i sacerdoti, come se fossero un obiettivo. Sono fatti che devono essere inclusi nel clima sociale che vive il Paese”, e “i sacerdoti non sono immuni, come qualsiasi cittadino”.

Sembra indubbio, tuttavia, che siano proprio i valori cristiani che difendono e che li portano a denunciare tutte le situazioni violente e irregolari a mettere i presbiteri nel mirino dei malviventi.

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