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Michele La Ginestra: La risurrezione? Un mistero che ci interroga tutti

MICHELE LA GINESTRA
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«Spesso si pensa che essere credente voglia dire astrarsi dalla realtà. Per me la fede va applicata alla vita quotidiana. Facendosi domande e anche qualche risata!»

di Francesca D’Angelo

Lo sguardo vispo, la parlantina veloce e quella zazzera che gli scompiglia la testa. Se non avesse quasi 54 anni, Michele La Ginestra potrebbe essere tranquillamente scambiato per il discolo della classe: il ragazzino intelligente ma irrequieto, quello dalla battuta irresistibile, la cui attenzione riesce a essere catturata soltanto da ciò che è veramente importante. Insomma, quanto di più lontano possa esistere dal cliché del bravo cattolico, compassato e contrito.

Ed è proprio questa, in fondo, la forza di La Ginestra: la sua vivacità intellettuale, assieme a un’innata passione per la vita, l’hanno portato ad andare a fondo della propria fede, arrivando persino a diventare catechista dopo cinque anni di formazione. Al contempo la sua aria malandrina e scanzonata gli permette di avere un’immediata presa sul pubblico.

Così, tra una battuta e l’altra, negli anni l’attore si è fatto portavoce di valori dimenticati e domande sopite. Il suo ultimo spettacolo teatrale, che ha girato i teatri italiani per tutto marzo, s’intitola Come Cristo comanda e racconta la crocifissione di Gesù dal punto di vista di due centurioni. La storia altro non è che una mitragliata di genuine domande sul mistero della risurrezione. Domande che tutti, prima o poi, ci poniamo ma alle quali in pochi hanno avuto il coraggio di dare voce e, soprattutto, di rispondere.

Ci vuole un bel coraggio a sollevare tali interrogativi…

«A volte penso che, se il mio cammino di fede non è stato tortuoso, è perché non mi sono mai accontentato: fin da ragazzo, se non capivo qualcosa, chiedevo, approfondivo, cercavo le risposte. Non ho mai accettato supinamente un’idea solo in quanto proferita da un’istituzione o da qualcuno che indossava una tonaca. Sono sempre andato alla ricerca di qualcosa che mi stimolasse: per esempio se il prete della mia parrocchia non mi piaceva, andavo in un’altra chiesa. Ed è un approccio che tuttora consiglio ai miei amici: spesso ci lamentiamo dei preti o dell’assenza di modelli di vita, ma, se questo accade, è anche perché ci accontentiamo di quello che abbiamo a tiro o che risulta più comodo».

Lei sembra nutrire una passione viscerale per la realtà. Da dove nasce?

«Spesso si pensa che essere credente voglia dire astrarsi in qualche modo dalla realtà che ti circonda. Nulla di più sbagliato: la nostra fede va applicata al quotidiano e a tutte le sue facezie. Tra l’altro noi siamo chiamati a essere esempio per gli altri: a far capire che, oltre al vivere civilmente, c’è anche quel quid in più che ti spinge ad amare chi ti fa del male. Solo così potremo essere catechisti, ossia portatori di una sana parola attraverso le nostre azioni: la Parola va tradotta nella quotidianità».

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