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Canta che ti passa. Un modo di dire che rivela una cura antica per l’anima e il corpo

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BenEssere - pubblicato il 20/03/18

Secondo gli studi, la struttura ordinata degli spartiti aiuta la mente a sviluppare meglio le proprie funzioni cognitive. Il ritmo e le note consentono di superare tante difficoltà interiori e di combattere lo stress...

di Dario Benatti
musicoterapeuta presso l’équipe Arico (Associazione per la riabilitazione dei comatosi)

La malattia, i problemi di salute, il disagio esistenziale e, in generale, gli stati in cui la persona vive nel malessere, possono avere cause molto diverse, distinguibili in due grandi categorie, quelle che hanno origine esterna (mi sono fatto male in un incidente, sono stato colpito da un virus…) e quelle che, invece, vengono, in vario modo, originate all’interno, prodotte, o almeno coltivate e alimentate da noi stessi.

Fanno parte di questo grande insieme la quasi totalità delle problematiche psicosomatiche, molte delle difficoltà psicologiche e neuropsicologiche e, ancora di più, quelle che nascono nello stress. La musicoterapia, come altre discipline che si occupano di relazioni d’aiuto, è utile al miglioramento di molte di queste situazioni problematiche. Alcune tecniche, usate soprattutto in Oriente, usano vibrazione, suono, musica, come mezzo curativo, una specie di farmaco. Ne sono un esempio le terapie con le campane tibetane o il canto terapeutico dei bija mantra.

Anche da noi, più recentemente, si cerca di usare la musica, la sua struttura ordinata, per aiutare la mente a sviluppare meglio le proprie funzioni cognitive. Ma la maggior parte delle metodiche della musicoterapia moderna, almeno in Occidente, più che un’azione curativa diretta, hanno la principale finalità di facilitare un processo di auto-aiuto, con lo sviluppo di risorse personali per il cambiamento. Come? La persona non fruisce “passivamente” degli effettidel suono, ma è invitata a vivere la musica da protagonista, con ascolto attivo di brani scelti, suonando assieme al terapeuta o in gruppo, improvvisando, cantando, danzando, dialogando con i suoni.

Questo, ed è basilare per l’obiettivo terapeutico, è fatto in modo che le varie attività non abbiano solo una funzione di piacere, come nell’uso abituale della musica, ma che facilitino e sviluppino nei presenti le proprie capacità espressive, creative, cognitive e psicomotorie.
Perché funziona? Al di là delle modalità specifiche, tutti noi sappiamo quanto la musica possa essere benefica. Come mai? La prima, fondamentale, ragione è data dal vissuto dei suoni che ognuno di noi ha avuto al principio della propria vita e che, quindi, fanno parte delle esperienze e degli imprinting primari.

Ogni uomo, infatti, fin dal momento del suo concepimento, vive nella pancia della mamma una straordinaria esperienza, il nido sonoro uterino, dove per diversi mesi è costantemente e profondamente immerso nei suoni provenienti dal corpo della madre: il pulsare del suo cuore, il suo respiro e la meraviglia della sua voce. Ogni emozione della mamma si faceva ritmo, si esprimeva con un tono, corporeo e sonoro assieme, e presto abbiamo tutti imparato ad ascoltarla e a conoscerla nei ritmi e nell’armonia di questa sua musica. Su questa esperienza primaria si è fondata la nostra predisposizione a riconoscere le emozioni principalmente dal suono che producono.

Dopo la nascita, l’universo sonoro si amplia vertiginosamente per il bambino, senza filtri: tutto attorno suona e risuona.
Ogni situazione viene costantemente tradotta anche in esperienza acustica, a mano a mano i vissuti prenatali e postnatali si fondono, si integrano, si elaborano: il pulsare lento del cuore con il cullamento, il respiro ritmato con la ninna-nanna, le parole con il movimento delle labbra, mille movimenti diversi con mille suoni differenti. Così, in tutti noi, gradatamente, è nata e si è sviluppata la consapevolezza dei profondi rapporti naturali fra movimento, suono e vita e, in questo modo, abbiamo incominciato ad amare l’espressione più sublime di questo paradigma: la musica.

Per questo, le note accompagnano l’uomo a ogni età della vita e per ogni dove: le troviamo in chiesa come al supermercato, ai matrimoni come ai funerali, ogni spettacolo ne è ricco, ogni occasione di incontro pregna, esse sottolineano la fede, l’amore, il dolore, la gioia, la tristezza in modo incomparabile. Nei testi antichi di varie culture, si trovano numerosi riferimenti al potere della parola e del suono, che possono avere una forza tale da essere addirittura usata per la creazione.

Nei Veda e nelle successive Upanishad, antichi testi sapienziali indiani, il suono è l’energia che crea l’universo; presso gli antichi Egizi, si credeva che il dio Thoth sapesse creare le cose pronunziandone il nome e questo anche, all’altra parte del mondo, nei miti dei Maya o in Australia nelle leggende aborigene. Si possono intravedere le origini della musica e delle sue facoltà benefiche nel moto ondulatorio dell’energia assieme al fisico nucleare Fritjof Capra, che nel libro Il Tao della musica (Gli Adelphi, 381 pagine, 12 euro) ci racconta delle sue intuizioni sulla danza cosmica delle particelle di energia, che emettono un proprio ritmo e una propria musica. Percezione eccezionale che fu, d’altra parte, anche del filosofo Plotino, che parecchi secoli prima descriveva così l’universo: «L’intero mondo è un vivente che danza secondo una legge musicale».

Da queste profonde radici, la musicoterapia trae la sua linfa migliore; la speranza è che l’uomo contemporaneo sappia trarre beneficio dalla musica, non solo per curare le proprie problematiche, ma anche per mantenere un intimo contatto con ciò che è armonico ed essenziale per la vita e il suo benessere.

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