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Cosa dicono alla nostra sofferenza le 5 ferite di Cristo?

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di Sebastian Campos

Il costume, la cultura religiosa, gli anni di celebrazione degli stessi misteri possono senza volerlo farci vivere la Passione del Signore come una semplice commemorazione religiosa, ricca di simbolismo e piena di contenuti, ma che ha poco a che vedere con noi. Sì, sappiamo che Cristo è morto sulla croce, ha pagato sulla propria carne con sofferenze che non meritava e lo ha fatto per amore, ma saperlo non è lo stesso che viverlo.

Questa è la parte teorica e dottrinale che ogni buon cattolico dovrebbe aver chiara e il motivo principale per valorizzare la Passione del Signore con una devozione speciale. Da questo nascono gesti di pietà come la Via Crucis, ma avete pensato che siamo stati noi a inchiodare Gesù sulla croce, a sputargli addosso, a colpirlo, a negargli un sorso d’acqua, a ridere delle sue sofferenze, e che lo facciamo quotidianamente ogni volta che disprezziamo il suo sacrificio? Facciamo parte di quell’orda che lo ha torturato e messo a morte.

“È chiaro che più gravemente colpevoli sono coloro che più spesso ricadono nel peccato. Se infatti le nostre colpe hanno condotto Cristo al supplizio della croce, coloro che si immergono nell’iniquità crocifiggono nuovamente, per quanto sta in loro, il Figlio di Dio e lo scherniscono con un delitto ben più grave in loro che non negli Ebrei”, dice il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 598).

Per questo, vorrei invitarvi con profonda devozione a guardare le sue ferite, quelle ferite che gli abbiamo inflitto, quelle ferite che spettavano a noi, e a darci l’opportunità di permettere che il nostro cuore si trasformi grazie al suo amore.

“Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti” (1 Pietro 2, 24-25).

Le sue piaghe sono questo, non solo un castigo fisico, ma anche un carico spirituale di portata inimmaginabile, estremamente doloroso e che nessun altro se non Gesù poteva alleviare, perché “nessun uomo, fosse pure il più santo, era in grado di prendere su di sé i peccati di tutti gli uomini e di offrirsi in sacrificio per tutti” (Catechismo, n. 616).

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