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Diagnosi DSA: davvero si tratta di “moda”? Tutt’altro

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Paola Belletti - Aleteia - pubblicato il 05/03/18

Cosa significa concretamente avere un DSA? Cosa implica nella vita di uno studente?

Al di là della constatazione “leggo o scrivo male” la domanda da porsi è: quanto questa difficoltà interferisce con la vita quotidiana dello studente? Se questo problema determina limiti importanti soprattutto sul fronte psicologico ed emotivo allora si interviene. Così dice anche il DSM 5, il manuale per la valutazione dei disturbi mentali: occorre valutare l’impatto funzionale del disturbo e non solo il disturbo in sé stesso. In particolare, posso leggere male ma avere un rendimento scolastico alto, essere autonomo nei compiti, comprendere i testi che legge, vivere serenamente l’apprendimento. Allora il problema non si crea. Ecco un rischio che posso ravvisare nell’approccio di alcuni specialisti. E’ che sono troppo “tecnici” nella valutazione, contando solo, ad esempio, quanti errori il bambino compie o quale è la velocità di lettura. Occorre a mio avviso, invece, vedere sempre la reale compromissione che il DSA determina nella vita quotidiana del bambino. Non il solo disturbo di lettura. Ecco, credo sia importante che sempre più specialisti abbiamo chiaro il criterio dell’interferenza nel funzionamento. Spesso ci si limita a conteggiare gli errori e/o la velocità di lettura.

Cosa pensa sia importante fare nel prossimo futuro per migliorare l’approccio ai DSA da parte del sistema scuola-famiglia-specialisti?

Credo che innanzitutto il problema vada demedicalizzato. Venti anni fa rappresentava effettivamente un impedimento all’apprendimento. Ora gli insegnanti possono supportare l’apprendimento dei bambini con DSA senza che le loro difficoltà interferiscano, utilizzando numerose strategie e metodologie! Perdurano invece approcci pedagogici che non hanno alcuna base scientifica e che continuano a penalizzare gli studenti con DSA. Ad esempio, dagli anni’80 si utilizza per l’insegnamento della letto-scrittura il metodo “globale”, dalla frase alla parola al suono. Ma non ha alcun senso applicarlo nella nostra scuola perché la lingua italiana, come ho già sottolineato, presenta un’alta corrispondenza fra suono e lettera scritta (ad esempio, non è ambigua come la lingua inglese). Un bambino non a rischio DSA impara lo stesso a leggere e a scrivere, nonostante il metodo globale. Un bambino con difficoltà di apprendimento invece sarà ulteriormente intralciato e comprenderà il meccanismo di corrispondenza lettera/suono ancora più tardi. Chi ha difficoltà analizza male i suoni e in questo modo si rende ancora più difficoltoso il processo.

Altro problema: i sussidiari sono in qualche modo ostili a chi manifesta difficoltà di apprendimento. L’impaginazione, i caratteri, l’interlinea e la spaziatura non sono sicuramente pensati per facilitare la lettura. Ad esempio, l’allineamento giustificato crea difficoltà nel ritrovare il segno mentre il semplice sfalsamento delle righe sarebbe di grande aiuto. Le righe e le parole maggiormente distanziate favorirebbero tutti i bambini, non solo chi ha un DSA. Esistono testi ad alta leggibilità ma ancora non sono così diffusi. (Un suggerimento banale per i genitori potrebbe essere di richiedere i CD-Rom dei testi e modificare l’allineamento, la grandezza del carattere, la distanza fra le righe, fra le parole e le lettere per favorire la lettura dei testi).

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