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Diagnosi DSA: davvero si tratta di “moda”? Tutt’altro

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Paola Belletti - Aleteia - pubblicato il 05/03/18

Facciamo chiarezza sul fenomeno: cosa sono i disturbi specifici di apprendimento, come incidono nella vita dei nostri bambini, cosa possiamo fare come genitori, insegnanti e specialisti

Il problema dei DSA è sempre più sentito da genitori e insegnanti e “patito” dai bambini che ne sono realmente affetti. Dobbiamo però riconoscere che, nonostante i molti progressi, sul tema permane ancora confusione. Grazie a Dio non più un vero e proprio “negazionismo” (la dislessia non esiste) ma spesso un “riduzionismo” (non possono esserci così tanti dislessici!) ovvero l’accusa non documentata di eccesso di diagnosi, quasi che essere un DSA possa davvero dare vantaggi e costituire un gradevole alibi. Aleteia Italia ha deciso di fare il punto della situazione: ci siamo rivolti all’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù, uno dei centri di eccellenza mondiale per le cure pediatriche, che ci ha indicato nella Dottoressa Deny Menghini una specialista autorevole in grado di rispondere esaustivamente alle domande sul tema e lo stato dell’opera in Italia. La Dott.ssa Menghini è psicologa e psicoterapeuta presso la UOC di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma e segue soprattutto bambini con DSA e ADHD, ovvero con disturbi specifici di apprendimento e con deficit di attenzione e iperattività.

Gentilissima Dottoressa Menghini, noi di Aleteia l’abbiamo contattata per avere da lei un parere circostanziato e fondato sul presunto boom di DSA. Su varie testate giornalistiche e nei servizi dei TG ricorrono spesso servizi che, se da un lato espongono il problema descrivendo la realtà di questi disturbi del neurosviluppo, dall’altra lasciano intendere che si tratti di eccesso di diagnosi, di trend, quasi di una moda.

La prima domanda è questa: davvero in Italia si può parlare di boom, o meglio di un vero e proprio eccesso, di queste diagnosi?

Assolutamente no, non si può parlare di boom. In Italia, dove la lingua è una fra le più trasparenti, dove cioè la corrispondenza tra grafema e fonema è altissima (scrivo A e leggo A) ci si aspetta circa un 3% di bambini con DSA.(Lo studio epidemiologico indicato nel link conclude che il fenomeno, in Italia, è stato a lungo e largamente sottostimato, Ndr). Analizzando gli ultimi dati disponibili del MIUR, nell’anno scolastico 2015/2016 si rilevava la presenza di 219.147 alunni con DSA, ovvero il 3% del totale degli alunni, contro il 2,1% del 2014/2015. Nei paesi anglosassoni, che hanno una lingua cosiddetta opaca, si arriva anche al 17% di bambini con DSA. Stiamo quindi raggiungendo i livelli di incidenza attesa, sebbene siamo partiti in ritardo e gli studi epidemiologici siano ancora molto sporadici. Va sottolineato però (si veda il sito dell’Associazione Italiana Dislessia ) che la situazione è squilibrata nelle diverse Regioni d’Italia con un probabile eccesso di diagnosi al Nord e una sottostima del fenomeno al Sud. Sottostimare il numero dei bambini con DSA è molto pericoloso. Esiste infatti un fattore di co-morbilità molto ricorrente legato alla non tempestività della diagnosi: fino a che il bambino non capisce e non si sente capito rispetto a ciò che deve affrontare può soffrire livelli importanti di frustrazione, di ansia e addirittura manifestare comportamenti di ritiro o aspetti di depressione.


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I DSA non c’entrano con i livelli di intelligenza?

No. Anzi, si può fare diagnosi di DSA solo nel caso in cui l’intelligenza è pienamente adeguata. Leggere male o non sapere le tabelline non vuol dire affatto avere poche capacità logiche e di ragionamento. Ma fino a che il bambino non è aiutato a distinguere le due cose e a dirsi “leggo con tanta fatica, questa cosa mi riesce male, ma sono intelligente perché posso capire e ragionare come gli altri compagni” può sentirsi inadeguato e non capace a causa delle prestazioni scolastiche scadenti. Riconoscere la difficoltà di apprendimento rassicura generalmente il bambino e gli permette di capire che non dipende da lui. Anche gli stessi insegnanti o i genitori, fino a che non comprendono che esiste una difficoltà oggettiva, possono involontariamente colpevolizzarlo. I genitori soprattutto non hanno gli strumenti per riconoscere queste specifiche difficoltà: vedono il loro bambino comunque intelligente e non riescono a capacitarsi delle prestazioni scadenti. Oppure incostanti: “a volte il dettato riesce bene a volte no…ma allora lo fa apposta?”. Di fronte a queste frequenti frustrazioni è facile che il bambino metta in atto strategie di evitamento, di rifiuto dei compiti che sente troppo ardui per lui. La diagnosi può essere effettuata al termine del secondo anno della scuola primaria per la dislessia e la disortografia e al termine del terzo anno per la discalculia.

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dislessia
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