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In che modo le date delle feste pagane hanno influenzato le feste cristiane?

ST JOSEPH,THE WORKER CARPENTER, JESUS,CHILDHOOD OF CHRIST
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Una diatriba ricorrente, perlopiù in bilico tra giacobinismo di terza mano e apologetica d’accatto. Eppure le questioni legate ai calendari antichi e alle ricorrenze liturgiche sono tanto complesse e spesso intricate da richiedere ben altra disposizione. Qui proviamo a fornire uno scorcio d’insieme.

Si pensi a quando nel 415 furono i parabolani di Cirillo d’Alessandria a massacrare a morte la filosofa neoplatonica Ipazia. Un fatto molto grave che ha lasciato pesanti ombre sulla figura di santa Caterina d’Alessandria, la quale sarebbe morta sotto Diocleziano (dunque nel 305) ma del cui culto locale non si hanno notizie certe fino al VI secolo. Un silenzio che non può non rendere molto sospette le somiglianze tra la biografia della filosofa e le tarde leggende sulla principessa egiziana: Jean-Pierre Déforis fu il primo a dubitare apertamente della storicità del personaggio, e la storica dell’arte Anna Jameson fu la prima ad additare apertamente le vistose assonanze tra i due personaggi. Il culto di santa Caterina non è mai stato abolito o proibito, però l’ipotesi che il profilo agiografico sia stato ricalcato su quello della vittima eccellente esula – per la sua straordinarietà – dal campo della semplice inculturazione, per approdare al mondo di Totem e tabù di Sigmund Freud. Ma così – come risulta evidente – trascenderemmo pure i campi della storia e della teologia per navigare a vista nell’infido mare della psicanalisi.

Un episodio eclatante di inculturazione moderna

Siamo soliti pensare all’inculturazione come a un fenomeno liminare all’epoca patristica, e dunque confinato in epoche remote. Essa invece è un atteggiamento costante del cristianesimo nei riguardi del mondo (in cui, oltre che per cui, già da sempre il primo esiste), e forse ci riuscirà tanto più facile coglierne la portata rileggendo queste parole che Pio XII volle pronunciare a due anni dalla morte, il 1o maggio 1955:

DiteCi apertamente, sotto questo libero cielo di Roma: Saprete voi riconoscere, tra tante voci discordi e ammalianti a voi rivolte da varie parti, alcune per insidiare le vostre anime, altre per umiliarvi come uomini, o per defraudarvi dei legittimi vostri diritti come lavoratori, saprete riconoscere chi è e sarà sempre la vostra sicura guida, chi il fedele vostro difensore, chi il sincero vostro Padre?

Sì, diletti lavoratori; il Papa e la Chiesa non possono sottrarsi alla divina missione di guidare, proteggere, amare soprattutto i sofferenti, tanto più cari, quanto più bisognosi di difesa e di aiuto, siano essi operai o altri figli del popolo.

Questo dovere ed Impegno Noi, Vicario di Cristo, desideriamo di altamente riaffermare, qui, in questo giorno del 1o maggio, che il mondo del lavoro ha aggiudicato a sé, come propria festa, con l’intento che da tutti si riconosca la dignità del lavoro, e che questa ispiri la vita sociale e le leggi, fondate sull’equa ripartizione di diritti e di doveri.

In tal modo accolto dai lavoratori cristiani, e quasi ricevendo il crisma cristiano, il 1o maggio, ben lungi dall’essere risveglio di discordie, di odio e di violenza, è e sarà un ricorrente invito alla moderna società per compiere ciò che ancora manca alla pace sociale. Festa cristiana, dunque; cioè, giorno di giubilo per il concreto e progressivo trionfo degli ideali cristiani della grande famiglie del lavoro.

Affinché vi sia presente questo significato, e in certo modo quale immediato contraccambio per i numerosi e preziosi doni, arrecatici da ogni regione d’Italia, amiamo di annunziarvi la Nostra determinazione d’istituire — come di fatto istituiamo — la festa liturgica di S. Giuseppe artigiano, assegnando ad essa precisamente il giorno 1o maggio. Gradite, diletti lavoratori e lavoratrici, questo Nostro dono? Siamo certi che sì, perché l’umile artigiano di Nazareth non solo impersona presso Dio e la S. Chiesa la dignità del lavoratore del braccio, ma è anche sempre il provvido custode vostro e delle vostre famiglie.

Ecco, come si vede quello che ho documentatamente negato per il Natale devo documentatamente affermarlo per la festa di san Giuseppe Lavoratore: in questo caso la Chiesa intervenne apertamente a smaltare delle proprie ragioni e dei propri fini una ricorrenza sorta settant’anni prima in Nordamerica tra ingiustizie e soprusi di Stato. Giova in tal senso richiamare – e valga questo per conclusione – che i fini propri alla Chiesa sono la gloria di Dio e la salvezza degli uomini: sarebbe stato assai deprimente lasciare ai lavoratori, per loro festa, il ricordo delle sconfitte subite nella lotta di classe (anche per la “festa della donna” s’è verificato lo stesso – ma non si può chiedere al mondo di dare speranza agli uomini, non ne è capace…). L’unica cosa che, col senno di poi, si può rimproverare alla Chiesa per il suo aver inculturato la festa dei lavoratori con la figura di san Giuseppe… è di averci messo tutti quegli anni.

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