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Un prete può consacrare senza mettere l’acqua nel vino?

Calice vino eucaristia

© Public Domain

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 16/02/18

Il liturgista Finotti: deve attenersi alle formule perchè contengono degli importanti significati spirituali

Un lettore ci chiede se è corretta la consacrazione da parte del sacerdote senza mettere l’acqua nel vino. 

“Salve,

per anni ho avuto un Parroco che consacrava deliberatamente in defectibus senza mettere l’acqua nel vino.

1) Ho svolto il mio dovere di credente a continuare a segnalare la cosa con dovizia di particolari all’ordinario diocesano?

2) Ho svolto il mio dovere di ministro a rifiutarmi di distribuire l’eucarestia in defectibus?

3) Come mai ci sono persone che davanti alla mia osservanza della transostaziazione eucaristica mi accusano di vendetta contro il parroco senza riconoscere che ho svolto correttamente il mio dovere di cattolico e di ministro?

Grazie della risposte che mi vorrete dare”.

Lettera firmata

1. L’interrotta Tradizione

Le Premesse al Messale Romano (IGMR,2000), risponde ad Aleteia il liturgista Don Enrico Finotti, a riguardo dell’infusione dell’acqua nel calice nei riti dell’«offertorio», affermano:

Poi, stando a lato dell’altare, [il sacerdote] riceve dal ministro le ampolline e versa il vino e un po’ d’acqua nel calice, dicendo sottovoce (la formula prescritta) (IGMR n. 142).

Se vi è l’assistenza del diacono, il rito dell’infusione è compiuto da lui in questo modo:

… versa il vino e un po’ d’acqua nel calice, dicendo sottovoce: L’acqua unita al vino, e presenta poi il calice al sacerdote. La preparazione del calice, cioè l’infusione del vino e dell’acqua, (il diacono) la può fare alla credenza (IGMR n. 178).




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Queste brevissime indicazioni collegano la celebrazione eucaristica vigente con la secolare tradizione della Chiesa, che fin dalla sua prima testimonianza storica (san Giustino, martire II sec. in «Apologia prima») attesta l’uso del vino misto ad acqua:

… si porta a colui che presiede una coppa d’acqua e vino temperato…

Da questa prima attestazione la Chiesa sempre ha presentato all’altare il pane, il vino e l’acqua per l’infusione nel calice. Si tratta allora di un rito veramente antico ed universale al quale la Chiesa si sente legata nella continuità di una tradizione ininterrotta.

2. Significati mistici

Ben presto la Chiesa, prosegue Finotti, «ha voluto arricchire il rito con preziosi significati mistici. La liturgia Romana, ricorrendo alla splendida colletta natalizia, evidenzia nell’infusione dell’acqua nel calice l’unione della natura umana con la natura divina nel mistero dell’Incarnazione del Verbo e al contempo l’unione sacramentale dei fedeli col Corpo e il Sangue di Cristo, divenendo essi in tal modo suo Corpo mistico». Così, infatti, il sacerdote, nell’infondere l’acqua nel calice, dice con voce sommessa:

L’acqua unita al vino sia il segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana.

La liturgia ambrosiana, invece, nel medesimo rito, nota il liturgista, «fa riferimento ad un altro simbolismo: l’acqua e il sangue sgorgati dal cuore di Cristo crocifisso aperto dalla lancia del soldato (Gv 19,34)». Infatti, il sacerdote ambrosiano, infondendo l’acqua nel calice, pronunzia queste parole:

Dal fianco aperto di Cristo uscì sangue e acqua.

La Chiesa latina quindi, osserva il direttore della rivista Culmen et Fons, «interpreta simbolicamente il rito dell’infusione con molteplici significati spirituali: l’unione delle due nature nel Verbo incarnato, inizio della nostra redenzione; il sangue e l’acqua sgorgati dal costato di Cristo nel momento supremo del compimento della nostra redenzione; il dono dell’adozione divina che, mediante la comunione sacramentale al Corpo e al Sangue di Cristo, ci rende concorporei e consanguinei di Gesù Cristo, membra vive della Chiesa, suo mistico Corpo«.


POPE CORPUS DOMINI

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3. Fedeltà al rito e responsabilità di ministri e fedeli

La Chiesa, conclude Finotti, «ha coscienza di dover obbedire ad una tradizione ininterrotta che deriva dagli Apostoli ed esercita la sua responsabilità verso tutti i fedeli esigendo che i sacri ministri siano fedeli al rito stabilito ed obbediscano per primi alla sua retta celebrazione». Per questo nella Istruzione Redemptionis sacramentum (2004) si afferma:

I Vescovi, i Sacerdoti e i Diaconi, nell’esercizio del sacro ministero, si interroghino in coscienza sulla autenticità e sulla fedeltà delle azioni da loro compiute a nome di Cristo e della Chiesa nella celebrazione della sacra Liturgia. Ogni ministro sacro si interroghi, anche con severità, se ha rispettato i diritti dei fedeli laici, che affidano a lui con fiducia se stessi e i loro figli, nella convinzione che tutti svolgono correttamente per i fedeli quei compiti che la Chiesa, per mandato di Cristo, intende adempiere nel celebrare la sacra Liturgia. Ciascuno ricordi sempre, infatti, di essere servitore della sacra Liturgia (n. 186).




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Non solo i ministri sacri, ma anche ogni fedele, chiosa il liturgista, ha il diritto di ricevere una celebrazione valida e legittima dei divini misteri e il dovere di concorrere responsabilmente ad una celebrazione retta e degna delle azioni liturgiche:

Ogni cattolico, sia Sacerdote sia Diacono sia fedele laico, ha il diritto di sporgere querela su un abuso liturgico presso il Vescovo diocesano o l’Ordinario competente a quegli equiparato dal diritto o alla Sede Apostolica in virtù del primato del Romano Pontefice. È bene, tuttavia, che la segnalazione o la querela sia, per quanto possibile, presentata dapprima al Vescovo diocesano. Ciò avvenga sempre con spirito di verità e carità (184).

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