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Un prete può consacrare senza mettere l’acqua nel vino?

© Public Domain
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Il liturgista Finotti: deve attenersi alle formule perchè contengono degli importanti significati spirituali

Un lettore ci chiede se è corretta la consacrazione da parte del sacerdote senza mettere l’acqua nel vino. 

“Salve,

per anni ho avuto un Parroco che consacrava deliberatamente in defectibus senza mettere l’acqua nel vino.

1) Ho svolto il mio dovere di credente a continuare a segnalare la cosa con dovizia di particolari all’ordinario diocesano?

2) Ho svolto il mio dovere di ministro a rifiutarmi di distribuire l’eucarestia in defectibus?

3) Come mai ci sono persone che davanti alla mia osservanza della transostaziazione eucaristica mi accusano di vendetta contro il parroco senza riconoscere che ho svolto correttamente il mio dovere di cattolico e di ministro?

Grazie della risposte che mi vorrete dare”.

Lettera firmata

1. L’interrotta Tradizione

Le Premesse al Messale Romano (IGMR,2000), risponde ad Aleteia il liturgista Don Enrico Finotti, a riguardo dell’infusione dell’acqua nel calice nei riti dell’«offertorio», affermano:

Poi, stando a lato dell’altare, [il sacerdote] riceve dal ministro le ampolline e versa il vino e un po’ d’acqua nel calice, dicendo sottovoce (la formula prescritta) (IGMR n. 142).

Se vi è l’assistenza del diacono, il rito dell’infusione è compiuto da lui in questo modo:

… versa il vino e un po’ d’acqua nel calice, dicendo sottovoce: L’acqua unita al vino, e presenta poi il calice al sacerdote. La preparazione del calice, cioè l’infusione del vino e dell’acqua, (il diacono) la può fare alla credenza (IGMR n. 178).

Queste brevissime indicazioni collegano la celebrazione eucaristica vigente con la secolare tradizione della Chiesa, che fin dalla sua prima testimonianza storica (san Giustino, martire II sec. in «Apologia prima») attesta l’uso del vino misto ad acqua:

… si porta a colui che presiede una coppa d’acqua e vino temperato…

Da questa prima attestazione la Chiesa sempre ha presentato all’altare il pane, il vino e l’acqua per l’infusione nel calice. Si tratta allora di un rito veramente antico ed universale al quale la Chiesa si sente legata nella continuità di una tradizione ininterrotta.

2. Significati mistici

Ben presto la Chiesa, prosegue Finotti, «ha voluto arricchire il rito con preziosi significati mistici. La liturgia Romana, ricorrendo alla splendida colletta natalizia, evidenzia nell’infusione dell’acqua nel calice l’unione della natura umana con la natura divina nel mistero dell’Incarnazione del Verbo e al contempo l’unione sacramentale dei fedeli col Corpo e il Sangue di Cristo, divenendo essi in tal modo suo Corpo mistico». Così, infatti, il sacerdote, nell’infondere l’acqua nel calice, dice con voce sommessa:

L’acqua unita al vino sia il segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana.

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