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Siria, l’eroismo dei cristiani di Aleppo merita di essere sostenuto

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È una testimonianza in presa diretta, dai luoghi degli eventi, quella che rilascia padre Firas Lufti, francescano e vicario parrocchiale di San Francesco d’Assisi ad Aleppo.

«Da un anno, le videocamere non s’interessano più ad Aleppo», constata un po’ indispettito questo francescano la cui parrocchia è diventata un simbolo durante la guerra: quello dell’accoglienza cristiana a tutti, musulmani compresi. Un anno – il lasso di tempo che corre dalla ripresa della città dalle mani degli jihadisti, a fine del dicembre 2016, alla presa di coscienza che la ricostruzione sarà difficile. Per il religioso, la vittoria ha un gusto amaro…

«Non dimenticateci!», gli fa eco il nunzio apostolico in Siria, mons. Mario Zenari, dalle colonne dell’Osservatore Romano: è stato fatto cardinale dal Papa per essere rimasto sul posto sotto le bombe. Di fatto, bisogna rifare tutto in questa città del nord del Paese, dove le case demolite sono il simbolo di una nazione in ginocchio, dove manca tutto. E dove, soprattutto, la ricostruzione più lunga sarà quella dei cuori – precisa il francescano – in particolare per vecchi e bambini, che sono «i più danneggiati». Senza contare che la guerra non è finita, nel resto del Paese, come dimostrano i bombardamenti israeliani di questi ultimi giorni.

Per padre Firas, questo rende ancora più insopportabile l’“embargo imposto” alla Siria dal 2011, prolungato fino al giugno 2018 e di cui la popolazione paga le conseguenze più gravi. A fronte delle sofferenze del popolo siriano, «la comunità internazionale non può restare indifferente», afferma con delicata fermezza il francescano di Aleppo.

E a dare speranza lì sul campo non saranno le promesse di Trump di finanziamenti per i cristiani di Siria e di Iraq – «A chi arriveranno davvero i finanziamenti?» – né la politica poco limpida della Russia nei confronti della vicina Turchia. Anche se padre Firas riconosce che l’intervento russo ha avuto il merito di liberare gli abitanti di Aleppo dalla «paura di vivere sotto le bombe».

Quanto all’avvenire, specie a quello dello Stato siriano, secondo lui non potrà che procedere nel segno di un’evoluzione politica, e non di una “rivoluzione” – vale a dire dolcemente, senza violenza, rispettando la cultura del Paese, le sue differenti etnie e la sua storia. Il tutto sotto la garanzia di una tutela internazionale.

Attendendo questo ancora ipotetico cambiamento politico, resta la testimonianza esemplare del “piccolo gregge” dei cristiani. Quelli che sono rimasti in loco hanno compiuto un gesto che il francescano qualifica di vero “eroismo”. Stando a lui è necessario sostenerli sulla lunga durata, appoggiando micro-progetti – scuole, imprese – che permettano alle famiglie di ricostruire localmente il tessuto della società.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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