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La morale dell’Amoris lætitia è tomista. Che cosa intende dire il Papa?

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Viene pubblicata su La Civiltà Cattolica la trascrizione di un colloquio privato avuto tra Papa Francesco e i gesuiti che gestiscono il santuario di san Pedro Claver a Cartagena. In un passaggio il Santo Padre evoca “quelli che criticano Amoris lætitia”

Direi, per cominciare, che non sia una riflessione di laboratorio. Infatti, abbiamo visto che danno ha finito col fare la grande e brillante scolastica di Tommaso quando è andata decadendo, decadendo, decadendo…: è diventata una scolastica da manuale, senza vita, mera idea, e si è tradotta in una proposta pastorale casuistica. Almeno, ai nostri tempi siamo stati formati in questa linea… Direi che era piuttosto ridicolo che, per spiegare la continuità metafisica, il filosofo Losada[1] parlasse dei puncta inflata… Per dimostrare questo tipo di cose si cadeva nel ridicolo. Era un grande filosofo dell’epoca, ma decadente, volava rasoterra…

Dunque: la filosofia non in laboratorio, ma nella vita, nel dialogo col reale. Nel dialogo col reale troverai, come filosofo, i tre trascendentali che fanno l’unità, ma con un nome concreto. Ricordiamo le parole del nostro grande scrittore Dostoevskij. Come lui, anche noi dobbiamo riflettere su quale bellezza ci salverà, sulla bontà e sulla verità. Benedetto XVI parlava della verità come incontro, ovvero non più una classificazione, ma una strada. Sempre in dialogo con la realtà, perché non si può fare filosofia con la tavola logaritmica, che peraltro è ormai in disuso. E lo stesso vale anche per la teologia, ma questo non vuol dire «imbastardire» la teologia, al contrario. La teologia di Gesù era la cosa più reale di tutte, partiva dalla realtà e si innalzava fino al Padre. Partiva da un semino, da una parabola, da un fatto… e li spiegava. Gesù voleva fare una teologia profonda, e la realtà grande è il Signore. A me piace ripetere che per essere un buon teologo, oltre a studiare, bisogna avere dedizione, essere svegli e cogliere la realtà; su tutto questo bisogna riflettere in ginocchio. Un uomo che non prega, una donna che non prega, non può essere teologo o teologa. Sarà il volume del Denzinger[2] fatto persona, saprà tutte le dottrine esistenti o possibili, ma non farà teologia. Sarà un compendio, un manuale dove c’è tutto. Ma oggi la questione è come esprimi Dio tu, come esprimi chi è Dio, come si manifestano lo Spirito, le piaghe di Cristo, il mistero di Cristo, a partire dalla Lettera ai Filippesi 2,7 in avanti… Come spieghi questi misteri e li vai spiegando, e come stai insegnando quell’incontro che è la grazia. Come quando leggi Paolo nella Lettera ai Romani, dove c’è tutto il mistero della grazia e vuoi spiegarlo.

Approfitto di questa domanda per dire una cosa che credo vada detta per giustizia, e anche per carità. Infatti, sento molti commenti – rispettabili, perché detti da figli di Dio, ma sbagliati – sull’Esortazione apostolica post-sinodale. Per capire l’Amoris laetitia bisogna leggerla da cima a fondo. A cominciare dal primo capitolo, per continuare col secondo e così via… e riflettere. E leggere che cosa si è detto nel Sinodo.

Una seconda cosa: alcuni sostengono che sotto l’Amoris laetitia non c’è una morale cattolica o, quantomeno, non è una morale sicura. Su questo voglio ribadire con chiarezza che la morale dell’Amoris laetitia è tomista, quella del grande Tommaso. Potete parlarne con un grande teologo, tra i migliori di oggi e tra i più maturi, il cardinal Schönborn. Questo voglio dirlo perché aiutiate le persone che credono che la morale sia pura casistica. Aiutatele a rendersi conto che il grande Tommaso possiede una grandissima ricchezza, capace ancora oggi di ispirarci. Ma in ginocchio, sempre in ginocchio…

Una risposta densa, strutturata e ricca di riferimenti sostanziosi: anzitutto la descrizione della parabola discendente della seconda Scolastica non avviene in astratto, ma con il nome noto di Luis de Losada, uno dei gesuiti che a suo tempo formalizzarono il sistema scolastico tanto parossisticamente che la teologia finì per assomigliare alla Sacra doctrina di san Tommaso come il latte in polvere ricorda la mungitura. Poi la ricerca dell’autorità del predecessore, teologo di chiarezza indiscussa, dal quale si mutua l’epistemologia dell’incontro contro quella del mero giudizio intellettivo. L’Imitazione di Cristo e gli Esercizi spirituali – forse le colonne d’Ercole della pietà cristiana al crocevia della modernità occidentale – confluiscono armoniosamente in questa risposta: la teologia non si fa solo a tavolino, non è pensabile che il “molto sapere” possa ottenere una vera e buona teologia cristiana. Quindi la messa a fuoco di uno degli argomenti maggiori, in ogni epoca, dell’annuncio cristiano tematizzato – la teologia della grazia –: e a proposito sopra aveva anticipato che «la grazia di Dio che si manifesta nella vita del popolo non è una ideologia».

A quel punto il Santo Padre ha voluto prendere di petto la questione dei Dubia, pur senza nominarla direttamente. E la “risposta” è:

  • anzitutto Amoris lætitia va letta nel suo complesso e dall’inizio alla fine, confrontandola con il percorso del Sinodo di cui è l’espressione autorevole;
  • la morale dell’Esortazione apostolica è tomista. È sicura quanto quella di Tommaso d’Aquino, perché a quella si richiama costantemente e fin dall’impianto generale;
  • la morale che “le persone” credono sicura è in realtà pura casuistica, “sicura” precisamente in quanto artificiale (ovvero irreale).

Colpisce il “questo voglio dirlo” di Papa Francesco: vi sono contesti ecclesiali che persistono nel propalare il tuziorismo casuistico come “una sicurezza”, laddove invece è poco più (o poco meno) di una ideologia. La contrapposizione tra tuzioristi e probabilisti (con diverse altre sfumature in mezzo) è stata una dicotomia accademica e pastorale nella Chiesa latina in alcune polemiche dell’età moderna più o meno direttamente riferite ai temi della grazia, ma in generale torna trasversalmente dai molinisti ai giansenisti, passando per la disputa de auxiliis. Per semplificare, i gesuiti furono storicamente e in genere i campioni del probabilismo, cioè quelli che tra due o più opzioni morali indicavano come preferibile la “più probabile” quanto alla bontà dell’atto in discussione. I domenicani, al contrario, occuparono i posti della squadra dei tuzioristi, cioè di quelli che tra due o più opzioni morali indicavano come preferibile la “più sicura” quanto alla bontà dell’atto in discussione. Questo ha dato vita a numerosi luoghi comuni (e recta via a barzellette) sui gesuiti e sui domenicani (coi francescani in mezzo che giocavano un po’ con questi e un po’ con quelli): proprio per questo – e mi scuso della semplificazione estrema, ma penso che torni utile al lettore – è notevole che Papa Francesco abbia definito “tomista” questa morale. Cioè riferita al campione per eccellenza della “scuderia domenicana”, san Tommaso d’Aquino. Altrettanto notevole è che per la conferma di una simile affermazione il Papa abbia indicato Christoph Schönborn, ovvero il più famoso teologo domenicano tra quelli “in vista” (anche per la dimensione di pubblicità che gli viene dal cardinalato).

Queste non sono “novità assolute”: Francesco le aveva già dette, qua e là, più o meno tutte. Mai però le aveva raccolte insieme indirizzandole apertamente a quanti criticano il profilo morale di Amoris lætitia. Tempo fa lessi – non ricordo più dove precisamente – di critici che obiettavano che le numerose citazioni di san Tommaso (l’Angelico è in effetti il teologo più citato in assoluto nell’esortazione apostolica…) non basterebbero a fare di Amoris lætitia un testo tomista. L’autorità di Schönborn neppure sarebbe sufficiente perché il cardinale austriaco sarebbe un noto modernista (chi non lo sa?). Si comprende che se questo è il punto di partenza, e se “tomismo” diventa sinonimo di “tavola logaritmica”, certi biliosi critici dimostrano non solo la verità delle recenti dichiarazioni del Papa, ma anche la loro opportunità (e forse anche quella, da molti discussa, del suo roccioso silenzio sulla questione).

Ma che cos’è, quindi, una “morale tomista”?

Ci si può ora legittimamente chiedere quale sia in particolare la morale scelta per Amoris lætitia, nonché quali siano a livello teoretico le ragioni delle difficoltà che essa incontra nel calarsi in altre elaborazioni etiche e in una giusta ortoprassi. Seguiamo il consiglio del Papa e torniamo al cardinale Schönborn, che all’indomani della promulgazione dell’Esortazione apostolica aveva concesso a La Civiltà Cattolica un’importante e bella intervista. Ricordo che quando la lessi mi ricordò il Paradiso di Dante, ove si mettono san Tommaso (domenicano) a tessere le lodi di san Francesco (Pd XI), e san Bonaventura (francescano) a cantare la gloria di san Domenico (Pd XII). A dispetto delle beghe che all’epoca di Dante già imbaruffavano quei due ordini mendicanti. L’arcivescovo di Vienna, infatti, rende giustizia all’anima ignaziana dell’Esortazione, che conta non meno di quella tomista:

Sì, l’Esortazione, a mio avviso, è radicata in Ignazio e Tommaso. Abbiamo qui l’esposizione di una morale che si ispira alle grandi tradizioni ignaziana (discernimento della coscienza) e domenicana (la morale delle virtù). Voltiamo le spalle alle morali dell’obbligo, che nel loro estrinsecismo generano al tempo stesso lassismo e rigorismo, per riallacciarci alla grande tradizione morale cattolica e, attraverso di essa, integrare tutto l’apporto del personalismo.

Un vasto programma espresso con la concisione che solo un’accurata meditazione può dare. Ma perché Schönborn non proceda, come il san Tommaso dantesco, “troppo chiuso”, è opportuno che si riporti anche qui la lucida spiegazione da lui offerta nel contesto dell’intervista:

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