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I figli dei preti: forse è in arrivo il nuovo “caso Spotlight”? (I parte)

FEMME ASSISE SEULE SUR UN BANC

© Shutterstock

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 22/08/17

La sintesi e l’errore

Le cinque storie sopra sintetizzate vengono esposte a più riprese, nello story di Rezendes, e con spezzoni che talvolta richiamano fatti e concetti già espressi. Il giudizio conclusivo sulle vicende narrate è il seguente:

Molti altri vengono distrutti dalla cruda verità, e i loro sentimenti di disillusione e abbandono possono condurre a vite frammentate da relazioni instabili, abuso di sostanze, pensieri suicidi.

Dunque il Boston Globe ribadisce la valutazione già anticipata lo stesso 16 agosto. Insieme ad essa, torna a ripetere il medesimo errore già sopra esposto:

Benché i preti siano diventati molte e molte volte genitori, nella lunga storia del celibato ecclesiastico, la legge canonica tace quanto alla responsabilità del vescovo quando uno dei suoi preti ha un figlio.

Rezendes cerca di spiegarsi meglio:

Alcuni preti, nei casi esaminati dal Globe, si sono assunti seriamente le proprie responsabilità. Sono stati padri devoti, perlomeno in privato. Alcuni hanno promesso alle donne che hanno dato alla luce i loro figli che avrebbero lasciato il sacerdozio, per quanto poi pochi lo abbiano fatto. Altri ancora consolavano le donne assicurando loro che era solo una questione di tempo prima che la Chiesa derubricasse l’obbligo del celibato – cosa che papa dopo papa, Francesco incluso, nessuno ha voluto fare.

Ma pure nei casi in cui il prete ha cercato di essere un buon padre, la tensione tra le esigenze della fede e quelle della famiglia può essere dilaniante. La madre di Chiara Villar, alla fine, smise di credere che il padre di Chiara avrebbe mantenuto la sua promessa di abbandonare il sacerdozio; finì che sposò un altro uomo.

L’inchiesta offre al reporter un campione, ancorché limitato, per tracciare una statistica comunque indicativa:

Su 10 casi considerati attentamente dal Globe, solo in due di essi le madri ricorsero al tribunale per ottenere gli alimenti per il figlio, mentre le altre lasciarono che fossero i preti a decidere quanto passare loro, e non trovarono grande aiuto.

Altri sei non ricevettero alcun supporto dai padri. Quanto ai preti che pagavano, in alcuni casi lo facevano a condizione che la faccenda rimanesse segreta.

Ora, ribadendo a scanso di equivoci il nostro giudizio di condanna di quegli atteggiamenti che poc’anzi definimmo “opachi”, bisogna però che spieghiamo in cosa consista l’errore, e del resto queste formulazioni di Rezendes si prestano meglio delle altre a esemplificarlo. È vero che il Codice di Diritto Canonico presenta un vuoto normativo in materia, cioè che non considera positivamente il caso che un membro del clero abbia un figlio dopo la propria ordinazione, e questa cosa ha certamente il suo peso; ma non bisogna prendere nessuno dei due Codici del XX secolo per “una summa di diritto canonico”: il corpus è immensamente più vasto, anzi proprio l’impossibilità di dominarlo attualmente tutto ha suggerito di ricorrere a dei moderni Codices. Perché invece la disciplina della Chiesa antica insegna costantemente (e concordemente fino al Concilio Quinisesto – detto “Trullano” – del 692) che l’ordinazione di uomini sposati esige il loro impegno nella continenza, e che – viceversa – il venir meno a questa condizione comporta ipso iure il decadimento dallo stato clericale.

Questo lo attestano anzitutto i canoni del Concilio di Elvira (il canone 33, per la precisione), il quale emblematicamente resta nella storia della Chiesa il primo concilio locale di cui si conservino gli atti. Ma lo attesta anche la letteratura patristica, e per bocca di vescovi figli di vescovi, nati prima dell’ordinazione del genitore e che per di più (è il caso di Gregorio Nazianzeno) rendono testimonianza della preferenza popolare per i sacerdoti celibatari. Visto che parliamo delle regole e delle infrazioni alla stessa (per le quali anzi la stessa è stata posta), ricordiamo quella lettera di Epifanio di Salamina in cui si legge:

Ora tu mi chiederai di certo di quei posti dove ci sono preti, diaconi e suddiaconi che ancora fanno figli. Questa cosa avviene in modo non conforme ai canoni, ma per il semplice fatto che da un lato alcuni prendono le cose alla leggera e dall’altro che in rapporto alla moltitudine dei fedeli non ci sono ministri a sufficienza.

Quarto secolo pieno, età d’oro della patristica. C’è di che riflettere. E proprio per venire incontro a quella contraddizione i padri del già ricordato concilio Quinisesto di Costantinopoli restrinsero l’obbligo del celibato al solo ordine dell’episcopato. Tale è appunto la prassi nelle Chiese ortodosse fino al giorno d’oggi. Il Concilio tridentino, a sua volta, permise pro bono pacis che alcune chiese sotto la giurisdizione latina mutuassero la disciplina canonica orientale quanto a sacerdozio e matrimonio.

Ma non si deve dimenticare che se Elvira è in Spagna, neanche vent’anni dopo (e comunque prima del grande concilio Niceno) si riunì a Neo-Cesarea – dunque nell’attuale Turchia – un concilio locale che fissava la medesima disciplina. Lo stesso avverrà nel Concilio di Toledo del 400, in quello di Orange del 441, in quello di Agde del 506, in quello di Arles del 524 e in quello di Orléans del 538. Ed era un’epoca in cui l’organizzazione ecclesiale era ben lungi dal tanto (anche a torto) deprecato centralismo romano del secondo millennio: vuol dire che il sentire ecclesiale diffuso raccoglieva nella via del celibato, pur in mezzo alle contraddizioni date dalla fragilità umana, le indicazioni neotestamentarie che di per sé non indicavano (né indicano) una preclusione del diritto divino rivelato al sacerdozio uxorato.

Dunque non possiamo a ragione accusare la Chiesa di non indicare una prassi: lo stesso Boston Globe documenta, invece, che la prassi attuale (cioè quella delle dimissioni dallo stato clericale) è conforme a quella costantemente insegnata e applicata dalla Chiesa.

Si deve infine osservare, quanto alle donne coinvolte, che a differenza dei loro figli esse sapevano benissimo di star intraprendendo una relazione clandestina con un uomo non libero. Le situazioni che risultano sono chiaramente penose per tutti e a nessuno si vuole negare la giusta compassione umana, ma in senso stretto quelle donne non possono accampare maggiori pretese di quelle che si avventurano in una storia con un uomo sposato. Altro discorso va fatto per i figli, perché certamente non possiamo riconoscere alla lettera di Giustiniano del 530 il carisma di interprete autentica della Tradizione ecclesiastica, quando spietatamente l’imperatore afferma che «sono bastardi e su di loro deve ricadere il disonore dei padri che in quel modo li hanno generati».

Ma appunto: se si deve parlare dei figli dei preti – discorso certamente importante e che per quanto sia doloroso è altresì doveroso affrontare – si ha l’impressione che l’inchiesta del Globe punti direttamente ad attaccare lo stesso istituto del celibato ecclesiastico. Il quale sarebbe salito sul banco degli imputati per la pedofilia sedici anni fa e ci torna oggi per l’incontinenza di uomini che non hanno tenuto fede alle loro promesse. Si capisce che Rezendes segnali con qualche stupore l’impostazione di Doyle, che da parte sua dice di amare la Chiesa, e anzi di aver intrapreso la strada di Coping International perché: «Non mi piacer il fatto che la mia fede venga usata per tenere segregati i figli dei preti».

E ancora afferma: «Impersono nel mio corpo l’esatto opposto di ciò che è stato promulgato dalla Chiesa per secoli». Una cosa che lo avrebbe riempito di rabbia, di rancore.

E tuttavia – chiosa con un certo stupore Rezendes – Doyle evita di battere sul tasto del celibato ecclesiastico, anche se molti di quanti lo contattano affermerebbero di ravvisare in esso la radice di tutti i loro mali.

Quindi il figlio del prete distingue:

Se ora entrasse dalla porta il Papa e dicesse che adesso ci liberiamo del celibato, direi “benissimo!”. Ma la cosa non avrebbe a che fare con ciò che trattiamo noi, che è cosa fare per i figli dei preti ora e nel prossimo futuro.


QUI LA SECONDA PARTE DEL DOSSIER

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Tags:
celibato sacerdotalecodice di diritto canonicofigli dei pretipatristicastoria della chiesa
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