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Spotlight, un “cono di luce” sulla pedofilia nella Chiesa

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Un film fuori concorso al Festival di Venezia ricostruisce l'inchiesta del Boston Globe che ha permesso il processo di pulizia interna del cattolicesimo

Fuori concorso a Venezia è stato presentato un film che sarà necessario andare a vedere: Spotlight. La vera storia di come un autorevole e intraprendente quotidiano cittadino, il Boston Globe, permise di scoperchiare il vaso di Pandora degli abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica americana e poi altrove.

E’ un film sul giornalismo

Oltre ad essere un atto di accusa contro le connivenze che hanno insabbiato queste drammatiche storie di abusi, Spotlight del regista Tom McCarthy è anche un omaggio al giornalismo fatto come Dio comanda: con perizia, tempo, scrupolosità e tanta autorevolezza. Senza questi elementi infatti la notizia sarebbe stata derubricata a pettegolezzo o non avrebbe avuto la forza di imporsi nel dibattito pubblico americano.

«Spotlight esiste ancora – fa notare McCarthy – ma, nel nostro Paese come altrove, quel modo di lavorare è stato colpito dai tagli. Il film sottolinea l’importanza di quel modo di fare informazione. Oggi si punta sui titoloni di richiamo e mai sull’approfondimento, i giornalisti subiscono pressioni mentre la gente chiede serietà e credibilità. Per la sopravvivenza della democrazia è necessario che una stampa libera continui a esistere» (La Stampa, 4 settembre).

E’ importante sottolineare questo perché chi fa informazione ha una responsabilità enorme nei confronti della verità (e se cristiano con la Verità) e della sua comunità. Non tace di fronte al sopruso. Ma andiamo avanti.

Non è un film contro la Chiesa, anzi…

Nonostante ci siano alcune ingenuità il film non è una pellicola anticlericale, ma un omaggio ad una storia vera e uno dei protagonisti, Mark Ruffalo, riporta l’ANSA, dice:

”Mi piace impegnarmi per la giustizia sociale lo ritengo imprescindibile”, racconta Ruffalo che nel film è un testardo cronista del pool che guidato da Michael Keaton porta avanti l’inchiesta del Boston Globe che nel 2002 porterà alla ribalta mondiale lo scandalo dei 70 preti pedofili della città americana con 600 articoli e storie sui 1000 bambini abusati nel corso degli anni. ”Sono cattolico, cresciuto con educazione cattolica, per me il Vangelo è la guida per l’equità e la giustizia sociale. Per questo trovo aberrante quella vicenda e il silenzio della Chiesa verso questo crimine diabolico. Credo che Spotlight, che mi auguro Papa Francesco veda presto, sia un’occasione di verità. Capisco chi perde la fede e spero che il film sia l’occasione per spingere a raddrizzare i torti subiti e curare le ferite”. Lui che è attivista sul web è fiducioso che inchieste come quelle del Boston Globe si facciano ancora. E’ ottimista: ”d’ora in avanti saranno finanziate dai lettori, il giornalismo sarà forse più libero che in passato e magari più credibile” (4 Settembre).

Circa l’“onestà” del film anche l’inviato di Radio Vaticana Luca Pellegrini, la certifica: «Il regista non cade nella trappola dello scandalo, mentre gli straordinari interpreti si limitano a fare e dire solo ciò che i personaggi reali fecero e dissero».

La sinossi

Così Avvenire sintetizza il film:

In linea di massima, quando Spotlight racconta qualcosa, lo racconta con esattezza. Ci sono omissioni (non si fa cenno, per esempio, alle linee guida sugli abusi sessuali del clero che la Conferenza episcopale statunitense aveva promulgato già nel 1992 e che molte diocesi avevano prontamente applicato) e qualche occasionale travisamento, come quello relativo al destino del cardinale Law. Ma l’assunto generale è tutt’altro che ostile al cattolicesimo e alla stessa Chiesa. Se ne è avuta conferma durante la conferenza stampa di ieri, nel corso della quale il regista, rispondendo alla prevedibile domanda sul nesso tra celibato sacerdotale e pedofilia, ha escluso ogni sbrigativo automatismo. Da parte sua l’attore Mark Ruffalo – che in Spotlight impersona l’intraprendente reporter Michael Rezendes – sottolinea che a Boston non era solo la Curia a sapere che cosa stesse succedendo: «Dalla polizia alle istituzioni scolastiche tutti, in un modo nell’altro, facevano finta di non vedere», ripete. Uno degli snodi del film è rappresentato, non a caso, dal momento in cui l’integerrimo caporedattore Walter “Robby” Robinson (un Michael Keaton di eccezionale mimetismo) si rende conto di avere completamente sottovalutato una denuncia che avrebbe permesso di rivelare lo scandalo con quasi dieci anni di anticipo (grassetto nostro, NdA).

Uno scandalo che quindi interroga l’intera società e tutti coloro che hanno una responsabilità sociale: dalla Chiesa (ovviamente), alle autorità civili, fino ai giornali. Tutti corresponsabili in vario modo, negli USA come altrove.

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