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I figli dei preti: forse è in arrivo il nuovo “caso Spotlight”? (II parte)

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Dopo aver passato in rassegna il dossier del Boston Globe, e senza mancare di sottolinearne limiti e preclusioni, cerchiamo di spiegare per quale via anche un eventuale scandalo possa fare il bene della Chiesa, e perché in nessun caso questa possa essere costretta a sopprimere il celibato sacerdotale

QUI LA PRIMA PARTE DEL DOSSIER

Storia e letteratura

In modo incomprensibile, se ci si attiene al tema che sta a cuore a Doyle e non a quello che sembra essere nelle mire del Boston Globe, Rezendes passa in rassegna una serie di casi del passato, più o meno noti ma comunque pubblici. Il documento si rivolge a considerare rapporti al Vaticano concernenti i sistematici abusi sessuali di preti ai danni di suore, avvenuti prevalentemente (ma non esclusivamente) in Paesi africani. In alcuni casi estremi i preti avrebbero incoraggiato le donne rimaste incinte ad abortire. Il Globe inferisce che la Santa Sede avrebbe trattato i suddetti casi come “un fenomeno isolato” invece che come “il segno di un problema vasto benché latente”.

Il Boston Globe richiama poi il caso, celebre anni fa, di Eamonn Casey, un vescovo di Galway che fu costretto a lasciare il proprio ufficio in seguito alla diffusione della notizia che avrebbe avuto un figlio da una donna americana, Annie Murphy, la quale raccontò la loro relazione in un libro – Forbidden Fruit. Come si vede, ancora una volta la testata conferma l’uniformità della disciplina ecclesiastica nei vari casi elencati.

Non poteva mancare il nome di Marcial Maciel Degollago, del quale pure Rezendes deve correttamente ricordare che fu costretto alle dimissioni (dalla carica di leader fondatore dei Legionari di Cristo). Si fa pure il nome di Fernando Lugo, già vescovo cattolico ed ex presidente del Paraguay: nella fattispecie, in questo caso il Globe riporta, con imprecisione che è difficile credere candida, che Lugo era vescovo nel 2009, quando ingravidò e divenne padre del figlio di una sedicenne. Mentre è vero che già da due anni aveva richiesto la dimissione dallo stato clericale per seguire le proprie dichiarate ambizioni politiche (sarebbe magari auspicabile una rettifica…). Si accenna alla vicenda di Gabino Zavala, il popolare vescovo di Los Angeles, che nel 2012 dimissionò dopo aver riconosciuto di essere padre di due teenager che vivevano con la madre in un altro Stato. In tal caso il Boston Globe deve non solo confermare che anche quella volta la disciplina ecclesiale confermava la costante disciplina della Chiesa, ma deve pure aggiungere che la diocesi pagò un sostegno alla madre, nonché un assegno per l’istruzione dei ragazzi.

Se giudicando il caso di Jim Graham il Boston Globe ha forse qualche ragione di sentenziare severamente:

La Chiesa non avrebbe mostrato nel suo caso né trasparenza né misericordia, lasciando quell’uomo a un passo dal pervenire a una certezza sulle proprie origini.

Forse i dati diligentemente compilati da Rezendes dovrebbero indurre lo stesso a una più sfumata e meno odiosa condanna complessiva: checché se ne dica (anche) sul Boston Globe, la Chiesa non si è inventata il celibato come un crudele espediente della Riforma Gregoriana per evitare dispersioni patrimoniali. Un credente può condividerlo intimamente, ma per riconoscerlo dovrebbe bastare un lavoro di ricerca storica onesta e non ideologizzata.

Senza che il lettore accorto possa scorgere un vero nesso, Rezendes accenna poi alla figura e al quadro cronologico di Alessandro VI Borgia, facendo della sua licenziosità quasi uno degli elementi contro cui si sarebbe scagliata di lì a qualche decennio la furia di Lutero: giova forse ricordare che in nessuna delle famigerate 95 tesi – mistica e artefatta origine della Riforma, che pure menzionano di continuo “gli errori dei Papi” – ci si lamenta della loro moralità personale. Allo stesso modo non si capisce a quale Concilio di Trento alluda Rezendes, visto che in nessuno dei decreti tridentini «i capi della Chiesa reagirono riaffermando il celibato». Anzi, al canone XVI del Decreto sull’Ordine Sacro si legge addirittura: «Se inoltre non si trovassero dei chierici celibatari per esercitare i quattro ordini minori, potranno essere loro sostituiti anche degli sposati dalla vita onesta, adatti a questi uffici, purché non bigami e a condizione che in chiesa portino la tonsura e l’abito clericale».

La sua (purtroppo lacunosa e grossolana) ricostruzione della storia della Chiesa balza quindi a Paolo VI, il Papa delle aspettative tradite, in cui tanti seminaristi avevano posto folli speranze, avviandosi al sacerdozio nel miraggio di vedersi prosciolti dalla promessa di celibato poco dopo averla fatta: proprio nel 1967 il pontefice avrebbe invece riaffermato la costante dottrina della Chiesa nella Sacerdotalis cælibatus (penultima enciclica prima della Humanæ vitæ, che sarà il vero e proprio “canto del cigno” del Pontefice…).

Così, dopo una velata critica alle lodi del celibato tessute anche dal cardinal O’Malley, Rezendes afferma:

Mentre i figli dei papi rinascimentali sono vissuti nel lusso, molti figli di preti oggi non sanno dove andare, e mentre alcuni ricevono regolarmente denaro dai vescovi dei loro padri, altri sono affidati al buon cuore dei padri.

E si torna finalmente a mettere a fuoco il dramma vero, quello che Doyle intende tematizzare e che probabilmente la Chiesa farà bene ad affrontare di buon grado: se giustamente ci si preoccupa di rimediare alle ingiustizie perpetrate dai preti pedofili, qualcosa di analogo si dovrà fare per quanti gli innocenti forse non li scandalizzano, ma di certo li mettono al mondo senza essere in condizione di accudirli adeguatamente.

Perché il punto non è il celibato, e – Rezendes lo riporta correttamente – anche D. Paul Sullins, uno dei circa 120 preti cattolici latini uxorati negli Stati Uniti (sociologo alla Catholic University of America e autore di Keeping the Vow: The Untold Story of Married Catholic Priest), difende quel celibato che Papa Montini aveva chiamato “fulgida gemma”: «Il celibato è un impegno difficile da assumersi, per un giovane che vuole diventare prete; quindi un giovane che si assume quell’impegno sarà un giovane altamente affidabile», ha detto in un’intervista, ribadendo subito: «Credo che vi siano impressionanti vantaggi per la Chiesa».

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