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Non vogliamo giocare a maschi contro femmine

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L’altro giorno in edicola mi è caduto l’occhio sulla copertina dell’Espresso, che annunciava il ritorno dei maschi. La cosa ha acceso una scintilla, minuscola, di speranza in me, e andando contro i miei più radicati principi morali – non finanziare il gruppo editoriale – ne ho comprata una copia. Magari, mi sono detta, scriveranno che gli uomini hanno ricominciato a essere virili, a proteggere, sostenere e dare la vita per le donne, a fecondare il mondo, a generare figli, a prendersi responsabilità, a fare da muro che recinta e sostiene, a capire le paure e le ansie delle loro donne che sono rimaste incinte, ascoltarle e poi dire “no, questo figlio non lo ammazzeremo, ma ce ne prenderemo la responsabilità insieme, e lo cresceremo meglio che potremo”, come dovrebbe un vero uomo. Le speranze sembrano non morire neppure quando dalla copertina passo alla prima pagina dell’articolo. C’è un bicipite disegnato, e, in tempi di rammollimento generale, mi pare già qualcosa.

Il blog di Costanza Miriano

E invece niente, niente di nuovo. Dovevo saperlo: il bicipite era simbolo di cattiveria, perché oggi tutto quello che sa di forza è negativo. Oggi va di moda la mollezza, la sfumatura, la fluidità. Comunque, nessuna notizia. Una di quelle inchieste estive fatte per riempire i giornali quando non c’è altro da dire, o non si vuole dire quello che ci sarebbe. La solita lamentela sui maschi sfruttatori e le donne trattate da contenitori. Si parte dalle militanti del Pd che tengono l’ombrello ai compagni maschi. A nulla vale la dichiarazione di una studentessa che teneva l’ombrello e affermava di non sentirsi affatto offesa: quell’immagine addirittura metterebbe terrore, secondo Valeria Parrella, autrice del primo degli articoli, che per me ha il grave limite di mettere tutto sullo stesso piano: il fertility day e chi fa firmare le dimissioni in bianco alle lavoratrici per cautelarsi in caso di gravidanza. Si tratterebbe di un modo di trattare le donne come un contenitore. Un modo così ideologico di procedere non aiuta nessuno. Il fertility day è stata una campagna, magari discutibile nei toni, ma comunque volta a sollevare un problema oggettivo: le donne italiane sono quelle che fanno meno figli in assoluto in tutto il mondo, meno ancora che in Giappone. Le dimissioni fatte firmare sono prima di tutto un reato, e un’offesa contro le donne e i loro bambini.

Il problema dunque non è la cultura maschilista: chi fa firmare le dimissioni in bianco non è un maschilista ma il più delle volte un evasore fiscale e uno che non vuole farsi carico della maternità. Il problema non è il maschilismo ma il fatto che della maternità dovrebbe occuparsi la previdenza totalmente, e che tutti i contratti dovrebbero essere regolari (questa sì che sarebbe “dire qualcosa di sinistra”). Le donne non vogliono liberarsi dei figli, solo che di solito se ne rendono conto solo a un certo punto della vita, dopo essersi bevute i falsi miti del femminismo, della liberazione sessuale, dell’autonomia lavorativa. I fatti dicono che quasi tutte le donne italiane vorrebbero fare più figli di quanti in realtà ne fanno, e spesso si accorgono di questo quando è troppo tardi, perché la donna non è un contenitore, ma nemmeno si può totalmente autodeterminare: la natura ha delle regole. I fatti dicono che siamo le mamme più vecchie del mondo. Abbiamo quasi tutte il primo figlio dopo i trenta anni, quando la medicina impone di scrivere sulla cartella clinica “primipara attempata”. Questa è scienza, questo è un fatto. A una certa età la fertilità precipita, aumentano in modo esponenziale i rischi di problemi al bambino, sia genetici che legati a complicazioni della gravidanza. È la natura che ci tratta come contenitori, che non tiene conto delle nostre emozioni e dei sentimenti? È la natura, e basta. È un fatto.

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